sabato 27 ottobre 2012

C.B. sapeva che prima o poi saremmo finiti tutti in un “non luogo”.

E se non conoscete C. B. non è importante ma nemmeno è un problema mio.



Tanto da FB, il “non luogo” per antonomasia, non ce ne andremo mai.
Nemmeno da tuitter.
Soprattutto ora che i “feisbucchiani” hanno trasportato qui le loro chat a cielo aperto e che sulle TL devi scorrere e scorrere e scorrere, per evitare interminabili e noiosissime conversazioni e trovare centoquaranta caratteri dal sapore interessante.
Chiaro, se non t’imbatti in citazioni, magari anche banali.
Che poi, io e la mia assoluta buonafede abbiamo sempre creduto che chi cita sa di che scrive. Ma io e la mia buona fede abbiamo anche amato l’uomo sbagliato, e nemmeno una volta sola. Ignoravo l’esistenza di siti come “Le citazioni da manager”, “Citazioni d’amore”, “Citazioni e modi di dire”, speravo fosse un’esigenza spontanea di chi ha sempre un gran bel libro in mano.
Non l’esibizione al nulla di un nulla di fatto.

Poi c’è chi ogni volta mi risponde che si sta qui per socializzare e cui ogni volta rispondo –ormai è tradizione- che ci sono anche i DM, e che è assai spiacevole assistere a personalissime descrizioni di patologie intestinali di cui possiamo anche fare a meno.
Questa è una prigione.
“Porta chiusa” di Sartre, dove ci diciamo ogni giorno le stesse cose.
Un luogo di riferimento, lo spazio comune, il punto “Informazioni” dell’aeroporto, la casa in cui abbiamo attaccato quadri e poster alle pareti, tendine colorate alle finestre, oggetti e reliquiari della nostra infanzia.
C’è chi sceglie un arredamento essenziale e chi ci ha portato le barbie di quand’era ragazzina, i soldatini e la collezione di orsetti.
C’è anche la casa al mare, disabitata e piena di vecchi giornali arricciati dal sale.
Il luogo del delitto e la casa del morto: l’amico che sbadatamente ci ha lasciati e che sbadatamente non ha lasciato a nessuno user e password del proprio account.
C’è il tizio che controlla posta e aggiornamenti subito dopo aver fatto l’amore con una che conosce da un’ora, la lei che comunica al mondo di aver finalmente trovato un paio di scarpe giuste, mia cognata che racconta del suo cane, io che lamento l’aggressività del mio prossimo e giuro che qui non ci voglio più stare.

Per me questa non è una realizzazione.
Ed essere letta sul blog non è che un misero inizio. Ma il tizio che mi ha aggredita per una frase troppo umana di Simenon non mi ha mai letta, così come non sa nemmeno chi sia Simenon anche se si concede il lusso di giudicarlo e di scrivere che era un cattolico invasato. 
Anche le parolacce gli sono state d’aiuto a esprimere la propria superiorità e un odio inaspettato e antico e che mi rammarica, pur non potendo dargli alcun peso giacché qui tutto nasce e tutto muore.
Come faccio a dare un’anima a uno di cui non conosco l’odore e che mi fraintende ogni benedetta volta che mi legge?
Credo che se gli fossi stata davanti mi avrebbe presa a schiaffi.
Chiaro, non posso provarlo e nemmeno mi va. Casomai avessi ragione.

Parlo e scrivo in prima persona quando do la mia opinione.
Mi metto nel mucchio, sto in prima linea tra i sociopatici, i compulsivi, quelli senza prospettive, tra gli alcolisti, tra chi sta uno schifo che non s’immagina nemmeno.
Ma poi mi metto in trappola da sola visto che divento di diritto una fottuta narcisista che scrive diari.
Come se la prima persona servisse necessariamente a fare di una storia un racconto personale. Forse racconto di me molto di più sotto falso nome. Quando mi chiamo Marina, Paolo, Giovanna e Justine duepuntozero.
Ma che faccio? Inserisco in ogni brano una “spiega”?, delle introduzioni chiare del tema prima di partire con il solo?, degli N.B. da prima elementare a ogni pezzo?, metto su un corso on line per la lettura di testo e sottotesto?, consiglio agli insultanti di leggere un paio di buoni manuali di scrittura o di grammatica base?
Li censuro restituendo loro un insulto?
Non posso accollarmi anche il compito di spiegare ai critici letterari raso terra che la prima persona è una scelta di calore e, appunto, di riflessione.

Preferirei che ogni tanto qualcuno decidesse di astenersi dal giudizio, come tuonava sempre il buon C.B. dalla cattedra del Palazzo delle Esposizioni, un giudizio che, ripeto, non è sempre necessario perché magari, e sarebbe auspicabile, in un attimo d’insperata saggezza, ci siamo domandati se dall’alto della nostra cultura rabberciata abbiamo ragione oppure no.
Ma come dice il feisbucchiano tuittatore: siamo in democrazia e dico il cazzo che mi pare!
Amo l’utopia.
Ci sto “a rota” dagli splendidi anni settanta, e qui rimango.



2 commenti:

  1. Sto seguendo la serie dei tuoi post sul mondo dei social e condivido le tue analisi e impressioni.
    Per quanto mi riguarda, ho ridotto un po' la mia presenza su FB proprio per il timore di non farmi prendere dalla "dipendenza": ci passo nei momenti in cui mi va e ci resto poco, con l'impressione crescente di sentirmi frastornato dal "rumore virtuale" che proviene da tutto ciò che compare sulle bacheche. Twitter l'ho finora evitato perché non mi piace la costrizione della "sintesi a tutti i costi".
    Sui blog mi trovo meglio, perché mi piace ancora leggere - o scrivere - per pormi e porre domande, e tra i blogger una certa "mole" di riflessioni non banali si trova ancora.
    Circa l'inutile aggressività di certi utenti del Web sono d'accordo con ciò che scrivi. Ho notato che molti di questi aggressori "virtuali" e/o ipercritici "nervosi" circolanti sul Web parlano di cose che loro per primi non conoscono: magari ti dileggiano perché secondo loro hai usato male una virgola, hai coniugato male un verbo o hai sbagliato a indicare l'anno di nascita dello scrittore Taldeitali: il fatto è che non ammetteranno mai di non saper usare le virgole (men che mai i verbi!) e di ignorare in realtà la data di nascita dei Taldeitali. Gli ignoranti sono loro e accusano te di ignoranza! Follie e paradossi di certe tribù che affollano la rete.
    Sono convinto però che non bisogna scoraggiarsi, non bisogna darla vinta a "loro".
    Molti confondono la democrazia che è una pratica difficile, perfettibile e mai perfetta - un'utopia, forse, ma necessaria - con il "dico quel che mi pare"; ma è proprio perché troppi imbecilli pretendono di dire quel che a loro aggrada che qualcun altro, prendendoli nella rete, riesce a far fare loro quel che vuole. L'esatto contrario della "democrazia" intesa come dovere di informarsi, elevarsi, partecipare consapevolmente, ecc.
    Ma - ripeto - essendo un po' "utopista" anch'io, non dispero...
    P.S.: credo di sapere a quale C.B. ti riferisci; faceva uso del paradosso dell'intelligenza, un lusso che non molti possono permettersi... figuriamoci certi ipercritici internettiani che, come dicevo, pretendono di discettare intorno a ciò che ignorano.

    RispondiElimina