martedì 15 gennaio 2013

L'AUTOSTRADA





Eppure rideva.
Avrebbe voluto essere invisibile o trasformarsi in un orrido insetto pur di vederlo indaffarato alla ricerca dell’oggetto e dell’abbigliamento più giusto, lì, tra le vetrine scandalose del sexy shop in zona Prati.
Forse ha mandato l’assistente, pensava Mara in un moto di ottimismo davanti alla mail definitiva, quella che la sera stessa gli avrebbe servito tra il dolce e il caffè, al ristorante.
A quella serata ci lavorava da mesi.
Augusto, marito scrupoloso, aveva lottato strenuamente affinché l’anniversario si fosse festeggiato fuori: perché Mara non si stancasse e perché tutto fosse perfetto.
Non che l’avesse mai deluso, anzi, e forse proprio per questo.

Intanto, Mara leggeva e rileggeva quelle dodici righe così dense di significato senza riuscire a crederci.
Eppure non erano passati che un paio di mesi dall’ultima volta in cui lui glielo aveva ripetuto: che era così che voleva il loro matrimonio, un rifugio tiepido e ordinato, una strada sempre uguale e ampia, priva di traffico e possibilmente, sì, monotona e sicura.
Perché Augusto era in grado di rendere pieno anche il vuoto. Almeno era ciò che aveva fatto della sua splendida proprietà in via dei Cerchi e che faceva con ogni casa su cui poggiava le mani grasse e responsabili.
Augusto non era un architetto. Era l’architetto.
Ed erano ordine e simmetria, puntigliosità e senso della prospettiva, era la capacità di trovare punti di luce anche in un sottoscala a renderlo così ricercato e amato.
Ora, però, tutto quel bianco e quel vuoto davano a Mara una strana vertigine.

Mosse alcuni passi verso la cucina ma tornò subito alla scrivania incapace di allontanarsi da quel dato di fatto che l’aveva stordita.
Sentiva solo il fruscio delle calze di nylon nella gonna stretta e lontano, sul Lungotevere, un brusio appena percettibile di clacson. Intanto lo immaginava scendere le scalette del negozio, salutare timidamente il commesso e lasciare il cappello lì dov’era, sul testone calvo, per nascondere il rossore dell’imbarazzo. Lei, al centro dell’ampio salone, dapprima divertita ora provava uno strano disgusto nel pensarlo con enormi falli di plastica in mano, tra tubetti di vaselina e perizoma leopardati, preservativi alla frutta e frustini, corpetti contenitivi, plug anali e vibratori.
Allo stesso tempo, però, Mara era terribilmente eccitata all’idea di scoprire quanto del suo prezioso tempo, quel tenero orsacchiotto dagli occhi grandi e inoffensivi, avrebbe dedicato a quella grandissima puttana che da un paio di mesi e grazie a uno dei soliti social network si era avvinghiata alla sua vita.

La tattica era così banale che qualunque uomo ci sarebbe cascato, anzi, forse proprio per questo era così scossa.
Sì, l’idea che Mara aveva del maschio non era poi così edificante. Ma d’altro canto, e viste quelle dodici maledette righe, non era nemmeno da biasimare.
Perché c’è una grossa differenza tra fedeltà e lealtà, pensava la donna, ed era qui che il suo pensiero si andava a incagliare ogni volta e da più di due ore, da quando cioè aveva scaricato la posta.
Lei non aveva mai preteso nulla. Mai l’aveva sfiancato con inutili gelosie e patti da non violare.
Era una donna pragmatica e non si era mai messa in testa di poter essere l’unica, non aveva senso, non era possibile e nemmeno le importava. Diciamo anzi che la sua vita, tra una città e l’altra, tra un volo di dodici ore e una camera d’albergo, tra cantinelle e opere d’arte milionarie, prevedeva digressioni extraconiugali quasi obbligatorie, e se lei non aveva più né tempo né voglia di farsi corteggiare e sedurre da qualcuno, pensava che Augusto, non ancora sessantenne, trovasse altrove la giusta energia da dedicare al suo lavoro e quel senso di colpa pungente che gli faceva desiderare ogni volta di più un suo ritorno anticipato.
Amava le sue telefonate notturne, gli sms pieni di romanticismo adolescenziale, quei “mi sento perso senza di te” che la faceva sentire unica e insostituibile.

Ma adesso il meccanismo era rotto.
Ora che aveva guardato direttamente nell’abisso che la separava da lui non desiderava altro che umiliarlo mettendolo davanti alla propria ingenuità e alla perversione che in quei due mesi aveva dedicato a quella grandissima troia elettronica.
Perché finché è l’immaginazione a insospettirci possiamo fingere e tirare avanti, spegnere la luce ogni notte e concedergli di andare un po’ con chi gli pare, anche lì, tra le lenzuola e proprio a pochi centimetri da noi. Finché quel sospetto non ha nome né volto, non ha parole né gusto rimane confinato altrove, distante e inodore, bidimensionale e incolore. Ma è quando l’altra gli toglie la maschera che il disgusto ci assale.
Lui, tra gli scaffali del sexy shop andava in cerca di un costumino adatto a una quarantenne taglia small dai gusti raffinati ma perversi, dall’accento meridionale e bionda, dalla lingua lunga e tagliente.
Ed era scritto nero su bianco che avrebbe pagato fino a tremila euro per averla quel pomeriggio stesso, e prima della cena per il loro ventesimo anniversario di matrimonio.

Mara rimase ad ascoltare il silenzio interrotto dal suono ovattato e monotono dei clacson. Cancellò la casella di posta e lasciò che foxylady70 venisse ingoiata dai pixel assieme ad abitudini, figli, problemi, pensieri, idee, perversioni e sogni.
Con un solo clic fece l’unico gesto consigliato: distruggere un’esistenza intera e due mesi di una relazione che lei stessa aveva concepito e portato avanti. Ma non sarebbe più riuscita a guardare suo marito allo stesso modo. Lui, che non le aveva concesso mai nemmeno una storiella a tre, si era rivelato un maschio come tanti, in grado di sorriderle e digitare frasi sconce a una qualunque.
Mara non sapeva ancora cosa avrebbe fatto vedendolo arrivare al locale e con la delusione dell’incontro mancato cancellata da un sorriso di circostanza.
Sicuramente, il pedaggio per quell’autostrada solitaria e tranquilla che era il loro matrimonio edificato su certezze, sarebbe stato più salato, ma forse, sarebbe stato ancora più giusto e coerente consigliargli di prendere, almeno per i fine settimana, una strada sterrata e piena di buche.

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