sabato 8 settembre 2012

L'INCANTO





Era stata Giuditta a raccontarmi quella storia. Era successo proprio un pomeriggio di settembre, in cui malinconica per l’incipiente buio e per l’arrivo della scuola riflettevo se fosse meglio suicidarmi lanciandomi dal grande magnolio, fuggire di casa o iniziare il nuovo anno e decidere poi.
La terza opzione mi sembrò la più ragionevole e nonostante il divieto di uscire sotto il temporale, che d’estate fa sempre festa, infilai ai piedi le mie fedeli “occhio di bue” bianche e corsi al maneggio dove Giuditta viveva.
Andavo lì ogni volta che potevo, incantata a guardare ferrare i cavalli e accudirli, e ad ascoltare Giuditta e le sue storie.
Ci accucciavamo da qualche parte e lei cominciava.
Durante quei racconti fatti di pochi vocaboli e molto senso, espresso ora con salti, ora con sguardi di terrore o meraviglia e molto più spesso da lapidari “tu non capisci niente”, mangiavamo gelsi rossi che lei, in sorprendenti slanci di generosità, tirava fuori dalle tasche del grembiule.

Una volta, eravamo nella stalla di Zeus un cavallo bianco che per il suo carattere ombroso era tra i miei preferiti, mi disse che proprio un paio di giorni prima l’aveva sentito parlare. Sorvolò su cosa avesse detto, ma non ci mise molto a convincermi che quell’assurdità fosse vera. D’altra parte, convinta com’ero che ogni cosa attorno a me semplicemente fingesse di essere un oggetto inanimato, non mi fu difficile credere alle bugie che con la sua faccia rotonda e bruna mi raccontava.
In seguito passai molte ore nella stalla di Zeus facendogli domande del tipo in che scuola vai, hai la fidanzata, quando sei nato e così via. Poi mi dicevo che era solo troppo timido quando al tramonto, delusa per non aver ascoltato la sua voce, percorrevo il breve tratto di strada che mi portava alla villa.
Ma non fu la storia di Zeus a cambiare la mia vita e a far sì che conoscessi l’incredibile.
Perché solo i bambini sono in grado di crederci, assieme agli alchimisti, gente che per fame è in grado di tradurre la realtà in immaginazione e l’immaginazione in realtà.

E così, quel pomeriggio che pioveva a dirotto, presi per la campagna e corsi al maneggio.
Arrivata al basso muro di cinta già sentivo i nitriti di Zeus e l’odore del fieno dolce amaro. Rimasi per un po’ appoggiata al tufo nella speranza che in un momento di solitudine Zeus si dichiarasse poi, mi arrampicai.
Una volta arrivata ai box seguii la risata e la vocetta stridula della mia amica. Appena mi vide, senza nemmeno salutarmi, mi prese con forza per mano e mi trascinò nella stalla.
Devo raccontarti una storia bellissima, mi disse sottovoce, e si guardò attorno.
Avevo già gli occhi aperti all’incanto per come la sua bocca si spalancava dopo un profondo respiro per chiudersi di colpo.
Ma non ci riusciva. Quella volta Giuditta non trovava le parole.
Ipotizzai che Zeus le avesse raccontato finalmente la sua storia, quella su cui da tempo riflettevamo, ossia che fosse un principe meraviglioso che aveva bevuto il solito filtro eccetera eccetra, quando Giuditta sollevò il dito verso il cielo e con voce solenne disse: l’ho toccato.

Il silenzio fu interrotto da un tuono spaventoso e dal suo assunto.
Quando uno è felice tocca il cielo con un dito, no?, disse semplicemente e di nuovo sollevò la mano sporca di terra e di gelsi, puntandolo il dito con aria seria sulle nostre teste.
Mi guardò subito un po’ spazientita: si aspettava ben altra reazione a quella scoperta.
Non l’hai mai sentito?, disse mettendo le mani sui fianchi, l’ha detto mio padre proprio l’altro giorno, cantilenò come usavamo fare in quegli anni. 
Certo, la teoria di Giuditta non faceva una piega.
E anche i santi che vedevo dal letto e che tutti assieme banchettavano con Gesù in uno strano pulviscolo luminescente, ne erano una prova. In fondo cielo e terra non erano che una linea marrone tracciata con i colori a spirito e una blu. Che cosa ci voleva perché una, magicamente, si avvicinasse all’altra.
E così, tornata a casa dimenticai la storia.
Le piogge continuorono e la scuola iniziò. E mentre m’impegnavo a convincermi che quell’assurda perdita di tempo fosse necessaria, dimenticai anche Giuditta e il Principe Zeus.

Ma quel mattino le nuvole erano alte e bianchissime e mio padre, che mi aveva appena infilato una caramella in bocca, svoltò a destra.
Sapevo benissimo che per la scuola bisognava andare dall’altra parte.
Pensai che le mie occhiate tristi l’avessero portato all’esasperazione. Sapevo che quei pianti mattutini lo innervosivano e che lasciarmi da qualche parte, sulla strada, fosse per lui la soluzione più giusta, ma avevo sperato sul serio che non l’avrebbe mai fatto.
Così mi ritirai nel mio angolo a contare figurine, mi finsi indifferente all’abbandono e io stessa dimenticai quell’idea di epilogo tragico.
Lì, proprio sul prato più giallo che io ricordi, papà mi sollevò e mi prese in braccio.
Oggi non andiamo a scuola, mi disse, e io gli cinsi il collo, poi, vidi il cielo abbassarsi su di me e il mio dito sprofondò in una nuvola gigante.

(Foto di: Romualdas Požerskis)


2 commenti:

  1. domani compro una stampante per casacosi leggo con calma questi bei racconti. grazie.

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  2. Ciao Giuseppe, Grazie. Il 14 esce il mio Romanzo "Justine 2.0" vedrai che troverai anche lì qualcosa d'interessante... e senza spendere in stampanti. Grazie ancora.

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