mercoledì 19 settembre 2012

Il sorriso di Laura


Alle sei del mattino Laura cerca un’espressione migliore.
Ma quella riflessa nel vetro opaco della cucina lì a due passi dalla tangenziale, è l’unica che ha.
Il respiro dell’uomo, di là, sembra quello di un grosso animale, e poi c’è un pensiero che da ore non l’abbandona, una definitiva risoluzione, la preghiera esaudita, una lama di luce filtrata in una vita fatta di privazioni.
Vieni in Africa con noi, le aveva detto la donna dall’aria alternativa appena due giorni prima durante un incontro casuale, al termine di due chiacchiere per distrarre l’attesa, confidenze a una sconosciuta, al comune, in fila per il rinnovo della carta d’identità.
Non sono una da colpi di testa, io, le aveva risposto Laura che adesso, in piedi in cucina, sposta la ciocca troppo lunga dalla fronte troppo alta e mette in ordine le idee.
Tra meno di due ore sarà in piedi accanto al dottore che guadagna il quadruplo di lei – consuete disparità umane- e che dall’altra parte della città trapana, incide e sutura.
Eppure di quell’oggi Laura non riesce proprio a vedere la fine, ed è strano, perché il destino le si presenta al mattino chiaro e immutabile, scritto a caratteri cubitali nel suo dna. Un percorso a senso unico, un tatuaggio indelebile sulla pelle chiara, un futuro sempre uguale da quindici anni.

Abbiamo bisogno di te, ti prego pensaci, le aveva ripetuto dopo averle messo in mano il suo biglietto da visita e prospettato un lavoro in un’organizzazione umanitaria, tra i bambini, in un grande ospedale non ricordava più in quale regione dell’Africa.
Quell’idea la rincorre da ore, e ogni volta che ci pensa, sorride.
Era convinta di non saperlo più fare, di averlo dimenticato sull’altare quindici anni prima, il sorriso, assieme al nauseante accrocco di fiori in quella chiesa che di trascurabile aveva persino il niome, una “Concezione Immacolata” qualunque.
Accende il televisore ultrapiatto, un’abitudine come tutto il resto.
È troppo grande per quella cucina stretta e buia, pensa, per quella casa, per una vita senza spiragli da cui guardare, fra quattro mura ultraleggere che sembrano proprio di cartone quando il vicino tira la catena o tossisce.
E' passato così tanto tempo che nemmeno li ricorda più i suoi sogni. La sua vita è stata una sosta troppo breve, una presa in giro come quando dopo una lunga attesa accendi la sigaretta, l’ultima, e vedi il tram arrivare.
E pensa che non può perdere altro tempo in sciocchezze simili e deve mettere su il caffè perché quella giornata è nata veramente storta con quell’ingombrante prospettiva per la testa che solo a immaginarla il cuore aumenta i battiti e le sembra d’impazzire.
L’Africa.

Mette l’acqua e poi il filtro, si muove come un fantasma nella sua esistenza inutile.
Il braccio ha sempre la stessa distanza dallo scaffale e il caffè sempre un buon profumo. Anche in quella casa lì, anche se è la quarta volta in un mese che l’ascensore si rompe e quello, di là, ancora dorme per effetto di una frustrazione sempre vigile. 
Laura fa i piani per la serata e accende il gas.
Stasera troverà il tempo per fare un bagno e metterà lo smalto mentre lui, con i piedi sul tavolino, guarderà l’anticipo di serie A. Una gioia evitare di mettere in fila tre frasi sensate e dire che va tutto bene quando invece non è vero niente. E speriamo pure che vinca la sua squadra del cuore, pensa, ammesso che il cuore ce l’abbia e che sia ancora lì, al posto giusto, così poi sta tranquillo per una settimana e mi porta fuori da qualche parte, in un centro commerciale dove si sta freschi e ci viene pure suo fratello, così se ne stanno a parlare tra loro e guarderanno le altre. 
Le altre, sì.
Poco importa se sono più di dieci anni che Laura va in palestra, nemmeno sa più com’è fatta visto che gli bastano le sue braccia per affondare la rabbia, al massimo le gambe, la pancia, la schiena, ma mai la faccia: rischierebbe grosso e sarebbe costretto a camminare con lo sguardo basso o peggio, a domandarle scusa davanti a quella livida evidenza.
Si morde le labbra e sorride, in piedi e con quell’idea per la testa che da quarantotto ore ha anche un nome, un numero di cellulare e un volo in partenza da Fiumicino.
Ti aspetto lì perché so che ci sarai, le aveva detto la donna dallo sguardo aperto e franco.
Laura prega che il tempo sia clemente e si fermi un attimo.
Deve pensare, chiede un attimo ancora.

E invece no, perché è una vita intera che ci pensa, che ipotizza e immagina cosa si prova a compiere quel gesto, quello che proprio non si può dire e che quando lo guardi in tv ci ridi sopra perché sai che è solo finzione.
Perché non ti puoi liberare di un destino così, perché quando non lo hai fatto la prima volta non lo fai più, rimandi e nel frattempo diventi vecchia.
Riflessa nel televisore, Laura si passa il biglietto da visita tra le dita.
Il numero lo sa già a memoria.
Come quei particolari ripetuti già troppe volte e che no, non c’è bisogno di ripassarli ancora. I gesti li ha definiti uno a uno, le cause e gli effetti li ha ripercorsi ogni istante, a bassa voce, sotto la doccia, in auto, in piedi accanto al dottore, a casa mentre prepara la cena, quando rifà il letto, quando quello, di là, dorme.
Li ripete da anni come una preghiera, un salmo, notte e giorno.

Ascolta quel respiro che sembra una minaccia continua, un suono orrendo di cui si vorrebbe liberare da sempre, da quella volta lì, quando non contento di averla fatta cadere aveva continuato ad accanirsi sul suo corpo che chiedeva aspetta, che urlava ti prego, che domandava scusa anche se non c’era un bel niente da scusare.
Laura infila il biglietto da visita in borsa.
Dove il buio è ancora più fitto lui si nasconde, in quella stanza, dove il sole non batte mai e dalla finestra si vede un lampione che sembra la luna e di matrimoniale non è rimasto che il letto e la bomboniera ossidata sui bordi, lì è la sua tana. Una volta sveglio si domanderà di cosa è fatta la sua esistenza e di fronte al nulla si rivolgerà a lei, al suo braccio, alle sue gambe, al suo ventre colpevole di sterilità.
Laura prende dalla madia passaporto e carta di credito.
In piedi, al centro della cucina, pensa che quell’uomo da solo non è capace nemmeno di allacciarsi le scarpe e che senza di lei non camperà a lungo.
Poi pensa a quella volta che la fece rotolare per le scale: un incidente, un piede messo in fallo, Laura, ma cosa vai a pensare, le aveva detto trasportandola al pronto soccorso. Eppure non l’aspettava mai in cima alle scale, mai una volta che fosse sceso dabbasso quando l’ascensore era rotto e lei doveva farsi sei piani a piedi con le buste della spesa. Una rampa era bastata per farla abortire, una rampa era stata sufficiente a toglierle per sempre quell’idea assurda dalla testa.

Ascolta il respiro che di là nel buio si è fatto più breve.
Cerca qualcosa da infilare.
Il caffè è uscito: chi se ne frega, lo berrà freddo.
Fanculo le conseguenze, i pregiudizi, gli atti.
Adesso ha con sé una piccola valigia. 
È pronta lì sotto il letto da quarantotto ore o forse da sempre.
Aveva immaginato ogni notte una vita altrove, un’esistenza tra gente che della sua disposizione d’animo aveva veramente bisogno, ai sorrisi dei figli che non avrebbe mai avuto.
Quando impugna la stilografica, sente il traffico farsi più denso e l’odore pungente delle polveri sottili nel naso dritto e appena un po’ lungo.
Scrive qualcosa, due righe tremolanti e concise.
Si guarda intorno e certe idee provano a fermarla, un’assurda compassione per il suo carnefice.
Impugna borsa e valigia.
Riguarda il foglio lì sul tavolo accanto alla caffettiera e al piatto di biscotti imburrati, sa che lui non si darà mai un perché.

Si ferma incerta, no, non ha nessuno da salutare, non ha amici, rinchiusa da anni in un rapporto a due che non sopporta la vista degli altri e il paragone con vite meno grigie.
Lui la chiama che Laura ha già un piede fuori dalla porta, il sinistro, quello del cuore e del dito dove portava l’anello. Perché quello l’ha lasciato sul comodino, accanto alla foto delle nozze e ai tranquillanti che non servono più.
Al secondo -Laura! – che il farabutto le urla dal letto, è per le scale e scende di corsa, fa i gradini due per volta trascinandosi dietro tutto il dolore che proprio non vuole scordare per mai più tornare.
Al terzo, quarto e quinto “Laura”,  è in strada, in auto che affonda il piede sulla frizione.
Quando quel grosso maiale, in piedi in cucina, legge l’ultima riga, è ferma all’Autogrill e domanda il pieno.
In borsa controlla ancora una volta il passaporto.
Nello specchietto Laura sorride, sposta la ciocca di capelli dalla fronte alta: direzione Fiumicino.

 p.s. I miei racconti non finiscono mai bene, le storie a lieto fine sono quasi sempre bugiarde. Come questa qui. Perché dall'inferno non si può uscire.


1 commento:

  1. Dal mio profondo pessimismo credo ci sia un'uscita anche dall'inferno.Magari una stretta uscita d'insicurezza,ma esiste.
    Grazie.

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