sabato 1 marzo 2014

Veglioni tristi, interpreti e strade obbligate.

È sempre stato così il cielo del mio Carnevale. Incerto, a tratti piovoso, sempre freddo, tanto da costringermi alla lunga mantella che nascondeva la maschera.
Meglio così, pensavo, infilata in un costume che non avevo scelto e non avrei mai voluto indossare. Quello da margherita, per esempio, una tutina di nylon verde con tutù bianco e giallo definito da una corona tutta petali che mi torturava le tempie, o quello da ungherese, da olandesina, da zingara, con almeno la gonna lunga e il bustino nero. Travestimenti che mi facevano impallidire accanto alle leziose damine del settecento, da me invidiate e a me proibite perché troppo viste. Perché indossate dalle figlie del giornalaio, sicuramente acquistate con i proventi delle migliaia di figurine che io stessa compravo.
Credo di aver iniziato a fare l’attrice solo per poter mettere addosso uno di quegli abiti pieni di pizzi e trine, turchesi, color cipria o scarlatti, e infilare una parrucca piena di boccoli. Impresa riuscita solo in parte e soltanto un paio di volte, più adatta come indole al dramma primo novecentesco, e a fare grandi casini. Come accadde per un Pirandello diretto da Camilleri, quando mi assegnarono un abito “Tirelli” sotto cui infilai un paio di mutande della mia trisavola, salvo poi trovarmi, a un minuto dall’andata in scena, bloccata nel minuscolo bagno del teatrino dell’Accademia, a sbrogliarne i legacci.
Ho sempre cercato di entrare in parte. Sin da bambina. Sin da giovanissima sono stata ossessionata dal voler essere qualcun altro.

I veglioni di Carnevale mi hanno sempre messo addosso un'immensa tristezza.
Le uscite pomeridiane nel buio incombente. L’incontro forzato con bambini sconosciuti e urlanti. Autorizzati per l’occasione a comportarsi peggio del solito.
Poco autentici i pantaloni di velluto a zampa d’elefante che fuoriuscivano dai costumi di Mary Poppins, Biancaneve e Cenerentola, triste il dolcevita che s’intravedeva sotto la giacca del soldato secessionista o del Principe Azzurro.
Il mio istinto mi suggeriva già allora che indossare una maschera significava interpretare, essere dentro, pensare e agire come il personaggio di cui vestivo i panni.
Perciò mi riusciva odioso essere un fiore, troppo vago, niente affatto interessante.
Dall’angolo in cui ogni volta mi rifugiavo per non essere inclusa nei giochi, pensavo che Biancaneve con occhiali e capelli corti non era Biancaneve, com’era del tutto fuori parte Cenerentola bruna. Che i Cow boy non potevano correre per la sala con la maschera di Zorro e la spada, i Pirati, erano incoerenti con il ruolo se mettevano le piume da indiani sulla testa.
Ho sempre odiato il carnevale e la sua finta allegria, le frappe, lo zucchero a velo che macchiava gli abiti. Il chiasso e le facce arrossate dalle corse, i giochi a premi, la maledetta “pentolaccia” che non riuscivo mai a rompere, troppo minuta perfino per arrivare a toccarla. I coriandoli tra i capelli, le stelle filanti, le trombette che squillavano a pochi centimetri dal mio orecchio. Le urla dei più scalmanati che finivano ogni volta col rompersi qualcosa. Mia madre che tardava ad arrivare e io in attesa sulla sedia, nella sala vuota e tristemente silenziosa.

Arrivò anche il Carnevale molesto e le armi di distruzione, fialette, inchiostro simpatico, uova e farina. Anche se poi, all’uscita di scuola, essere rincorsa da gruppi di ragazzini diventò un gioco di seduzione, perché tornare a casa ricoperta di farina era un chiaro segno di stima. C’erano bambine che se la portavano da casa, lanciandosela addosso non viste, per mostrare al mondo almeno un po’ di quell’apprezzamento che era loro negato. Perché i bambini sono crudeli.
Più in là, le feste si trasformarono in una gara di creatività. Facce colorate, abiti riadattati da madri e nonne, feste a tema, ricchi premi e cotillon, e il solito pianto a dirotto, chiusa a doppia mandata nel bagno, per il ragazzino che si negava, che faceva il filo a un’altra, quella con il seno più grande e l’aria più adulta.
Ma il Carnevale per me è durato poco. A sedici anni finalmente vestivo gli abiti di Donna Rosita, usavo trine e pizzi come oggetti di scena, andavo per mercatini alla ricerca di abiti usati da riadattare a Colombina.
Volevo un Carnevale che durasse tutta la vita, o per lo meno un paio di stagioni.
La mia stanza dei giochi è sempre stato un palcoscenico, e la mia infanzia tutta una favola. Delle storie che imparavo a memoria, interpretavo ogni ruolo, ascoltando e riascoltando il disco finché ogni passaggio non mi fosse chiaro, imitando di ogni personaggio esitazioni e inflessioni, e le espressioni, che vedevo sul libro e provavo davanti allo specchio, fecero crescere in me la convinzione di potere essere altro e altrove.
Questa idea, a tratti ossessiva, mi è stata addosso finché non l’ho esaudita, come se dall’altra parte, in una vita passata, chissà quando, dove e nel corpo di chi, non avessi fatto a tempo a portare a termine quel desiderio.

Un brandello di Karma, passato attraverso il “non tempo” della morte, e che ho dovuto necessariamente concludere.

3 commenti:

  1. Il mio Carnevale è stato drammatico, una selvaggia corsa per vincere lo scettro del bullo d'oro, non potevi sottrarti, gli amici di strada potevano fartela pagare, la competizione si basava sullo scherzo più sadico, ricordo, ad esempio, che compravamo le cerbottane e fabbricavamo dardi accuminati da indirizzare sulle natiche dei poveri malcapitati, oppure compravamo le bombolette con la schiuma al mentolo da consumare sulle pelliccie di anziane facoltose. Non c'era un'alternativa, non potevi isolarti nello spazio ovattato delle mura di casa, quelle stesse compagnie le avresti ritrovate fuori dalla scuola, pronte non solo a schernirti ma a farti diventare l'oggetto dei loro sadici e crudeli scherzi. No, non è un racconto di pasoliniana memoria, è la strada della periferia di Roma, maestra di vita ma anche proliferatrice di uomini che vivono quei ricordi come un incubo ad occhi aperti.

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  2. Anche il mio carnevale iniziava presto, la mamma faceva la sarta e cuciva per noi figlie abiti di fate, e regine, io li vedevo bellissimi.Poi è mancata la mamma e è finito il carnevale. L'infanzia è stata un sogno bellissimo.
    grazie Elena
    Narcisa

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  3. Grazie per questi vostri ricordi dolciamari. ;)

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