mercoledì 13 novembre 2013

"Justine fa marchette in Ateneo" - Justine 2.0 - Elena Bibolotti- INK Edizioni

Justine lo ascoltava incantata e stupita. Dal basso e dalla sua prospettiva le sembrava grande, grandissimo, anzi enorme. Era lì che arringava la folla e non la degnava di uno sguardo mentre lei, dai suoi sedici anni e dalle troppe curiosità adolescenziali, non staccava un attimo gli occhi dai suoi baffi, certamente profumati di tabacco, e dalla sua pelle dura e usata dalla vita.
La ragazzina dedicava ogni ora libera e capacità creativa all’arte del travestimento, al pedinamento e allo studio attento della vittima designata. La scelta non era mai casuale e, confortata dalle sue letture e da ciò che in psicoanalisi viene chiamato “pensiero magico”, le sue preferenze andavano verso tutti quelli che avevano molte buone ragioni per dirle di no. Abilissima nell’attaccarli di sorpresa, sapeva che bastava solo una goccia a far traboccare il loro personale vaso d’amarezza e che, riversato in lei ogni liquido, sarebbero stati tra- volti da sensi di colpa tardivi e imbarazzanti. Allora, nel momento del pianto e del pentimento, l’adolescente accarezzava loro i capelli – radi – baciava le loro palpebre – cadenti – sibilando al loro ego – adulto – le disonorevoli defaillances sessuali, meccaniche e automatiche, di cui si erano macchiati. In questo modo, la piccola erede del Marchese De Sade otteneva tanti soldi e cieca sottomissione. I vecchi, infatti, una volta arresi, diventavano molli come meringhe appena sfornate e così remissivi da darle la nausea.
Comunque, in quel mattino di aprile c’era il compito in classe di greco e Justine non era preparata, e poi c’era il sole, e di lì a poco non ci sarebbe stato altro che il mare. Così entrò nell’ateneo. Spingendosi fino al termine del lungo corridoio, e infilata la testa riccia in un’aula affollata e densa di fumo che volteggiava azzurro-grigio verso i finestroni, lo vide. Il Professore e i suoi baffi erano in cattedra.
Andò a sistemarsi assieme all’ingombrante vocabolario di greco nel posto più visibile dalla cattedra. Mentre la voce profonda del Prof. occupava la parte razionale di Justine con i suoi significati, significanti, relazioni, sistemi, segni e strutture, quella irrazionale lo studiava. Lo fissava con sguardo obliquo, ripetendo fra sé dei “Voltati bastardo”, talmente insistenti che, infine, il Professore la guardò. In tutto quel parlare di segni, il segno arrivò.
“Oddio”, pensò Justine innamorata.
Mille volte gli aveva allungato il piede sotto i tavoli malfermi della festa dell’Unità, e mille volte ancora gli aveva porto bicchieri di vino attenta a non versarne nemmeno un goccio, servizievole e obbediente aveva sfregato per lui milioni di fiammiferi, bruciandosi sempre la punta delle dita, senza ottenere nemmeno un grazie. Ma quel mattino il Professore ebbe forse una visione diversa della ragazzina, avvolta nella luce chiara disegnata da volute di fumo, e del suo sguardo complice, la guardò da un nuovo punto di vista che gli impedì per un attimo di parlare, costringendolo a un’espressione che aveva già in sé tutto il senso di un’oscenità appena iniziata.
Al termine della lezione, le domandò – severo – perché non fosse a scuola. Lei ci pensò su appena e lo sorprese con un: «Avevo cose più interessanti da fare». Attraversato il muro di voci che li circondava, quell’aggettivo, emesso da labbra infantili nel tono molle e lento del sud, arrivò forte e chiaro alle orecchie del Professore che la guardò con stupore. Justine aggiunse che era sola, senza soldi e aveva molta fame. Fu così che lui le appoggiò una mano, calda, sulla spalla e la guidò deciso verso le scale. Forse la spinse anche un po’, ma non ricordava bene e nemmeno importa a noi.
Nello studio giacevano un vecchio divano di pelle, un tappeto malconcio, il Presidente Pertini e il crocefisso.
«Siediti che chiamo il bar», fu l’incipit del Professore, pronunciato mentre Justine sgambettava allegra verso le finestre.
Adesso, fuori dall’aula, a guardarlo versarsi roba forte mentre teneva fra spalla e orecchio la cornetta del “rotellone” grigio (come veniva affettuosamente chiamato il vecchio telefono a disco), il Professore sembrava più umano, un uomo normale.
L’attenzione della ragazzina fu subito catturata dalle cataste di libri che, gettati lì in un antiestetico saliscendi, occupavano gran par- te dello spazio già esiguo. La luce che filtrava zebrata dalle persiane socchiuse stagliava a beneficio del Professore il profilo armonioso e le labbra della liceale che sussurravano titoli e autori al cospetto di quel- la gigantesca libreria, florida di volumi carnosi e profumati di carta ingiallita, marchiati da impronte indelebili di dita sbiadite mentre, rapide e nervose, le dita di Justine slacciavano i bottoni dell’abito che ancora si ostinava a separarla da lui. Sapeva già cosa fare.
Il Professore si voltò per riagganciare e quando tornò a guardarla vide quelle piccole labbra allargarsi in un sorriso che suggeriva il sapore di una mandorla acerba: un piccolo cuore bianco ancora liquido, proibito, protetto da guscio e drupa. Allora si disse che no, quella “bambina” non avrebbe dovuto trovarsi lì fra quei libri impolverati, in quella luce che la tagliava a pezzi illuminando tutto ciò che lui avrebbe preferito non vedere. E soprattutto, pensava il Professore, lei non avrebbe dovuto star lì con quelle intenzioni, con quello sguardo in grado di travolgere qualsiasi oggetto animato, non con quel corpo capace di fermare il tempo e confondere gli spazi.
Non così e non ora, pensava il Professore. «Per carità, Justine!», le disse convinto e con voce ferma.
Ma Justine non credeva a quel “per carità” così commosso e confuso: ne aveva già sentiti tanti. Sapeva che le sarebbe bastato niente per far cadere l’ultima goccia in quel vaso colmo di noia, di abitudini, di vacanze sempre uguali, di odori stantii, del solito letto su cui ripassava le fatiche quotidiane e le perplessità esistenziali, mentre cercava tutt’intorno qualcosa di nuovo, utile a scaricare rabbia e infelicità.
«Professore?», e Justine fece due passi verso di lui.
Il Professore iniziò a farfugliare qualcosa e, con le mani messe così davanti agli occhi, le sembrò proprio Saulo nel deserto.
E lui riprese a dire che non poteva, che era solo una bambina, che non era il caso, che le avrebbe fatto del male, che era bellissima, sì... e ancora, e con foga, ripeteva le stesse frasi, identiche a quelle che Justine avrebbe riascoltate mille volte, pronunciate da altre bocche con toni e modi diversi, ma sempre uguali nella sostanza.
Eppure era impossibile, non sarebbe mai riuscito a resistere a quella ragazzina che gli slacciava la cintura con le piccole dita macchiate d’inchiostro e lo guardava sorridente, in ginocchio, felice.
Il Professore tenne duro e chiamati in soccorso i suoi filosofi, cercò di distogliere lo sguardo da quel corpo, da quegli occhi, da quell’offerta del tutto inaspettata e insensata.
Justine si sollevò, e senza staccargli di dosso gli occhi neri, prese il bicchiere di liquore che, nella foga, l’uomo aveva abbandonato sulla scrivania. Ne bevve un lungo sorso e inalò aria dalla bocca dischiusa scoprendo appena la lingua che si era fatta incandescente. Poi abbassò lo sguardo e allungò il braccio tintinnante di bracciali porgendogli il bicchiere, in segno di pace. Lui non lo prese e rimase imbambolato a fissarla.
«Vuoi?», e gli avvicinò al viso il bicchiere. «Dai», e si passò la lingua sulle labbra. Una, due, tre volte. Eh no, nemmeno il ragazzo del bar – entrato in quel momento – riuscì a nascondere l’idea che si era fatto della scena. I due amanti si guardarono. Justine saltò a sedere sulla grande scrivania, e il Professore prese a muoversi per la stanza di nuovo sicuro di sé. Però, i suoi occhi azzurro chiaro seminascosti da folte sopracciglia avevano cambiato espressione, cancellando dal viso un po’ lungo l’aria impaurita di qualche istante prima.
Appena il ragazzo chiuse la porta dietro di sé Justine, percepito il cambio di registro, si ritrasse nell’ombra e ritrattò l’offerta, facendo- gli domande a raffica senza nemmeno lasciargli tempo di risponderle.
L’uomo, infatti, non aveva intenzione di farlo e avanzò deciso verso Justine che, rapida, si mise in cerca di nuovi argomenti e appigli o, più semplicemente, vie di fuga.
Prese a parlare della scuola, raccontò che detestava il greco e che era stata sospesa, che amava leggere in latino e non aveva nemmeno comprato il libro di matematica...
Ma il Professore le stava addosso.
Justine puntò al ribasso, alla prestazione meno dolorosa, alla mediazione.
«Dai, che per cinquantamila te lo succhio » balbettò. «Per venti te la faccio toccare» assicurò. «Ti faccio una sega e mi lasci andare» pregò. Lui non rispose: stava già ansimando su di lei, ora distesa sulla scrivania. Mentre il suo braccio penetrava con forza sotto la schiena inarcata della ragazza, rovesciò il succo di frutta e l’acqua portati dal fattorino, distruggendo qualsiasi cosa lo separasse da lei.
Justine aveva paura. Justine si sentiva soffocare. Justine non poteva ritrattare. Lui si sollevò un istante. “Oddio”, pensò la ragazzina che a vederlo così sofferente, lo trovava bellissimo. Il viso lungo segnato da rughe d’espressione le ricor- dava Robespierre sulle barricate ritratto sul libro di storia: coccarda sul petto e un grande sasso in mano.
In un moto di compassione sincera per quel grande dolore che l’aveva trasfigurato, la ragazzina si sollevò e gli accarezzò il viso.
A quel gesto, l’uomo chiuse le palpebre sull’azzurro intensissimo delle sue iridi e, prendendole la mano, la condusse a sé. Lei sentì sotto le dita i peli duri della barba e le labbra sode e forti, la lingua calda e ruvida, e il fiato che si era fatto tangibile.
Solo allora capì la misura dell’urgenza e spalancò le gambe.
Lui rientrò in sé e fece l’unico gesto prevedibile, le strappò le mutande e la penetrò con forza.
Lì, in quella fessura di carne proibita, in quel nero segreto, l’uomo aveva messo tutto se stesso assieme alla sua voglia e ora le faceva così male e bruciava così tanto che le pareva di morire.
La mano di lui impedì il pianto a quegli occhi sedicenni. Justine era trasfigurata da un’espressione di rassegnato dolore, col corpo sottile riverso sull’orrenda scrivania, abbandonato. Immersi in quel senso d’impotenza e di vuoto, rimasero così alcuni istanti, uniti, in ascolto.
Justine sentì il cuore di lui rimbombare, le dita forti incise profondamente nella sua pelle infantile.
Lui annusava l’odore inconfondibile di un sudore che profuma di giovinezza e che, a berlo, lo faceva sentire improvvisamente rapito e intrappolato in un tempo lontano, un altrove dimenticato.
«Ti prego Professore non fermarti», dicevano la bocca piena di lacrime, il viso arrossato, lo sguardo impaurito.
Lui si ritrasse, e basta.
Lei non parlò; attese alcuni istanti così distesa e poi, lentamente, si ricompose. Allacciato l’abito primaverile, la ragazzina intrecciò i capelli mettendoli sulla spalla magrissima. Raggiunse il divano senza mai sollevare gli occhi rigati di kajal e prese il vocabolario. Si voltò verso l’uscita: stava andando via senza salutare.
Quando il Professore la fermò era già sulla porta. Doveva aspettare un attimo ancora. E lei aspettò, aspettò qualcosa che potesse contrastare il male che la svuotava da dentro, che potesse giustificare almeno un po’ la gravità di quell’errore.
L’uomo finì di sistemarsi, e si aggiustò la cravatta spiando quella creatura bizzarra che, a vederla adesso, mentre frugava nello zaino accovacciata in terra, sembrava proprio una bambina. La richiamò con un cenno e le porse ciò che restava di un paio di slip con su stampato il nome di un giorno della settimana.
«Ma oggi è mercoledì», le disse. Lei non rise e infilò il venerdì nello zaino. Lui se la portò al petto e la trattenne il tempo necessario per do-
mandarle scusa senza parlare. «Non mi piace farlo Justine», disse avviandosi alla scrivania. Sem-
brava incerto, come se a ogni passo desiderasse tornare indietro. Fino a un’ora prima, però. Meglio ancora fino a ieri sera, quando aveva pensato fosse meglio mandare il suo assistente a tenere la lezione.
«Preferirei regalarti un bel braccialetto o una collana», continuò il Professore, e poi non disse altro. Solo, le mise in mano due banconote da cento. Era così facile liberarsi di lei.

La ragazzina chiuse le banconote nel pugno continuando a non guardarlo. Parole che oggi non ricordava più, la raggiunsero quando già aveva oltrepassato la soglia. 
Justine non si voltò nemmeno.

La mia Justine, come la Justine di De Sade, è una ragazzina che ha subito numerosi abusi. Cresciuta negli anni ottanta, periodo in cui politici craxiani usavano fare festini al Raphael il più delle volte con ragazze giovanissime, non è consapevole della violenza subita, anzi, si sente semplicemente diversa, più matura e intelligente delle altre. Più "figa". Una considerazione che le salverà la vita. Nel romanzo, che racconta la presa d'atto di una "slave", ossia la donna più passiva tra le donne passive,  c'è il tentativo di capire attraverso quale meccanismo, una vittima riesca a sentirsi carnefice e di come, per superare l'imprinting di quel tipo di "amore" si possano fare scelte di vita particolari e diverse. 


http://www.inkedizioni.com/justine-2-0/

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