venerdì 13 settembre 2013

Deriva #34 #derivaditwitter: Ipertrofia dell'ego

Secoli fa al Festival di Taormina recitai in uno spettacolo con la regia di Walter Manfré dal titolo “Le confessioni”. La pièce, all’epoca piuttosto sperimentale, consisteva nel monologo iniziale di un prete sui generis interpretato da Lino Capolicchio, recitato a ventiquattro spettatori, divisi in numero pari tra uomini e donne e seduti ognuno accanto a un inginocchiatoio. Noi attori, ventiquattro, e sempre divisi per genere, recitavamo i nostri peccati/monologhi cambiando ogni volta spettatore al suono di una campanella.
Sorvolando sull’esperienza in sé, il divertimento di stare a pochi centimetri dallo spettatore, gli interventi sconclusionati degli stessi e la compassione sincera che leggevo nei loro occhi, ciò che capitava a tutti era che, giunti più o meno alla sesta confessione, avevamo la sensazione di aver già ripetuto la stessa parte e allo stesso spettatore.
Qualcuno entrava in confusione e si guardava attorno indeciso. Una volta una collega si alzò e sparò il colpo di pistola finale e non eravamo che all’ottavo monologo.
Era ovvio che avessimo la sensazione di aver già recitato il brano: di fatto era così.
La stessa cosa mi pare di vivere su Twitter.

Al di là degli hashtag come #sapevatelo al quale soprattutto i neofiti si affezionano, o ai triti e ritriti “c’è una vita al di fuori di Twitter”, o il “se non twitto non sono morta, semplicemente vivo” eccetera, il tormentone più in voga è di condannare l’Ego altrui e di vedere, nel narcisismo praticato sui social media, una malattia epocale. Se anche fossi perfettamente d’accordo, e lo sono, penso che, lanciato da un social, questo allarme risulti più come uno “spostati da qui perché il tuo ego mi fai ombra”.

Credo si debba prendere atto che ciò che prima era appannaggio di pochi, ossia il mezzo di comunicazione, oggi è alla portata di tutti. Certo, non tutti sono in grado comunicare in modo efficace, non tutti tirano fuori tuit esilaranti, non tutti sono tuitstar... ma molti possono diventarlo. E il fatto che alcuni utenti come blogger e scrittori esordienti, vengano chiamati sempre più spesso a partecipare a trasmissioni televisione, ne è una prova.
Questa è una realtà incontrovertibile, che porta sempre più persone a sgomitare per raggiungere la meta, che in questo caso consiste nell’ottenere più follouer e quindi più consenso.
Qualunque sia il nostro mestiere siamo qui a rosicchiare fette di pubblico, a guadagnarci RT tuffandoci gagliardi nell’onda anomala del #TT con giudizi tranchant, ironici a ogni costo, simpatici o pieni di doppi sensi.
Che il consenso che cerchiamo sia affettivo o letterario alla fine poco importa. Che ci sia qualcuno che frequenta tuitter solo per fare amicizia o perdere un po’ di tempo poi, è un’eccezione.

In un pugno di anni, l’intellettuale, artista, pittore, attore o musicista, da “eccellenza” di grande esperienza e Guru autoritario, si è ritrovato circondato da sconosciuti spesso nascosti dall’anonimato che, scartabellando rapidamente le vaghe informazioni del web, sono in grado di rispondere prontamente alle provocazioni e di millantare (non sempre) una cultura impeccabile. Ciò crea una sensazione di disagio che mette i primi, quelli che hanno studiato e hanno fatto gavetta, nella condizione di denunciare il narcisismo diffuso e a loro avviso immotivato: non c’è nome, non c’è curriculum, non c’è ragione e così via, e gli altri, quelli che accumulano follouer sulla base del nulla, nella posizione di doversi difendere: ma chi cazzo TI credi di essere?
Il rispetto per l’effettiva statura dell’altro o la sua esperienza, la considerazione dell’altro da sé più in generale e quindi la capacità di stare zitti ad ascoltare, qualunque sia l’esperienza del nostro interlocutore, viene completamente annullata dal fatto che chiunque, vigliaccamente, può dire la propria opinione e trovare approvazione in un vasto pubblico di propri pari.
Il narcisismo su #Twitter può diventare veramente patologico e trasformarsi in disagio prima in odio poi, e se “odio” vi pare una parola troppo forte sappiate che questi tizi sono già stati battezzati in rete come “Hater”. #Twitter è perciò l’esempio lampante di come dal nulla si può creare il nulla sentendosi qualcuno.
Qualsiasi argomento può rischiare di accendere la miccia dell’odio collettivo che, malvestito da “ironia”, da l’opportunità a migliaia d’imbecilli di ottenere consenso da altrettanti imbecilli. Perché fateci caso, sono sempre i centoquaranta caratteri più cattivi, più disumani e condannabili i più Rituittati.
È la lite, è il dissenso, è la capacità di dire: tu non capisci un cazzo, al giornalista di turno che ci fa sentire protagonisti di un’esistenza il più delle volte, purtroppo, fallimentare.


Gillo Dorfles in un articolo illuminante dal titolo “Ipertrofia dell’io: egocentrismo o intolleranza?” scrive: “Tolleranza non è che ammettere che il prossimo possa essere in buona fede; che il proprio comportamento possa risultare altrettanto sgradevole di quello altrui; che gli errori degli altri non siano forse maggiori dei nostri, ecc. Ma significa anche: non inalberarsi se il prossimo non condivide i nostri gusti, le nostre inclinazioni socio-politiche-religiose, ecc”.

Ancora una volta la colpa è di chi ha gettato questo #Paese nell’anarchia, che ha deregolamentato l’accesso al mondo del lavoro, il poco che c’è, facendoci credere che basta il colpo di fortuna e l’accumulo di follouers a fare di noi un “personaggio”. La responsabilità è dei critici, dei giornalisti e di tanti intellettuali che si sono accontentati di mantenere intatto il proprio nome e il proprio posto di lavoro anziché analizzare seriamente e denunciare, ciò che a partire dagli anni ottanta ci ha condotto all’intolleranza verso chiunque la pensi diversamente da noi. E se recuperassimo anche un po’ di buona dialettica anziché chiudere qualsiasi conversazione con un volgare “sticazzi”, potremmo forse imparare a rigeneraci e a distinguere chi veramente “sa” da chi semplicemente “mostra”.

4 commenti:

  1. A volte mi sento un alieno, mi fanno sentire un alieno...
    Chi?
    Un pò tutti...
    Le persone che "sanno" tutto...
    Quelle che quando chiedo delucidazioni, mi guardano come se fossi, appunto un alieno, quelle che spronate dalla mia insistente curiosità, mi guardano con lo smarrimento dell'ignoranza...
    E' brutto scoprire la superficialità delle persone...
    Io non ho paura, quando mi trovo coinvolto in una discussione e l'argomento trattato mi è sconosciuto, lo dico subito, poi se la cosa mi incuriosisce, seguo e spero di trovare interlocutori che, primo, sappiano ciò di cui parlano e, secondo, abbiano la voglia/pazienza di sopportare le mie domande...
    Raro...
    Rarissimo...
    Il più delle volte mi tengo la curiosità, per soddisfarla una volta a casa e aperta l'enciclopedia...
    Perché è così difficile dire: Non lo so?
    Non lo so...
    Chiederò.

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  2. "Dal nulla si può creare il nulla sentendosi qualcuno." Bellissimo. Quindi io che spesso mando a fare in culo qualche potente di turno, dici che mi sento qualcuno, dall'alto della mia nullità? Da ora in avanti prometto: Mi voglio , come tu dici, rigenerare, per vedere se fino ad oggi ho mostrato, oppure ho finto di sapere. Comunque bella Deriva, complimenti, brava. Lucky

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  3. Rompibloglioni aggiunge una nota personale che è in sintonia con l'argomento della Deriva:Argomento trattato con competenza e sufficiente distacco.La sintesi la fa l'autrice quando afferma che occorre recuperare "un po'di buona dialettica"ma tutto viene ricondotto nell'alveo del così è se vi piace:dal commento (anonimo)che segue incavolato:"quindi io che mando" etc etc e ancora"dall'alto della mia nullità"etc etc e conclude con,brava Lucky. Non credo ai miracoli il malcostume e l'ignoranza maldicente sono state sempre una piaga nella società di ogni tempo e tali resteranno:A meno che un (se volete aggiungete Voi) miracolo?

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  4. Ho letto con interesse e molta curiosità, oltre ai complimenti un grazie, un grazie perché ora so essere un'eccezione per l'uso che faccio dei social.

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