sabato 9 febbraio 2013

Un amico fidato


Foto di Elena Oganesyan

Glielo diceva ogni volta di accompagnarla.
Lo pregava -Dai, sali. Vieni con me,- gli diceva.
-Accompagnami, che il ragazzo vuole salutarti! - insisteva ogni santissima volta affacciata all’auto, dal finestrino, come una che comunichi al cliente durata e prezzo.
Aveva insistito, le prime volte, almeno, i primi mesi, forse, dopo aver stabilito che quello restava un vizio da confinare al sabato sera o in vacanza, che avrebbe dovuto evitare di farlo davanti a estranei, che avrebbe dovuto tenere per sé le sue teorie antiproibizioniste visto che ormai era una donna fatta.
Sì, una donna fatta.
Una laurea in lettere, precaria, senza figli e al giro di boa, non si capiva in virtù di cosa avrebbe dovuto rinunciare a quei due tiri della buona notte, come li chiamava lei, come li chiamava con Flora negli anni ottanta, quando dopo due ore d’inutili chiacchiere serali, si scambiavano la “buonanotte e bacetto” rollandone una.

Perché una parte di sé non voleva abdicare a quella ragazza lì, la tizia del liceo super carina che prendeva dieci in latino, quella col caschetto liscio che i giorni pari frequentava il gruppetto di fasci col vespone in via Giolitti, e i compagni da “bacio sulle labbra”, sveltina in palestra e borsa di cuoio, i giorni dispari.
Se poi balli Marley, e alla tua prima uscita sedicenne ti ritrovi i genitori fuori dalla discoteca in attesa della mezzanotte, beh, allora certe robe vanno fatte a tutti i costi. Sicuramente per principio.
Se sei lì con amici maggiorenni per il primo sabato sera estivo, e il tizio figo di Democrazia Proletaria te ne passa una, non puoi fare finta di niente. Non puoi darla vinta a quei due che stanno fuori in attesa che la loro bimba esca, e illesa.
Pazienza il controllo di alito e pupille.
Pazienza il terroristico: niente uscite per un mese.

E ogni volta che se ne faceva una era proprio lì che ritornava, al Merendero Club, a quell’estate caldissima, a Marley, a Siouxsie & the Banshees, a Brian Eno e al Dee jay super carino. Era lì che tornava, a quel senso di libertà assoluto, a quel potenziale “tutto” che nel suo caso si era rivelato un mediocre “niente”.
A ogni tiro viaggiava a gran velocità ai suoi sedici anni e allo svuotino tenero, a quel tizio dello scientifico dalla barba biondiccia e morbida, filamentosa come quella di un cucciolo di animale qualunque.

Che male c’era a respirare un po’ di quella trasgressione accanto al marito sazio: della cena, della giornata, del sesso e della vita.
Poteva almeno guardare oltre, oltre i talk show che lui seguiva ogni sera in religioso silenzio e che commentava in rete, e che come se non bastasse ripeteva come il rosario anche il giorno dopo, al bar, in ufficio, in sala mensa. Guardava oltre il telefilm e le sparatorie, oltre la cena con gli amici che parlavano solo di figli e politica e di politica e figli, senza nemmeno badare ai disegni sulle pietanze che lei portava in tavola, alle simmetrie e ai preziosi ricami di prezzemolo e origano, ai piselli, che formavano mistici mandala e che grazie a quella felicità lieve e alla letizia del cuore, riusciva a inventare.

Ed era stato perciò, anche per la serenità che le vedeva addosso ogni volta, che il marito, contrario all’uso di droghe e solo per principio, l’aveva indirizzata al figlio di un amico di famiglia.
Sicuro e discreto.
Il fatto era, che il venticinquenne universitario fuori corso aveva mani lunghe da ragazzo piene di bruciature e tagli. Gettati sulla sedia, nella camera ammobiliata al Prenestino, il ragazzo aveva jeans che andavano lavati, fuori dalla finestra scarpe da ginnastica e in faccia uno sguardo che la tagliava a pezzi. Ma soprattutto, aveva una barba bionda e morbida e l’aria determinata da ragazzo. Aveva una voce piena zeppa di frequenze basse e di allusioni.
-Che bel completo, Come stai bene, Belle calze, Ma porti reggicalze.
Aveva una curiosità da ragazzo, il ragazzo. Aveva domande che le trapassavano il cuore già fiaccato da bugie e notti di solitudine insonne. Aveva tenerezze inaspettate, incensi giapponesi e tibetani, scatoline di legno, profumi indiani, braccialetti di perline, minuscoli quaderni, gessetti colorati, fogli da disegno, libri, conchigile e sassi che tirava fuori dalle tasche di quei jeans sempre da lavare e che le porgeva tra mille sorrisi da ragazzo.

Fu la solita primavera a sorprenderla. L’aria frizzante di un tramonto di Maggio che sapeva di birra alla spina, di minigonna e uscita in moto. Poi, un imbrunire che le ricordava appuntamenti mancati con le amiche al Pub pieni zeppi di “ci vediamo dopo” che sarebbero stati disattesi: c’è sempre una luna, una spiaggia, una falò. C’è Lucio Battisti.
Fu quel “ci vediamo stanotte perché ho una cena di lavoro” del marito – peraltro avvisato -, che trattenne la donna ormai fatta a casa del ragazzo: che cucinava bio, che lottava in Piazza, che le dava e le prendeva con l’aria di uno la vita la conosce tutta. Furono i discorsi sull’esistenza che verrà e la luce nei suoi occhi a distrarla. Quei due “tiri” distesa sul divano e il rock melodico anni ottanta a far sì che nemmeno si accorgesse di quanto lui le stava addosso. Fu il vino rosso, il ponentino notturno che di tanto in tanto la faceva vibrare, lui che le infilava la mano sotto l’abito fiorito e tra la seta morbida, a far sì che si lasciasse fare. La curiosità, che il ragazzo infilava proprio lì sotto, lasciando al dopo tutta l’irruenza e il resto.

Il finale era stato già deciso da tempo, da quel chiaro mattino di qualche mese prima, quando lui l’aveva accolta, assonnato e in boxer, in quell’effetto risveglio da ragazzo di cui la donna fatta, non ricordava nemmeno più la forma.

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