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sabato 30 giugno 2012

Cinecittà chiude per sempre.


Ho fatto un sogno: che il nuovo Cda RAI, nato sotto la paternità del governo dei loden, decideva, per una questione di “rigore e trasparenza”, di bandire nuovi concorsi per autori, attori, voci, orchestra, registi, costumisti, scenografi, compositori, Maestri.
Un sogno, sì, perché appena messi gli occhi sul Mac, leggo che gli studi di Cinecittà saranno trasformati in un "resort", una spa, un centro di bellezza insomma.
Come se ne avessimo bisogno.
Ho subito rivolto lo sguardo a Fellini, che di quegli studi aveva fatto la location dei suoi sogni e a Visconti, che lì girò “Bellissima” assieme alla Magnani.
Nessuno ha mai mosso un dito perché questo nostro pezzo di storia diventasse una pubblica Accademia delle arti come in Italia, di fatto, non ce n'è.
Una pubblica Accademia per dare lavoro e un po’ più di dignità agli “artisti”, sempre più difficili da reperire soppiantati dai chi, Visconti, non l’ha nemmeno mai sentito nominare.
Perché non c’è nessuna norma in questo ambito. E solo qui, in Italia.
Le scuole di teatro, musica, cinema, trucco e scrittura, nascono dal nulla e sono promosse a scuole della Provincia o della Regione o del Comune, senza che ci sia nessun concorso di affidamento che preveda programmi, personale docente e non docente in gara, e una graduatoria soggetta a verifiche.
Per le sedi, idem. Per anni sedi pubbliche sono state assegnate in comodato d’uso a emeriti sconosciuti e senza che l’ente assegnatario proponesse un Bando pubblico e possibilmente chiaro.
Tutto passava e passa sotto silenzio e magari in periodo pre o post elettorale.
E la professione, muore. 
Non ci meraviglia più niente, lo so, però certe cose preferisco metterle in fila prima e guardarle, ogni giorno, prima che mi lobotomizzino completamente, che così impegnata a sopravvivere dimentichi di averlo detto, prima che qualcuno metta in faccia un’espressione di stupore di fronte a questo sfacelo.



Sono almeno trent’anni che gli “artisti” sopravvivono nel proprio pezzente mondo a partita iva e che il lavoro lo ottengono se stanno nel giro di Opzetek, Verdone, Giordana, Fandango, insomma, nel giro giusto.
Il sindacato ha lottato per anni per ottenere un albo, così come nel resto d’Europa.
Tornata da un lungo periodo di studi all’accademia d’arte teatrale di Amsterdam, sognavo che anche noi potessimo godere di un vero ufficio di collocamento, di sussidi di disoccupazione e di vantaggi fiscali. Stare in un “albo” avrebbe significato punteggio per i concorsi, paghe rigorosamente allineate e calcolate in base alle repliche fatte, ai contributi versati eccetera.
Ma è dalla fine degli anni settanta che l’Italia ha perso completamente la faccia, fottendosene anche di mantenere una parvenza di “rigore e trasparenza”, perciò ci rassegnammo a lasciare il mondo come stava e a vagare per provini in attesa di un ruolo secondario o come generico.

Anche all’epoca del perbenismo DC le raccomandazioni fioccavano, ma contro l’assoluta capacità, la cultura, e il curriculum, anche la raccomandazione poteva poco.
Si aveva rispetto per l’arte e lo spettatore era educato a ben altro talento.
Al sabato sera le luci brillavano per lo Show, ma a illuminare gli studi c’erano professionisti, non uno ma tanti, tutti, dagli ospiti ai cantanti, dai comici, Ave Ninchi, Paolo Panelli e Bice Valori, Aldo Fabrizi, alle soubrette come Loretta Goggi, le gemelle Kessler, Raffaella Carrà.
E l’orchestra, relegata oggi sul fondo della scena era fino a pochi anni fa al centro del palco, composta da nomi di musicisti già impressi nella nostra storia.
Alle orchestre RAI, tre, si accedeva solo per concorso. Oggi è tutto a chiamata.
Allora che senso ha che un ragazzo vada a studiare in Conservatorio?

Ognuno portava con sé un curriculum ricco di studi, palcoscenici, concorsi, un grosso carico di gratitudine figlia delle privazioni subite dalla guerra che li rendeva più umili, umani.
Sono cresciuta, e forse per questo sono così disperatamente offesa, con una tivù dei ragazzi fatta da chi ha trainato la cultura del palcoscenico italiano e di tanta avanguardia: Mariano Rigillo, Paolo e Lucia Poli, Lina Wertmuller e quel capolavoro di Gianburrasca, Renato Rashel.
Nei telefilm c’erano Tino Buazzelli, Luigi Vannucchi, Paola Pitagora, Tino Carraro, Giulio Brogi, Walter Maestosi, Regina Bianchi, Carla Gravina, Ugo Pagliai, Massimo Girotti, Rossella Falk, Paolo Ferrari,  boicottato dal pubblico per anni e solo per aver girato la pubblicità di un detersivo.
La serie dei grandi classici erano tutti girati negli Studi, scritti da sceneggiatori e autori di spicco, gente che di quel mestiere campava e a buon diritto, e che si portava dietro scenografi, macchinisti, datori luci, tecnici del suono che erano mostri di esperienza.
Manco a dire che erano flop, il risultato era un grandissimo successo di pubblico, alfabetizzazione e teatri di prosa pieni in cui tutti accorrevano a vedere la star della tivù.
Oggi, chiunque s’improvvisa attore, sceneggiatore, giornalista, autore e musicista, e il prodotto di qualità non c’è più.
Viene tutto dato in outsourcing a grandi SpA e pagato fior di quattrini, tutto denaro pubblico.
I conduttori, i cui testi sono sicuramente redatti da schiere di “schiavetti” pagati in nero, sono strapagati, così come gli ospiti. E così si taglia sul resto, si risparmia su tutto, sacrificando per l’ingordigia di uno la sopravvivenza di tanti altri.
E quindi, gli studi di Cinecittà chiudono perché nessuno ha idea di come utilizzarli.
Stanotte ho mente di fare un altro sogno, che certa gente, i nuovi fari della coscienza civile, decidano di sacrificare un po’ dei proprio cachet, per dare spazio a nuovi talenti scelti da una commissione di addetti ai lavori e tramite pubblico concorso.

Che certi grandi "esperti" mettano assieme le nostre grandi realtà didattiche, Silvio d'Amico, CSC, Conservatori e e Accademie, per costruire un grande Campus per le arti con annessi gli alloggi- che qui mancano-.
Ma naturalmente è chiedere troppo. 
Difficile che i nostri politici facciano qualcosa per il bene della comunità. 
E se non sanno ciò di cui parlo -così come immagino- compresi i giornalisti (Il fatto quotidiano), che continuano a parlare di inutile e dispendiosa difesa della "TRADIZIONE", andassero a fare un giro negli USA dove migliaia di nostri studenti lasciano spesse mazzette di dollari per studiare.
Solo gli imbecilli scambiano l'antico per vecchio e il lusso per pacchianeria. 




2 commenti:

  1. I nomi che citi, Elena, mi portano le immagini della Rai di quei tempi... Rigillo, Vannucchi, Pagliai, Carla Gravina, ecc. ecc.
    E se pensi che alcuni di loro si impegnavano anche - come giustamente ricordi - nei programmi per ragazzi... fatti con molta cura.
    E che dire dei registi, degli sceneggiatori? Io rimpiango molto, ad es., gli originali televisivi firmati negli anni Settanta da Biagio Proietti, un valente sceneggiatore-"giallista"; soprattutto ricordo che alcuni suoi lavori (e non solo i suoi) evitavano giustamente i finali consolatori e "deamicisiani", che impazzano invece nelle "fiction" odierne. C'era un po' più di coraggio nel raccontare il "lato oscuro" della realtà, nonostante quella fosse - in teoria - una "Tv di Stato" e monopolista (ed era anche incline ahimè alla censura). Ora che c'è la "libertà", mi sembra ci sia da un lato meno professionismo, come giustamente scrivi (recitazione approssimativa, da "filodrammatica" o peggio da recita scolastica; regìa "improvvisata"; sceneggiature senza coraggio e "conformiste"; nelle "fiction" ambientate nel passato, la ricostruzione storica è spesso pietosa e i personaggi vengono fatti parlare come gente di oggi, con imbarazzanti e frequentissimi anacronismi; ecc. ecc.) e dall'altro l'appiattimento su "format" fatti in serie, con "happy end" forzati e obbligatori.
    Ogni tanto mi càpita di ricordare frammenti di "quella" Rai, e mi vengono in mente certe cose dirette da Gregoretti (chapeau!), ad es. un intelligente varietà televisivo dal taglio originale che mi fece conoscere per la prima volta il "molteplice" talento dell'allora poco noto Gigi Proietti, che poi s'è un po' perso per strada (il varietà si chiamava Sabato sera dalle 9 alle 10).
    O ancora, per fare un altro esempio... avevo un vago ricordo (ero troppo piccolo quando andò in onda) di una specie di "docu-fiction" su un maestro di scuola nella periferia romana; anni dopo ho scoperto che si trattava del Diario di un maestro di Vittorio De Seta (chapeau!), interpretato da Bruno Cirino e da "veri" ragazzini di Pietralata...
    Si potrebbe continuare all'infinito, volendo...
    Concordo insomma al cento per cento con ciò che hai scritto nel post.

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  2. caro Ivan, grazie per i tuoi commenti che aggiungono sempre tantissimo. Vero, Gregoretti era un grande. ma anche la Candid Camera di Nanni Loi: irripetibile. A volte mi sento una vecchia zia nostalgica ma ho l'obbligo di tenere sempre presente che in tanti non sanno nemmeno ciò di cui parliamo, ricordare, o rendere noto che prima, e solo 30/ 40 anni fa la nostra televisione produceva roba di altissima qualità credo sia importante.
    Grazie ancora e buona estate.

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