sabato 6 novembre 2010

Every breath you take


- Luca –
Quella voce impastata irruppe dal buio nella mente dell’uomo che stava nell’ombra, immobile, e si disperse lentamente nella stanza e a fatica tanto l’aria era densa e pastosa di odori e dubbi.
Ma Luca non aveva voglia di parlare e la verità era che non ricordava nemmeno il nome di quella donna e per quale motivo fosse ancora lì a infrangere quel solido silenzio con la sua voce acuta: forse si era addormentato.
La guardò con attenzione e le sorrise distrattamente. Gli occhi nocciola e i capelli di un biondo indefinito gli ricordavano una Simona o una Monica, anche se non capiva il perché di quell’assonanza.
Rollando una sigaretta rifletté sul fatto che di certo qualche Simona o Monica erano ben nascoste nelle pieghe della sua memoria opacizzata dalla birra e dalla fatica delle partite a calcetto del venerdì, per non parlare poi di quanto fosse complicato ricordare, ora che tanti mega bit della sua memoria erano stati occupati da anni di serie di campionato di A e B, dalle andate e dai ritorni, dalle Champions League e dalle Europa League.
E dal lavoro.
Il solito lavoro dove fatichi come un mulo per trovarti una volta l’anno in un villaggio vacanze con una cinquantina di salesman come te, alcuni più alcuni meno sfigati di te ma tutti, indistintamente, con una voglia assurda di dimenticare qualcosa a ogni costo.
Certo sì, era possibile dimenticare.
Di sicuro gli ricordava una Monica del liceo, la solita inarrivabile, la più in alto di tutte, quella che non ti togli dalla testa nemmeno quando arriva il vespone nuovo di zecca e nero come regalo per i diciotto anni.
Quante volte l’aveva sognata, e in che modo poi.
E voltò leggermente la testa regolare dalla mascella giusta per guardare la donna sconosciuta che restava distesa, lo sguardo assente, sicuramente fuori da li, oltre quel buio artificiale, distante da quella notte balorda e incosciente. 
- Chissà cosa penserà Giovanna- si chiedeva quella forse Simona o Monica, cercando anche lei dietro la coltre di suoni e colori della serata il bandolo della matassa.
- Sì, quei capelli sembravano oro - e Luca scostò la tenda pesante che impediva la vista del sole, che alto e luminosissimo li aspettava da ore, e ne ricordava adesso anche l’odore di quei capelli, ora che il sole li scaldava, lì sulla nuca, dove la peluria leggera nascondeva pudica la pelle leggermente brunita dal sole dell’estate appena passata.

-Luca…- e di nuovo dal buio una voce presente frantumò quello strano ricordo così lontano da non trovare alcuna ragione del perché fosse lì proprio quel mattino di Settembre. 
E guardò con attenzione quella tarda mattinata dalla luce calda ma già vicina ai pomeriggi oscuri dell’autunno quelli in cui ragazzo, si fermava sotto il tunnel della stazione o dietro il campo da calcio a baciare una ragazza, una qualunque da massacrare di richieste insistenti, da stancare fino a farla cedere per un’estasi che dura un minuto soltanto o poco più.
-Ti preparo un caffè- disse alla donna abbandonata sul letto, risvegliato dal fruscio di una foglia del ficus che dopo aver a lungo e lentamente ondeggiato nell’aria densa, era finita sul pavimento anche lei vittima di quel torpore.
Si avviò lento verso la cucina seguito dallo sguardo più attento degli occhi nocciola della donna che ripensava alla serata, alla nausea che non le dava la forza di alzarsi e al nome dell’uomo che le stava davanti -Luca?- e la domanda si fece, questa volta, assordante.
E Luca rimase immobile davanti al lavello pulito e lucido, attonito. Dal frigo lo guardavano  i mille magneti souvenir, l’odore della polvere di caffè di prima qualità aveva avuto il tempo di disperdersi nella piccola cucina ordinata, concedendosi qua e là fra le boccette ordinate e lucide degli aromi e dell’olio biologico, gli integratori alimentari e gli alimenti macrobiotici.
Gli occhi sottili dell’uomo che guardavano ancora di là dal vetro, ebbero un inaspettato moto profondo, impercettibile a occhio nudo.
Ora tutto produceva un rumore più significativo, anche il pensiero, e la voce della donna riecheggiavano nella mente rimbalzando fra i meandri della memoria, fra quei pochi mega ancora liberi dalla pesantezza e dal volume di tutta quella vacuità.
Luca mise la vecchia caffettiera della nonna sulla fiamma di quella cucina calda e posò di nuovo lo sguardo sul poco cielo che si ritagliava spazio fra i palazzi di un quartiere dormitorio alla periferia di Roma. Amava guardare il mondo attraverso i fasci di luce, fra i mille asteroidi del microcosmo che impazziti e rapidissimi, attraversano quel pezzo di apparenza soggettiva che chiamiamo realtà.

Quel punto interrogativo alla fine del suo nome aveva creato in lui una specie di spavento improvviso e quell’ordine così personale aveva dissipato ogni dubbio: non ricordava più cosa significasse sentire il nodo alla gola, provare l’ansia crescente dell’incontro, contare le ore e senza domandarsi il perché.
Ed era stanco di parlare con la “lei” di turno evitando di chiamarla per nome, lontano da lui il pensiero di chiamarla “tesoro” o “amore” lontano da lui qualunque pensiero che non fosse l’innato e sano desiderio maschile che al massimo della passione, in un uomo intelligente, non è che curiosità.
Ora che lei non lo guardava più, intontita dal ricordo ovattato di quella seduzione veloce fatta di pochi sguardi e una larga intesa al terzo calice di rosso opaco e pesante, lui la volle di nuovo: vederla così, disfatta e gonfia, calda e intrisa di umori lo fece eccitare.
Pregustando l’orgasmo mattutino, aspettò che uscisse il caffè.
Eliminò rapidamente la foto sbiadita di Monica la liceale dai capelli color miele e rimosse prontamente la nostalgia per l’amore ideale, tirò fuori dalla scatola un preservativo. La donna fu felice di mischiare il suo aroma di caffè con quello di Luca che sprofondava adesso abile e forte in quella solita leggerezza, fra i sospiri acuti di lei, i suoi capelli imbrigliati fra le dita e gli occhi nocciola nel buio a cercare ancora un perché.
Le note di una canzone che chissà perché gli dava tanta emozione frenavano il suo impeto maturo mentre la voce ripeteva –Every breath you take and every move you make Every bond you break Every step you take, I'll be watching you- 



3 commenti:

  1. 'Amava guardare il mondo attraverso i fasci di luce'

    RispondiElimina
  2. è strano ma questa parte colpisce sempre gli uomini... devo fare uno studio o una ricerca.

    RispondiElimina
  3. sarà che amiamo il mondo attraverso i fasci di luce. Ciao Elena

    http://www.flickr.com/photos/magomalvagio/3213073509/lightbox/

    RispondiElimina