venerdì 8 maggio 2015

Lettera a un amico (lo stesso)

Non sai quanto profuma questo Maggio, amico mio.
Le rose mi si offrono dai cancelli delle ville, si affacciano ai muri di cinta mostrandosi senza cautela, impavide, pallide o vermiglie, a stelo lungo o rampicante, i petali gualciti, spettinate come zingarelle o perfettamente aperte, ormai mature, pronte a sfiorire seppure ancora così odorose, come me orami rassegnate a mostrare di sé un bocciolo nudo e ormai privo di attrattiva.
Ma io continuo a essere qui per te. Ad amarti di un amore che non ha bisogno di contropartite, rassegnata al tuo silenzio, in contemplazione di qualcosa che non capisco. Sono ostinata, lo so.

In questi mesi di alienazione dal mondo ho avuto modo di riflettere con calma e, dopo tanto affanno, la distanza coperta da questa mia corsa mi sembra del tutto irrisoria.
Sto ferma. Almeno apparentemente.
Non esiste un approdo sicuro, non c’è nessun obiettivo da raggiungere, o comunque, non per chi si pone troppe domande.
Si vive per noi stessi e per pochi intimi cui nemmeno abbiamo bisogno di dimostrare qualcosa. Che ci amano già per come siamo. Gli altri, tutti, sono troppo distratti a rincorrere facili guadagni e, nel chiasso che li circonda, non si accorgeranno mai che stiamo parlando e dicendo, forse, qualcosa d’interessante.
Individualismo e materialismo ci hanno reso bestie ottuse.
Io prendo tempo riguardando tutti i miei errori e, con i passi falsi, troppi, e gli inciampi, continui, monto la mia coreografia più bella.

Nulla ha più un senso.
Non per me che ho sempre pensato all’arte come a un contributo all’umanità intera piuttosto che un successo personale.
Guardo il lago immobile, il cielo che in esso si riflette e lo spettacolo che ogni giorno mi offre, sempre diverso, non mi lascia mai indifferente.
Da quando ho guardato i binari della metropolitana come il richiamo più suadente che l’esistenza mi avesse riservato, da quando cioè sono fallita perdendo tutto in un colpo solo, non possedere più niente e dover ricominciare da zero continua a sembrarmi un’impresa più che allettante. E tutto, sì, proprio tutto, è diventato importante. L’uomo sulla barchetta e il randagio, il gatto nero che mi spia e il cespuglio di margherite che lo nasconde, l’avvicendarsi delle stagioni e il calare della sera. Ogni inezia ha assunto un senso. Ogni esistenza è unica.

Non so verso cosa stiate correndo.
Vi guardo e mi domando quale sia l’obiettivo di questo affanno verso la celebrità se non un puerile inganno del tempo. Un tempo perso dietro a progetti andati in fumo e aspettative disattese che nessuno potrà restituirvi.
Ho avuto giorni e giorni di prove per un debutto che non ci sarebbe stato mai, perché il copione cambia sempre all’ultimo minuto, e come nel peggiore degli incubi mi sono ritrovata al chi è di scena senza sapere neppure se mi trovassi in una commedia o in un dramma. E allora ho dovuto improvvisare aggrappandomi a tutto ciò che da sempre mi riesce facile se non bene.
Le mie esistenze passate, il teatro, l’imprenditoria e tutto quell’amore inventato, hanno consumato il mio tempo.
Sì, certo, mi rimane l’esperienza.

A proposito, non mi hai mai detto con franchezza che cosa pensi di me e della mia scrittura. Nei nostri brevi incontri nel tuo ufficio e durante le telefonate, le mie, sono sempre io che colmo i silenzi che le tue brevi risposte si lasciano dietro.
Cosa resterà del nostro incontro e perché c’è stato me lo domando spesso.  
Ti sogno ancora, ti sogno mentre ti domando di te e della tua vita durante intimi slanci di tenerezza di cui non saprai mai se non attraverso queste brevi righe che non leggerai mai.
Rido.
Ridi anche tu qualche volta, se puoi.



2 commenti:

  1. Rido, Elena...
    Ridi anche tu qualche volta, se puoi.
    ciao... Silvano

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  2. Rido sempre, garantisco. da quando non ho più l'aggressività da social sto una favola. mi sposo tra pochi mesi, nel frattempo colpivo la terra, un pezzettino. e rido. :D

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