mercoledì 22 maggio 2013

La punizione


Foto: zvelosolex, H. Cartier Bresson

Glielo aveva detto di non tirare troppo la corda.
Dopo alcuni mesi era anche scomparso, e con un che d’infantile tipico di tanti maschi di potere, l’aveva prontamente bannata da tutti i social network.
Lui, un intellettuale di una certa levatura e fama, non poteva permettere certe alzate di testa.
Lei, aveva creduto gli fossero spiaciute certe foto oscene che gli aveva inviato tanto per alzare il prezzo. Per un cattolico di destra, si era detta, per uno con due matrimoni alle spalle e otto figli, forse, era troppo.
Invece era successo l’opposto. Quelle foto gli avevano tolto il sonno, e la sua impertinenza soprattutto, la sicumera con la quale gli si era rivolta nell’ultima mail, l’aveva fatto imbestialire del tutto, facendo sì che certe promesse di multipli orgasmi, svanissero del tutto tra rabbia prima e indifferenza poi.
Si erano rincontrati per caso molti mesi dopo.
Erano destinati, non c’era dubbio, e così dovevano aver pensato entrambi. Per la verità si erano urtati davanti a una libreria in centro, dove si teneva la presentazione di un saggio di un economista che conoscevano entrambi. Erano nel bel mezzo di un temporale estivo e lei per poco non gli aveva infilato l’ombrello in un occhio. Dopo averla riconosciuta, si era subito voltato dall’altra parte.
Così, in libreria si erano seduti lontani tenendosi d’occhio con la massima indifferenza.
Lei era single, piuttosto bella e soprattutto equilibrata: questo doveva aver pensato l’uomo, che non aveva alcuna intenzione di finire tra le grinfie pericolose di un’isterica a caccia di buoni matrimoni. D’altra parte, l’accordo era stato da subito quello di un lauto pagamento da concordare una volta in albergo, da calcolare in base alle capacità di lei, alla durata e al tipo di prestazione offerta.
Il problema era che lui le piaceva anche per la sua testa, era stato perciò che aveva preso tempo sperando almeno in una cena romantica o in una passeggiata notturna sul lungofiume. Una testa da fascista, certo, dei modi da ex picchiatore, forse, il livore tipico del bigotto che nasconde putridume d’altri tempi.

Così, al termine di quella presentazione alla quale aveva partecipato solo per farsi vedere, e dopo essergli corsa dietro per quasi metà di via del Corso, l’aveva fermato.
Dai, vediamoci!, gli aveva detto in un sorriso pentito. Da lì, esattamente a pochi centimetri dalla sua giacca di lino color caffè, aveva percepito un odore di camicia apprettata e lucido da scarpe, aveva osservato a lungo il viso rasato di fresco, le rughe, orizzontali e ben marcate sulla fronte, le labbra scure e leggermente serrate per l’imbarazzo.
Certo, le aveva risposto lui riprendendo a camminare a passo svelto.
Ma dove?, E quando?, aveva continuato a dire la donna standogli dietro come un cagnolino di piccola taglia che arranca dietro un padrone frettoloso e incurante.
Purtroppo stava già in basso. Lui aveva fatto scendere il suo prezzo e lei gli si sarebbe concessa col 70% di sconto.
Non era sua abitudine fare marchette, cioè... tre o quattro l’anno se capitava potevano far comodo. Alcuni diventavano appuntamenti fissi e si accontentavano di lunghe chiacchierate da mariti stanchi. Niente di che.

Ma lui gliel’aveva detto di non tirare la corda e stavolta, forse, la donna avrebbe fatto meglio a cambiare direzione e a fidarsi del proprio istinto, ad andare dall’altra parte del Tevere e tornare indietro.
Invece no.
In certe cose era come un maschio. Diventava curiosa e basta. Voleva vedere, scoprire, guardare cosa si nascondeva sotto la camicia stirata con sapienza, carezzare con la lingua la cicatrice che l’uomo aveva sul cuore, e che aveva intravisto tra i bottoni quel pomeriggio di pochi giorni prima, sotto la pioggia, in quel parlare pieno di pause e ritrosie sciocche. Voleva leccargliela a lungo e con amore quella ferita sottile.
Arrivata in piazza Zanardelli svoltò per via dei Soldati e poi per via dell’Orso.
A quell’ora del pomeriggio non girava un’anima, soltanto i suoi passi battevano sui sanpietrini in modo irregolare, e per evitare che il tacco ci finisse dentro, saltava da un lato all’altro della strada come una bambina che giocasse a campana.
Citofonò: troverai una sola targhetta senza nome, fai due squilli. Così le aveva detto e così lei aveva fatto.
Il portone si aprì: terzo piano, le disse, e riagganciò.
All’interno dell’androne buio faceva freddo. Una bicicletta legata a una grata di ferro e la luce fioca che illuminava appena le scale pendendo da vecchi fili pieni di ragnatele, le fecero subito un buon effetto. Le piacevano le case non ristrutturate che sapevano un po’ di muffa e di karma stantio, di storie.
Per non arrivare alla porta con il fiatone e con in faccia l’ansia del desiderio salì i gradini con calma. Quando bussò la porta si aprì appena, attese qualche istante che qualcuno la ricevesse, poi si fece coraggio e attraversò la soglia.
L’appartamento era al buio e appena ristrutturato. Si sentiva ancora l’odore di smalti, vernici e colle.
C’è nessuno?, disse portando la sua voce scura fino alla fine del corridoio.
C’è nessuno?, ripeté mentre rigirava la fibbia della cintura sottile che le stringeva la vita dell’abito di cotone leggero.
Vai così, che vai bene... disse la voce che proveniva dall’ultima stanza.

Era solo un’ombra. Un’ombra massiccia e severa seduta su una poltrona in un angolo. Non c’era nessun letto, soltanto quella poltrona e, al centro della stanza, una sedia di legno e paglia con sullo schienale delle corde. C’era anche una lampada a stelo, un liberty originale di ottone e vetro smaltato rosso e nero.
Accendi la luce, le ordinò l’uomo accavallando la gamba.
Lei lo fece.
Ora slacciati l’abito. Con calma se puoi, partendo dall’alto.
Da una parte si sentì fiera per quella scelta: un classico anni cinquanta, semplice e femminile con tanto di colletto tondo, smanicato e senza fronzoli, però aveva anche paura, temeva di non piacergli, che quelle foto fatte sotto una luce veramente giusta avessero eliminato i difetti naturali di un corpo quarantenne, e che a vederla così, invece, sotto una luce bianca, potesse fargli un effetto diverso, che potesse sembrargli meno “succulenta”, così come più volte l’aveva definita dopo l’invio di qualche scatto.
Rimase in attesa in quel cerchio di luce con l’abito aperto, mostrandogli un corpo quasi perfetto, non fosse stato per la muscolatura da ex ballerina e alcune cicatrici che brillavano sotto la luce artificiale della lampada.
Adesso vieni qui e portami quella corda.
Le indicò una corda sottile, ce n’erano altre più spesse e ruvide e altre, di diversi colori, che sembravano fili di seta.
Portala qui, ripeté l’uomo sporgendosi dalla poltrona e mostrandole una sagoma scura in cui erano appena riconoscibili il profilo severo e l’attaccatura dei capelli, alta sulla fronte ampia e abbronzata.
Lei gli porse la corda, ma non vide che lui le faceva cenno d’inginocchiarsi, infatti, le afferrò il polso fino a farla gemere.
Se sei venuta qua per farmi incazzare vattene subito!
No, no ti prego!, si affrettò lei in un respiro.
Va bene, allora voltati.
Così fece, e attese che le stringesse la corda ruvida attorno ai polsi, dietro la schiena.
Poi la voltò prendendola con malagrazia dal braccio magro e la mise in ginocchio.
La donna spalancò gli occhi chiari cercando di capire almeno che espressione avesse. Invece, ascoltò il metallo della cintura dell’uomo allargarsi appena e il cuoio frusciare, poi la cerniera scorrere lentamente e fermarsi in un punto esatto.
Fai il tuo lavoro adesso, puttanella.
E si tirò indietro appoggiandosi alla spalliera portando contemporaneamente la testa riccia di lei sul suo cazzo in erezione.

Era esigente esattamente come se l’era immaginato. Severo e duro. Imperturbabile alla vista delle lacrime opache che le rigavano il viso arrossato dal caldo e dall’eccitazione, da tutto quello sfregare e mandar giù ogni volta un po’ di più senza mai sollevare la testa, ingoiare, respirare o opporre le mani, che legate dietro la schiena non trovavano pace nel tentativo di una liberazione.
La tenne così per un tempo lungo, lunghissimo, tutto quello che gli serviva a godere tra frasi oscene mormorate e urlate sul suo bel viso.
Infine l’uomo si alzò e la tirò a sé per un braccio, le infilò la lingua calda nella bocca e la palpò a lungo e con gusto.
Si sistemò con calma e contò, depositandole sul davanzale di marmo della finestra, sette banconote da cento euro.
Ti è andata bene mi pare. Le disse standole di spalle. No?, aggiunse in quello che lei immaginò un sorriso.
Adesso vieni qui: ora arriva la punizione.
La donna era confusa e non capiva. La punizione? Quale? E perché? Si disse e gli disse.
La punizione per avermi fatto aspettare troppi mesi, per essere stata una vile troietta che se la tira, una piccola puttanella recalcitrante agli ordini.
Spalancò la porta di uno sgabuzzino buio e con forza ci spinse dentro l’amante. Aprì poi un temperino che brillò nel buio, e lo poggiò sullo scaffale più alto di quella che doveva essere una libreria usata dagli operai per poggiarci attrezzi e vernici.
Lei fece per uscire, ma lui le bloccò il passo con un gesto così brusco da farla cadere in terra.
Quando e se ti libererai, le disse ancora, dovrai cercare la chiave della porta blindata. Questo sarà il nostro nascondiglio, qui nessuno verrà a cercati.
Sentì i passi dell’uomo allontanarsi, aprire la porta pesante e aspettare un attimo, poi sentì la porta chiudersi e la chiave girare più volte.

Così, si disse la donna nel buio, avrebbe potuto ricattarlo anche per sevizie. Era un intellettuale, un libero pensatore come si definiva spesso, non un investigatore: il suo vecchio minidisk anni novanta nascosto nella borsa aveva sicuramente fatto il suo dovere registrando anche il minimo respiro. 

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