giovedì 28 aprile 2011

Teresa e certa letteratura.


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«Vieni! Di qua!» sento che mi chiama dal fondo del corridoio, dal piccolo salotto che guarda i tetti di Roma che oggi è grigia, che non vuole proprio saperne di parlare di resurrezione, di uova colorate e di fave e pecorino da mangiare all’aperto, magari sul lungolago all’ombra di qualcosa.
Lascia sempre la porta d’ingresso aperta la mia amica Teresa, come se le parole che più volte ho pronunciato, e lentamente, sui pericoli del mondo fossero volate via dalla finestra, uscite dalla porta come ospiti indesiderati, quasi che la purezza che abita il suo piccolo mondo rosa confetto non temesse nemici né sconfitte.
Arrampicata su un’instabile scaletta tiene fra le dita smaltate verde smeraldo grossi volumi che fa precipitare dal quinto scaffale, uno per volta, come poveri corpi senza vita: patapunf!...
«ma... Teresa...»
«Teresa è stanca!» urla senza guardarmi.
La guardo sorpresa: ha tirato fuori anche il vecchio “chiodo”, e l’ha indossato, come se quell’operazione richiedesse un particolare look, come se avesse necessità di recuperare una certa forza adolescenziale, l’incoscienza dei suoi diciotto anni a Londra forse, per mettere in atto quel suicidio collettivo, quella soppressione di massa che, al momento, ancora non capisco.
Guardo i volumi, alcuni sono già a pezzi altri mi guardano morenti, spalancati, come bocche che chiedono aiuto, è una donna senza pietà, sembrano dire, e un poco li capisco.
«Nemmeno sono rilegati come si deve!» mi fa per rafforzare l’idea che già mi sono fatta.
«Possiamo dire in questo caso che significato e significante coincidono?»
«Coincidono sì!» le urlo mentre ancora altri libri precipitano verso il basso.
Non ci vuole ripensare, non vuole mettere in atto nessuna pietà, nessuno fra quei volumi sarà risparmiato dalla carneficina, dal rogo che Teresa ha deciso di appiccare stamattina su in terrazza: nessuno di loro abiterà più il quinto scaffale della sua grande libreria, nessuno la guarderà urlando leggimi!
La porto in cucina e provo a parlarle ma non ne vuole sapere, non vuole nemmeno provarci, e non ci pensa proprio a regalarli alla parrocchia di fronte casa e nemmeno a buttarli nel cassonetto della carta -Oddio! Non sia mai qualcuno li trovasse!-.
Torno nel piccolo salotto arredato che pare una casa di bambola ottocento, pizzi e trine che sbordano ovunque, testimoni inorriditi di quel repulisti pasquale definitivo e crudele.
Mi dice che adesso i suoi autori avranno più spazio, che i suoi giganti devono respirare, avere aria pulita attorno, quasi fossero vivi e umani, come se la polvere prodotta da quei volumi già relegati in alto potesse in qualche modo danneggiarli, contagiare i personaggi che lei ama e l’hanno fatta piangere, come se certi luoghi comuni potessero in qualche modo cambiarne la storia, deviare il loro comune e spesso tragico destino, portare altrove certe decisioni necessarie, quasi che il desiderio di un lieto fine e l’appiattimento diffuso, potessero contagiare anche loro!
Pensa ai gerundi, alle subordinate, a certi giri di parole necessari, all’uso della lingua non contaminata di continuo dal dialetto, alla complessità dei periodi e al senso nascosto delle cose e allora mi guarda e dichiara, in un lungo sospiro, di non voler tornare indietro.
Guardo quella piccola collina di pagine scritte e un poco la capisco.
Terry è stanca dei “casi editoriali”, di certo autobiografismo sterile, della letteratura ridotta a cronaca di una realtà già abbastanza noiosa e misera.
Terry è stufa di frasi brevi e semplici, di un senso troppo comune, dell’abuso di storie a effetto, non ne può proprio più di certa scrittura che insegue la moda, che si piega a essere semplice a tutti i costi, che fa finta di avere un senso profondo, che come una donna liftata ci sorride poco autentica dalle vetrine delle librerie che hanno tanto l’aspetto di supermercati.
Da oggi Teresa non vuole sapere più della letteratura scontata in ambo i sensi, quella fine a se stessa, quella che non aiuta nessuno, di parole e storie quasi mai risultato di un’urgenza. Quella roba non può abitare più i suoi scaffali, nemmeno quelli lì in alto.
«E’ soffocante!»
«E’ inutile!» aggiungo io e l’aiuto, porto fra le braccia e fin su in terrazza quei pesi inutili, quella roba mai letta o letta per sbaglio, distrattamente, tanto per rendersi conto di dove stiamo andando!
«Sono contraria alla deforestazione» mi dice Terry mentre appicca il fuoco e si sfila il chiodo foderato rosso fuoco «ecco il solo calore che certi romanzi riescono a produrre!»
È spietata sì, ma non posso proprio darle torto.


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