sabato 26 marzo 2011

PENNA ROSSA - 16° e ultimo episodio


Il ragazzo insisté e le bastò dare un’occhiata al biglietto per capire che aveva bussato alla porta giusta.
Le gambe, però, non poterono non tremare davanti all’iniziale maiuscola del suo cognome: una “d”, così grande e rotonda da far girare la testa.
E la vista non volle evitare di dileguarsi in quel modo, a tratti, tanto che le sembrava di essere in un action movie fra i più psichedelici e rumorosi girati negli ultimi anni.
Non poté non inumidirsi più e più volte le labbra, piccole ma non troppo sottili, a causa della salivazione che si era fatta all’improvviso latitante.
Ma, subito, quel profumo le suggerì di aprire di nuovo gli occhi e di guardare: era lo stesso, era l’identico profumo che aveva sentito quel giorno nel Kent, lo stesso di cui, inutilmente, gli aveva scritto appena un mese prima sul solito file che, quella volta, non finì nel cestino ma fu cancellato partendo dal basso, iniziando dall’ultimo punto per arrivare sino in cima.

Sei come quel papavero bianco, sì, Marina, proprio quello che stai guardando in questo istante...
Il resto, lo sai.

E non poté proprio evitare di ridere e piangere, come se tutto l’universo mondo si fosse manifestato in quell’attimo, lì dentro, in quei sessanta metri quadri e un piccolo soppalco nel centro storico di Roma, proprio davanti a lei e alla sua gatta.
E non le parve possibile, e pensò anche a uno stupido scherzo ma la grafia, quel biglietto azzurro pallido e la firma non lasciavano spazio a equivoci o dubbi.
Sedette sulla poltrona rossa che Pepe le aveva ceduto, distratta dall’inconsueto e anche per lei sorprendente omaggio floreale, e cominciò a svolgere la carta, rossa, che lasciò cadere sul pavimento, e rimase in silenzio il tempo che quell’emozione prendesse la forma di un pensiero qualunque.
Le sue domande, tutte, avevano trovato risposta, perché, pensava, l’amore si sente.
Ora ne aveva la prova.
Marina non l’aveva visto prendere quel pesante volume dalla libreria, stirare la schiena al massimo e sedersi alla scrivania. E Davide, lui non sapeva che lei, in quel preciso istante, gli stava scrivendo, e proprio del Kent di cui lui guardava la guida, di quella magnifica giornata spesa a contemplare il cielo, a parlare per delle ore e senza essere interrotti.
Così come, in realtà, la sentì arrivare quella sera in cui Marina attraversò, rasente il muro, il vicolo freddo, negando a se stessa le promesse fatte, le denunce, l’odio della moglie, e volle spiarlo e stare in ascolto, e lui la cercò nel buio, e Freud, che aveva alzato appena il sopracciglio, era rimasto in attesa di una risposta, di un urlo o di parole spietate e invece la sentì prendere fiato e correre via, come una ladra.
E così sempre, per anni, il loro era stato un sublime parlare fatto di segni, di frasi mai pronunciate, di nostalgie improvvise e di fughe.
Due monologhi non scritti, recitati in due diverse città e teatri e che dicono le stesse parole e hanno gli stessi movimenti.
E quel segno, effetto manifesto di una causa latente, effetto naturale di mille notti di insonnie e pensieri, si era fatto fiore per mostrarsi a lei, in quel pomeriggio di vento di scirocco, umido e piovoso.

La verità, però, era un’altra e non poté fare a meno di guardare il foglio lì disteso sul suo affezionato scrittoio; la verità era che il suo sottotesto era ben diverso da quello romantico del Professore, e raccontava un’altra storia, quella di una scaltra studentessa, di un’arrivista di provincia che lo aveva pedinato una notte di pioggia per farsi assumere come assistente e che gli era rimasta accanto, fedele, solo per ottenere la sua completa fiducia e stima profonda. E quella verità, adesso, non aveva più bisogno di palesarsi e doveva restare per sempre rinchiusa fra quelle mura.
Marina non aveva più bisogno di sbatterglielo in faccia il suo punto di vista, di tranquillizzare il vecchio Freud con il suo disincanto, la freddezza che aveva rinchiuso da qualche parte pietà e compassione per fare posto a un obbiettivo solo: una buona posizione, il posto di assistente, magari il matrimonio.
Le vennero i brividi al pensiero di come, questa volta, il caso l'avesse aiutata: se solo avesse spedito quella lettera poche ore prima, avrebbe buttato via cinque anni della sua esistenza, cinque anni di vita monacale in attesa di un suo cenno, di pensieri intensi, di parole che rimanevano, poi, nel chiuso di quel buco di casa.
Chiunque avrebbe lasciato perdere, nessuno al mondo avrebbe resistito in quel letargo monomaniacale su cui si reggeva quella finzione assurda!
Il Professore, dal canto suo, era stato per anni a guardare, impaurito e incerto.
Sapeva che il suo fascino ora risiedeva solo lì dove concepiva studi e ricerche, il suo appeal era ormai nella sua fama, e voleva essere certo di trovare una compagna sincera per la quale valesse la pena dare il ben servito alla sua seconda moglie. Cercava una donna parsimoniosa il Professore, attenta e così forte da sopportare il suo carattere che, con la vecchiaia, sarebbe andato di sicuro peggiorando.

Affatto pentito di quella scelta, impaziente di leggere la risposta di Marina e di godere di quella felicità che credeva ormai dimenticata, Davide accarezzò Freud e rivolse lo sguardo fuori, verso un cielo che doveva essere chiaro: le foglie del rampicante iniziavano a gonfiarsi di linfa. Bastava aspettare.

CONCLUSIONI

Da qui in poi non credo che valga più la pena di sapere, raccontare e soffrire assieme al Professore. Perché è chiaro che pagherà i suoi silenzi, tutti, e anche le continue provocazioni.
Avrei potuto ipotizzare una Marina non così cinica da slacciare la cintura dei suoi pantaloni solo per farlo con il cordone della borsa.
Bastava che si accontentasse di quella vittoria, si saziasse dell’inaspettata confessione.
E il dubbio mi ha tormentata a lungo e, indecisa, avrei optato anche per un doppio finale.
Ma questo è un Blog, e questo racconto è nato per gioco, pieno di contraddizioni, periodi da rivedere, caratteri da approfondire. Sono appunti, idee che sviluppo altrove, immagini.
Marina conclude la sua esistenza nella mia vita, mettendo via la maschera e lasciandomi dell’amaro in bocca.
Desideravo che facessero l’amore almeno una volta e, chissà, Marina avrebbe anche potuto cambiare idea: sicuramente l’aveva amato, se così non fosse, lui non avrebbe mai ceduto.
Ma mi ribello all’amore tradito, alla dedizione punita e all’affetto ignorato.
Non posso più cedere a certi comportamenti maschili provocatori, al sadismo che prende d’un tratto l’uomo quando si sente necessario e troppo amato.
Qui, e per una volta nella mia vita, la vittima mette sotto scacco il carnefice. Davide l’ha usata per anni e su di lei ci sì è quasi pulito le scarpe e voglio –perché posso- che la situazione si ribalti.
Nella realtà, purtroppo, non mi è possibile fare altrettanto, non sono mai stata in grado di agire per opportunismo o di mettere fine all’amore, quello ambiguo e mentale, l’unico che veramente mi attragga, perché sembra il solo di cui riesca a nutrirmi, anche se mi squarcia il petto.

1 commento:

  1. Interessante qui il rapporto fra narratrice e personaggio, che utilizza lo strumento del blog per esplicitare la "decisione programmatica" di concludere in un modo piuttosto che in un altro.
    In effetti io ho sempre pensato che la "conclusione" di un'opera (racconto o altro) sia sempre qualcosa di artificioso, fittizio; la ricerca di una ricomposizione dei fili del racconto, o di un "effetto sorpresa", non mi ha mai soddisfatto del tutto - o di ciò che suona "programmaticamente" ed enfaticamente come conclusione: quello che in musica si esprime con i due classici accordi finali dominante-tonica: zan-zan! Tanto è vero che amo particolarmente la soluzione trovata da alcuni musicisti "minimali", cioè la non-conclusione sul levare, quando la musica sembra interrompersi di colpo, senza un motivo particolare; o, in alternativa, mi va bene anche la conclusione "sfumata", del suono che si smorza lentamente ma inesorabilmente.
    Il guaio è che queste soluzioni musicali sono di difficile applicazione nella narrazione, specie perché il lettore-tipo le rifiuta (ancora).
    Insomma, per questi e altri motivi, mi interessano soluzioni alternative come quella che usi in questo blog-racconto.
    E forse d'altra parte, rispetto al racconto di certi sentimenti sofferti e contraddittori, non ci può essere "la" conclusione ottimale. Perché hanno dentro di sé la condanna del ricominciare (altrove) nonostante tutto.
    Ivan

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