venerdì 4 marzo 2011

PENNA ROSSA - 14° episodio


Sono tre giorni che il cielo grigio non mi dà tregua e così, come si addice alla mia indole, ho sfidato la pioggia fitta e sono andata a comprare delle rose: quelle bianche, quelle che piacciono anche a te, quelle piccole che durano tanto.
Clara, la fiorista di Piazza del Fico, mi ha detto che solo ieri sei passato a comprarne due mazzi. Mi ero raccomandata con Laura che le comprasse tutti i venerdì mattina, le avevo detto anche dove.
Se ne dimentica sempre, lo so.
O forse non erano per te? Forse le hai comprate per tua moglie o per la tua nuova amante. Beh, non ci sarebbe nulla di strano.
Non mi hai mai detto grazie abbastanza, lo sai.
Ricordi nel Kent, quando mi portasti a visitare il castello di Vita Sackville-West? Ricordi che ogni giardino era composto da diverse specie ma dello stesso colore? Vorrei sentire ancora quel profumo.
Quel giorno ci illuminava un sole estivo e il vento, che soffiava forte ad alta quota, faceva correre a perdifiato le nuvole, cambiandone di continuo le forme e noi, incapaci di immaginare ancora personaggi fantastici, non potemmo fare a meno che tacere ancora e camminare, senza meta, senza una guida.
E passeggiando e immaginando le feste di quei magnifici intellettuali, le parole che Vita e Virginia si scambiavano sotto quello stesso cielo, perdemmo la cognizione del tempo e ci trovammo seduti ancora accanto, che ci guardavamo entrambi dentro. Allora io scoppiai a ridere, ancora non so perché, credo per la troppa felicità e tu mi seguisti, senza pensarci neanche, in un guizzo inaspettato di gioia e stupore. Mai più rivisto.
Dove l’hai lasciato, Davide? A chi?
Poi, riprendemmo il cammino.
Giunti al giardino bianco, per me in assoluto il più bello, mi sfiorasti appena la mano, come sempre con aria distratta. Tu somigli a quel papavero, dicesti, ma subito cercasti di fermare le parole, di far sì che non mi raggiungessero, e cambiasti discorso. Ma non importa, è stato da allora che ho cominciato ad appoggiare fiori sulla tua scrivania.
La prima volta sorridesti oppure no? Comunque hai sempre avuto l’aria di non farci caso.
Sei sempre così preso da te stesso.
Ma almeno Laura compra l’inchiostro giusto? Sa che alla tua destra vuoi l’azzurro e il nero e a sinistra il rosso scuro e il viola?
Ha imparato che nel cassetto centrale deve disporre la carta su tre file e sempre dieci fogli alla volta e non di più?
Prima di andare via provvede a svuotare il tuo cestino della carta?
Ora posso dirtelo, Davide: ho sempre guardato quelle copie, una ad una. Svolgevo quei cartocci stretti e subito cercavo il tuo odore, un’impronta.
Te l’ho già detto che amo la tua grafia.
Somiglia a quella di mio padre –sì, lo so, gira che ti rigira arriviamo sempre all’Edipo- .
Mi ci avvolgevo dentro e seguendola, tratto dopo tratto, mi sembrava di stare su una giostra.
Mi girava la testa.
Ti amo.

Marina non piangeva. Ascoltava il basso continuo del traffico in corsa, la solita fiumana di anime certe, di personalità diverse, cuori e pensieri, paure.
Era stanca di rincorrere un’idea, di mettere assieme brevi ricordi, di guardare e riguardare quelle poche immagini e sempre le stesse. Ma sapeva – e lo sapeva con certezza – che tolto di mezzo quell’amore a senso unico, cancellata quell’immagine avvolgente, quell’uomo dalla personalità ai suoi occhi incomprensibile e che lei sola aveva creato, ogni cosa sarebbe sfiorita per sempre.
Sentiva che, in quel mondo globale di sconosciuti e di viandanti frettolosi, niente più sarebbe stato lo stesso. Il cielo, il fiume lì davanti, Piazza Navona e l’intero creato avrebbero perduto ogni senso.
Il giorno nasceva per lui e così la notte.
C’era troppa brutalità in giro per poterla guardare di nuovo.
E Marina mise l’acqua sul fuoco e arrotolò i capelli sulla nuca, in un nodo, guardò Pepe che faceva le fusa.
Tutto continuava a vivere nonostante lei.
Tornò al computer e non rilesse nemmeno quelle poche righe. Non salvò l’e mail e accese la luce. Le ombre si spandevano sulla città e sul suo piccolo mondo troppo romantico.
Davide, a pochi passi da lì, stava davanti al camino, ascoltava la pioggia e il respiro di Freud.
Le mani forti sui braccioli di pelle scura, lasciò la poltrona e fece appena tre passi, si alzò leggermente sulle punte cercando di tendere al massimo la schiena troppo stanca e curva. Prese un pesante volume.
(Foto Man Ray "Roma più bella")

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