giovedì 3 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 10° episodio

Oggi è arrivata una goccia e il vaso è traboccato! E’ caduto anzi, e si è rotto.

Scrivere quelle poche parole le era costata fatica e così decise di cancellarle subito e di stappare una birra. Una dolce e fresca bottiglia di birra doppio malto, giusto per sentire la testa girare, il coraggio scaldare il sangue.

Questa mattina, non erano neanche le nove quando mi è venuta voglia di passeggiare sul Lungotevere. Ci abito davanti ma era dagli anni della laurea che non ci passavo tanto tempo, al sole, da sola. Ho portato con me un libro, uno di quelli che apri a caso e ti da una mano, una risposta, e che prevede il destino, il mio, e lo stato d’animo più autentico.
E ce ne sono di libri sacri! Lo sai. Vediamo se indovini!
Ne abbiamo aperti tanti insieme, quando ancora sopportavi la mia vista, quando ti servivo per tenere in ordine l’ufficio, i documenti, l’agenda, quando ti ero utile per scrivere i tuoi articoli, per aggiornare il blog, rispondere ai tuoi studenti, alle tue ex amanti.
Quindi, stavo lì, l’adagio di Albinoni a enfatizzare la pace che già sentivo dentro, stavo lì che avrei anche potuto morire dalla gioia ma anche vivere senza ostacoli, senza la tua immagine imponente a impedirmi una visione più oggettiva della vita e di me stessa.
Vedevo il mondo girarmi attorno a una velocità diversa dal solito o forse, era l’assenza del pensiero di te a fare spazio al resto del mondo: la luce, lo sciabordio dell’acqua, una voce di donna.
Ma è bastata una lieve distrazione e un elegante impermeabile indossato da un uomo dalla tua stessa corporatura che tutto è tornato a una cadenza sincopata e il mio respiro si è fatto corto, di nuovo.
Allora le solite immagini hanno iniziato a scorrere: la tua sagoma sempre oscurata da qualcosa, la voce che penetra quel buio solo di tanto in tanto, solo per dissentire. La tua figura dalle spalle non dritte, la schiena un po’ curva, incombente.
E poi il ricordo di un pomeriggio ancora freddo ma già luminoso, un pomeriggio di quelli che adolescente vivevo come il preludio al dolce martirio dell’estate, in attesa di consumare inutilmente il mio tempo nell’amore.
E tu sei mai stato bambino? Mi viene da ridere se provo a immaginarti: studiavo sui tuoi libri che tu avevi già più di quarant’anni! Per me hai da sempre i baffi e il pizzetto e te ne stai in posa su un retro di copertina in bianco e nero.
Non ti amo, Davide, sei così pieno di difetti che ho finito per odiarti.
E’ solo che cerco di capire, di dare una spiegazione anche a ciò che non si vede, come quel pomeriggio di fine inverno già dolciastro.

La vibrazione del cellulare la riportò a casa.
Marina riprese la sua espressione normale, la fronte le si spianò all’improvviso e ricordò di dare da mangiare a Pepe.

Davide, di ritorno dal mercato rionale dove era stato in cerca di rarità culinarie, si sfilò l’impermeabile che Laura prontamente si offrì di riporre.
Non salutò nemmeno Freud che scodinzolava alla sua vista solo per abitudine, ormai solo per dovere, e subito domandò a Laura per quale motivo non ci fossero fiori sulla sua scrivania.
Con un semplice cenno della mano e un’aria vagamente disgustata sul viso, impedì a Laura di dargli spiegazioni e sedette accanto al camino. Freud non si mosse dalla sua posizione, conosceva il suo padrone e certi pomeriggi di instabilità umorale.

Ed ero lì sulla terrazza, quella della cucina dove non amavi uscire perché fredda, e inospitale, e io stavo lì nella speranza che mi venisse in aiuto un’idea per il tuo articolo, stavo lì per non sentire il tuo respiro, il borbottio costante che rivolgevi alla vita per te sempre così banale.
Ma tu, nascosto nel buio mi guardavi. Perché? 
A un certo punto mi voltai, ricordi? Ti vidi ma non ebbi il coraggio di chiederti –che vuoi?-.
Me lo domando di continuo, e se metto in fila tutti gli avvenimenti di questi cinque lunghissimi anni, mi do sola una risposta ...

La tastiera smise di ticchettare e l’e mail finì nel cestino.
Davide, accanto alla libreria, sfogliava il carteggio tra Freud e Lou Salomè, un altro regalo di Marina.
E l’aveva vista, quella mattina, seduta a guardare il fiume, da sola.
Roma non è forse una grande città? Perché ho guardato in basso? E perché ho visto proprio lei?
Freud odorò l’aria e sbadigliò rumorosamente: l’odore di soffritto era arrivato fin lì.
Il sole intanto, abbandonò le sue finestre per raggiungere quelle di Marina, poco più in là, e il fiume, che di lì a poco avrebbe brillato.

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