lunedì 14 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 11° episodio





E’ incredibile!
Anche se mi allontano - non so se lo sai ma adesso sto più spesso a Bologna che qui a pochi passi da te- mi capita di incontrare amici comuni e di avere tue notizie. E il bello è che non domando mai niente a nessuno, sono loro che cominciano a elencarmi i tuoi spostamenti e le novità degli ultimi tempi, e lo fanno con tenerezza, con un che di compassione nello sguardo e tutti, nessuno escluso, sottolineano più e più volte che non hai altre relazioni.
E non capisco perché.
Io e te siamo mai stati amanti? O forse sì?
Ieri, per esempio, al Caffè letterario vicino Garbatella, mi sono imbattuta in tuo fratello e, per tutta la sera, non ha fatto che dirmi di te.
Ho saputo che andrai presto in Russia per un giro di conferenze e che non sai dove mettere le mani e da dove cominciare. Sono contenta, almeno avrai un buon motivo per rimpiangermi.
Mi ha detto anche che sei sempre più insopportabile, mi ha raccontato di Natale, e che non hai voluto vedere nessuno tranne le tue figlie e che poi non hai fatto che lamentarti perché nessuno era passato a farti gli auguri!


Comunque, non volevo parlare di te ma raccontarti piuttosto della mia nuova vicina over cinquanta collezionista di gatti e strane cianfrusaglie. No, non è vero, neanche di questo volevo parlarti e lo sai.
Sono sei mesi, otto giorni e dodici ore che evito casa tua, che faccio mille giri pur di non passare per il vicolo scuro e freddo che porta da te.
Adesso non vado più neanche al Bar in Piazza del Fico, ogni volta mi domandavano di te e ogni volta non sapevo cosa rispondere!
Un’amica mi ha detto che sono pazza, che le mie sono solo supposizioni e che tu hai ben altro per la testa e forse è vero, anzi, è proprio così ma vorrei sentirlo dire da te.
E lei dice anche che quello che sento non è che una proiezione e che devo trasferirmi, andare magari a Bologna, per sempre o almeno fino a quando non mi sarà passata.
Mi dice che il mio non è più amore ma qualcosa che ha a che vedere con un delirio di onnipotenza incapace di accettare il tuo distacco volontario.
Ora sei nei guai perché non trovi nessuno che ti conosca quanto me, che di te ho perlustrato le zone più oscure, forse sconosciute anche a te.
Ti ricordi quando mettesti in piedi lo studio sul feticismo e non volevi riconoscere la tua ossessione maniacale per la biancheria intima? Ti brillavano gli occhi e ti scomponevi tutto, non riuscivi più a stare seduto e ti toccavi di continuo la barba, come ti ho visto fare mille volte quando, raramente, ti capitava di provare imbarazzo. Mi liquidavi così rapidamente quando ti mostravo le foto più indicative e significanti per il nostro lavoro, che ho sempre pensato che volessi guardarle da solo.
Lo sai che da quel momento non ho fatto che indossare culotte di seta?
Sì, lo sai.
A volte, mi capita di pensare che da qualche parte, sotto la mia scrivania o nel bagno, avessi posizionato delle telecamere perché ogni volta che indossavo della biancheria dozzinale, mi guardavi severamente e quasi non mi rivolgevi la parola.
Che idee mi vengono in mente!
Ma tanto, certe cose le hai dimenticate. Sapessi quante volte al giorno devo ripetere a me stessa che certe cose non sono mai successe.
Mia madre dice che devo pensare questo. Che devo ricominciare da cinque anni fa, quando decisi di ripartire da zero, di fare un figlio, di trovare una persona giusta, coraggiosa e leale con cui trascorrere una vita noiosa e piatta.
Mio fratello, poverino, continua a chiamarmi tutte le sere, ho la sensazione che queste telefonate servano a rassicurare più lui che me.


Sono sei mesi otto giorni, undici ore e trenata minuti che non guardo nel tuo cortile verso le finestre sempre buie del tuo studio, che non sento Freud abbaiare, che non sento le mie gambe tremare prima della fuga, necessaria.
A proposito, puoi anche andare a cenare all’osteria a vicolo di Parione, tanto non vado più nemmeno lì, e sempre per lo stesso motivo: come sta il Professore? Vuole che prepariamo la pajata al Professore? Sinorì ma com’è che non viene più col Professore?
Il piccolo “beniamino” che ho sottratto al tuo umore e alla tua indifferenza è cresciuto. Ieri gli ho cambiato vaso e l’ho concimato per bene. Anche la piccola felce si è ripresa, quella povera pianta che dicevi di odiare solo perché ordinaria, a tuo avviso, e priva di fascino.


Pepe era finita sullo scrittoio e adesso passeggiava sulla tastiera evitando così a Marina di cancellare quelle righe inutili.
Si sentiva come uno che guida contromano in autostrada e a velocità sostenuta. Non c’era più niente che potesse significare altro se non distacco e abbandono, e non era da lei quell’atteggiamento ostinato, quell’umiliazione giornaliera, quell’amore idealizzato e dai contorni vaghi.
La domenica non c’erano nemmeno i rumori della strada a tenerle compagnia, tutto era silenzio, solo le fusa di Pepe e il cuore che di tanto in tanto si gonfiava nel petto erano la prova del suo essere presente e viva.






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