giovedì 11 dicembre 2014

Cronache

Al paese e in città, quando non c’era il web, si stava in finestra a guardar passare la processione, la sposa con il corteo strombazzante e il carro funebre trainato da cavalli col pennacchio. Casomai all’epoca non fossimo ancora nati, ce lo ricorda Vasco Pratolini nel suo “Cronache di Poveri amanti”, nel quale la “Signora” di Via del Corno è deus ex machina e punto di vista della narrazione. Di lassù, per voce della sua cameriera che le riferisce quanto accade nel quartiere, vede e provvede, di lassù, la Signora giudica.
Oggi non è cambiato niente. La nostra Time Line, i canali televisivi che seguiamo e i quotidiani che leggiamo, è il paese nel quale decidiamo di vivere, più o meno reazionario, più o meno distante dalle nostre opinioni, più o meno giustizialista.

Dal nostro tacco dodici, odierna affermazione dell’essere donna, ci scandalizziamo per le storie del tempo che fu, quando la sposa in bianco veniva lapidata in Piazza se scoperta impura, o rischiava di non poter più vedere i propri figli per aver chiesto il divorzio. Eppure, leggendo i commenti feroci sui social network, ma anche i titoli sensazionalistici dei telegiornali sulla vicenda del piccolo Loris in particolare ma in generale su ogni vicenda accade, mi pare che non siamo andati tanto più in là.
Togliendo di mezzo l’idea troglodita che una donna debba necessariamente riprodursi per essere completa e felice, e che perciò la facoltà di scelta sia ancor oggi del tutto estranea al nostro genere, mi spaventa la facilità di giudizio che anima questi piccoli borghi infelici che sono le Time Line dei social network.

Ogni volta che qualcuno è messo alla gogna, si leva il coro dei duri e puri e ogni volta, il popolo dei giustizialisti non vede al di là del proprio naso e della propria straordinaria esperienza di vita per giudicare l’altro.
E nella mia ingenuità mi domando come sia possibile non restare qualche volta a guardare, e basta, senza esprimere giudizi, senza scagliare la pietra, oggi chiamata smartphone, di cui le nostre mani sono sempre armate. Perché affermare se stessi in rapporto all’altro, come se il proprio esempio fosse l’unico metro di paragone per giudicare le azioni degli altri. Poiché IO non lo farei mai, non posso, non dico giustificare, ma nemmeno capire il gesto altrui.
Riportiamo tutto al nostro piccolo e meschino universo. E lo facciamo per ogni cosa ci capiti sotto gli occhi, che sia una legge o un fatto di cronaca non cambia, il meccanismo, quello di riportare ogni cosa alla propria esperienza è lontanissimo dall’idea di tolleranza delle diversità. Lontanissimo soprattutto dall’idea d’infinito e di eternità. Non quella di Dio, cui personalmente non credo, ma della Storia, di cui siamo solo comparse, costrette per lo più a scene di massa.

Un tempo si usava la Bibbia come termine di paragone, un librone che conteneva una quantità di fatti, rimaneggiati e sicuramente riadattati, ma che potevano servire a scoraggiare o guidare i compaesani nel prendere decisioni. C’erano i Vangeli usati come guida contro le ingiustizie terrene, insomma c’erano binari da seguire, una scia di buonsenso da fiutare prima di farsi un’idea della casella entro cui infilare il colpevole, o la vittima.
E forse serviva, la guida alla tolleranza, alla carità e alla compassione, serviva a chi non aveva mezzi per ritrovare il senso delle cose, la cultura per leggere le fitte trame dell’esistenza, il caso, che non esiste e va interpretato e letto per essere compreso, mai subito, mai incolpato, tanto per levarci di dosso un’altra responsabilità.
Mi dispiace vedere che per innalzarsi dalla propria vita dolorosa, e troppo spesso non corrispondente a ciò che speravamo di diventare, dobbiamo calpestare gli altri, che siano colpevoli o meno, lo ripeto, non ha importanza.
Qualcuno mi dice che ognuno elabora il dolore a modo suo. Ecco, il dolore andrebbe elaborato in solitudine, in silenzio, non additando presunti colpevoli come mostri. Perché odio alimenta altro odio, e non l’ho detto io. Il dispiacere potrebbe trasformarsi in compassione, l’empatia diventare pianto, o perché no, preghiera.
Soltanto i supereroi non hanno dubbi. E i semidei hanno sempre un tallone scoperto.




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