giovedì 26 dicembre 2013

Justine e la politica (Tratto da "Justine 2.0)

Justine 2.0 Pubblicato da INK Edizioni

Fissò lo sguardo sul monitor. Il Politico S. stava lì, fermo nella sua icona, da mesi. Le gambe atletiche accavallate, immerso nella lettura di un quotidiano e incorniciato dal cielo terso, azzurro come la sua camicia e, nonostante battutine, autoscatti, doppi sensi e sottintesi, se ne stava lì da mesi e non la guardava.
Al di là di certe tiepide e-mail, la donna non leggeva alcun segno concreto, dato di fatto, modificazione di stato, nuova amicizia, quiz, causa o nota, che le desse la misura del suo umore da single.
Justine respirava profondamente, sorseggiava caffè nero e intanto fissava le linee di quel viso.
La nascita radical-chic le aveva concesso il lusso di frequentare la politica sin da bambina. Parte del sistema educativo cui Justine era stata sottoposta consisteva, infatti, nella visione integrale delle tribune elettorali e delle discussioni – sempre civili – che si accendevano subito dopo tra gli amati genitori. Ricordava bene quelle trasmissioni noiosissime in cui signori in bianco e nero – un po’ bruttini – parlavano usando un eloquio pacato e composto distante mille miglia dal protagonismo di cui tanti sembravano malati, dall’onnipresenza sui social media e in tivvù e dalle affermazioni offensive con cui ammorbavano l’aria.
«Un politico è un politico», ripeté a Yang, che imprigionata in una lama di luce la guardava dal marmo cremisi del pavimento.
«Ma cosa fa un politico?».
Sapeva di non essere l’unica a interrogarsi sulla questione e a ridursi a certe fantasie. In effetti, tra stagiste, veline, meteorine ed escort minorenni, i pensieri peccaminosi degli italiani e di chi li governava stavano consumando gli ultimi litri d’aria della nazione, eppure non poteva proprio fare a meno di farsi venire certe idee ogni volta che li vedeva parlare e muovere le loro mani curate e potenti sui divanetti dei talk-show.
E subito, ovunque si trovasse, sentiva l’eco dei gemiti di piacere rimbalzare sui muri dei larghi e solitari corridoi parlamentari, percorsi da tappeti pregiati dove s’immaginava prona, gli occhi e il viso pieni di lacrime e onorevole sperma. Oppure, riversa sui divani damascati e comodissimi, le gambe fasciate da calze di seta e stivali di morbida nappa, mentre guardava l’uomo senza volto che le ordinava di servirlo a dovere.
E così si vedeva sulle enormi poltrone di pelle e sulle immense scrivanie, circondata da guardie del corpo con i membri in mano, grossi, duri e pulsanti, la schiena curva, il viso arrossato da buffetti e sputi, sudato, premuto con forza sul legno pregiato, le braccia sottili imbrigliate dietro la schiena da cravatte eleganti, legate fra loro e tenute con forza da un polso grosso e abbastanza peloso, abbracciato teneramente da un polsino chiaro, abbellito da un gemello prezioso e discreto seguito da una mano elegante e perfetta. Una mano che non tocca.
E ancora, sul punto di venire, immaginava la voce ferma di quell’uomo senza volto che le sussurrava frasi indecenti una dietro l’altra, senza stancarsi mai, e che con veemenza e scherno la chiamava cagna e le urlava troia, puttana, latrina, mentre con una mano tirava con forza la briglia e con l’altra i capelli di lei che gemeva, ancora in sé, ma per poco.
E, non ancora soddisfatta, immaginava nemici pubblici e pubblicamente ostili che se la passavano l’un l’altro, fraternizzando in un’orgia titanica sugli scranni del Parlamento, tutti insieme, godendo infine in un collettivo orgasmo allo scampanellio che annunciava l’inizio delle consultazioni.
Mani destre e sinistre, e membri, la frugavano da tempo durante le sue lunghe digressioni notturne, distanti anni luce dalla scandalosa, squallida e assai più prevedibile realtà, che le procurava sgomento anziché plurimi orgasmi.

“Un politico è un politico, certo”, pensò dando un’occhiata al suo curriculum e cercando di crederci almeno un po’.

L’ultima volta che Justine e S. si erano connessi era stato una settimana prima, venerdì sera, in chat, durante uno dei rari slanci “sentimental-parasessuali” del parlamentare cattocomunista.
Era uno dei tanti tredici febbraio tristi della sua vita, ma lei ride- va pensando a quell’uomo, di là dal monitor, in un’altra parte della città, magari in pantofole e calzini, che chino sulla tastiera e completamente avverso alla tecnologia, si dava da fare con il delicato trackpad del suo portatile nuovo di zecca. Sigaretta sul posacenere, l’uomo cercava goffamente di star dietro alle dita allegre di Justine che, veloci come il suo pensiero e aeree come la sua indole, digitavano concetti per lo più complessi.
E mentre lei trascriveva citazioni scartabellando interi volumi di filosofia, il Politico astigmatico tirava fuori dei semplici «è vero» e dei brevi «sì, hai ragione» che comparivano sul monitor, poco incisivi, al termine di estenuanti attese. Paziente, la nostra eroina si era costretta a rallentare per sapere di più, per indagare e capire chi fosse, ripiegando su discorsi piani, semplici e banali le cui risposte potevano anche essere dei brevi sì o no: «Sei sposato?», «Hai la donna?», «Eri in Fgci?», «Ah, Dp?», «Dove abiti?», eccetera.
Il ticchettio frenetico delle dita forti di Justine sui tasti luccicanti e retroilluminati, fece da colonna sonora a quella triste domenica invernale. Frasi oscene e digressioni fantastiche si specchiavano nel nero degli occhi di Justine; orge e scambi di coppia, che lei immaginava svolgersi nelle dark room più permissive dell’Est europeo, venivano descritte al Politico e con dovizia di particolari. Finché i «Sì» dell’uomo si fecero ripetuti e continui, insieme a degli «Ancora» e a molti «Dai». Nella sua casa da maschio single, perfetta e lucida, lo immaginò lavorare di mano finché un poco onorevole «Se continui così...» precedette un più eloquente silenzio, seguito da “faccina sorridente”, seguita da “due punti e asterisco”, seguita dall’accensione della sigaretta di rito e da una breve chiacchierata in chat.
Al termine di quell’amplesso virtuale – durante il quale si era divertito solo lui – la nostra protagonista non aveva potuto far altro che deprimersi ascoltando lo stesso brano melenso almeno venti volte e facendo fuori un intero pacco di Osvego con burro e miele.
Quelle storie non l’avrebbero portata a niente di buono e lei, nemmeno tanto in fondo, lo sapeva. Ma di alternative ce n’erano poche.
Malinconica e quasi alle lacrime postava sulla sua pagina My Funny Valentine, Love for Sale e tutto il repertorio di ballad tra le più romantiche, concludendo quella conversazione virtuale, solitaria e univoca, con una più esplicita Should I Stay or Should I Go dei Clash.

Nessun commento:

Posta un commento