sabato 7 febbraio 2015

Una storia amara

La verità era che pensava a lui da anni, che non l’aveva mai dimenticato lui e la sua gamba offesa di cui si vergognava tanto.
«Dove sono in letteratura quelli come me?, dove sono gli emarginati senza lieto fine, dove i senza tetto privati anche della poesia? E le donne brutte, quelle grasse, quelle "inguardabili" che la società civile dice, a parole appunto, di tutelare dove sono? È una presa in giro… », le disse guardandola diritto negli occhi «è tutta una farsa da mettere in scena durante le trasmissioni televisive e che serve a strappare qualche lacrimuccia, a scaricare la coscienza degli ipocriti. La verità è che stavamo meglio al circo, nelle corti dei re, vestiti da buffoni», chiosò quel giorno l’uomo, togliendole con malagrazia il braccio con cui affettuosamente gli cingeva le spalle.
Aveva ragione.
E nemmeno poteva farci niente.
Nemmeno i suoi che si battevano il petto in chiesa ogni domenica avrebbero mandato giù una relazione di quel tipo, una storia, un’unione come quella, il matrimonio con un pescatore salentino orfano e con un arto finto. E per giunta pregiudicato.

Era stato un attimo, l’aveva visto di spalle che trascinava il trolley facendosi spazio con la sua gamba prepotente tra i viaggiatori scomposti e semi addormentati del treno per Milano.
Aveva riconosciuto la sua nuca scura da pescatore, la stazza da uomo forte, le spalle larghe di chi tira su reti pesanti, la voce baritonale che aveva sentito scambiare qualche parola con il capotreno in fondo alla carrozza, priva di garbo, come chi è abituato a parlare soltanto per difendersi.
Si erano amati più di vent’anni prima, dopo un incontro al mare. Lui restava in disparte dagli altri ragazzi che facevano battute all’indirizzo del proprio folto gruppo di amiche durante il primo giorno di campeggio al termine degli esami di maturità. Il “gruppo dei sessanta”, come si erano autoproclamate, era il più promettente, e a ripensarci adesso le veniva da ridere, se la più realizzata era lei con il suo posto fisso da insegnante, significava proprio che nessun progetto di vita è mai destinato a realizzarsi.
Lui di tanto in tanto la guardava riabbassando poi lo sguardo su una vecchia edizione de “Il vecchio e il mare”, uno dei tanti libri che gli servivano per tenersi occupato quando non usciva col peschereccio.
Era un uomo senza passato, il padre e la madre ciprioti lo avevano affidato ad alcuni parenti italiani per sparire infine nel nulla.
Leggeva per avere qualcuno da amare, le diceva, per il quale temere, da aspettare di rivedere a sera quando dopo la pesa al porto tornava alla baracca, come chiamava la sua minuscola casa sulla scogliera.

Aveva iniziato a leggere proprio in galera. Rigo per rigo, tenendo il segno con il dito, era entrato nelle case più belle d’Europa, nei palazzi reali, nelle corti di mezzo mondo. Aveva solcato oceani e si era messo a tu per tu con migliaia di persone di cui aveva conosciuto sogni e speranze, piani messi in subbuglio per piccoli disguidi, per un caso, un odioso caso che scombinava sempre tutto.
Lì, tra i suoi libri, al cospetto della sua famiglia immaginaria e dei suoi amici, avevano fatto l’amore con tenerezza e disperazione. Un uomo senza passato che non credeva neppure di aver diritto a un futuro.
Lo aveva perso di vista quando si era iscritta al DAMS, a Bologna.
Gli aveva inviato un paio di lettere, di tanto in tanto qualche cartolina, sempre augurandosi arrivasse in quel paesino sperduto tra le dune. E invece niente, lui era sparito nel nulla fino a quel giorno lì, nel treno.

Doveva rivederlo.
La donna si alzò facendo attenzione a districarsi tra le borse, i bagagli e le gambe dei suoi compagni di viaggio, e iniziò a percorrere i vagoni con calma, reggendosi agli schienali per non cadere, voltandosi a guardare i passeggeri seduti sui sedili opposti al suo e al senso di marcia del treno.
Si sentiva addosso un’emozione inspiegabile e puerile, provava a convincersi che la sua era una ricerca inutile, che forse quell’uomo era morto, partito, che forse non era neppure mai esistito. Eppure conservava ancora il sapore dei suoi baci timidi, la gentilezza, la delicatezza di chi teme di poter ferire, o di non essere all’altezza.
Aveva riso del suo pianto. Sul momento le era parso indelicato, crudele, mentre sulla banchina cercava nelle tasche un fazzoletto pulito per asciugarle le lacrime.
Poi aveva capito che era imbarazzo.
Superò la carrozza ristorante e tornò indietro ripercorrendo nell’altro verso tutte le carrozze di seconda classe.
Di lui non c’era traccia.

Sedette di nuovo al suo posto e provò a distrarsi leggendo qualcosa. Ma le parole scritte non riuscivano a superare la cortina di pensieri e domande che non poteva acquietare, tutte quelle che per vent’anni aveva censurato.
Quando fu annunciato l’arrivo alla stazione di Milano, si mise in fila e scese dal treno.
Provava un senso di delusione e amarezza, si sentiva un po’ stupida ad aver seguito quello sconosciuto e il suo istinto. Poi tra la folla sentì di nuovo la sua voce e si voltò, inforcò gli occhiali e cominciò a occhieggiare tra i mille corpi che la separavano da quel suono così familiare.
Era lui, sì era lì.
Guardò incredula avvicinandosi al folto gruppo che lo circondava.
Indossava un loden grigio, un’elegante sciarpa rossa copriva adesso la sua nuca forte, occhiali evidentemente di marca a correggere la sua antica miopia. Gli uomini della scorta avevano preso in custodia valigia e ventiquattr’ore. Provò ad avvicinarsi ma qualcuno le fece sego di stare alla larga. Provò a chiamarlo, ma la voce, per l’emozione, si era fatta afona.

Quando il capo treno la strattonò la carrozza era vuota.
In bocca, la donna sentì il sapore amaro del lungo sonno e di un lieto fine riservato soltanto ai romanzi rosa.


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