domenica 14 settembre 2014

Portrait: la domanda

Glielo domandò dopo pranzo, un giorno in cui erano riusciti a trovare scuse plausibili e una bella giornata di sole.
Avevano scelto il mare, il litorale, e prenotato in un alberghetto che risuonava ancora d’estate e odorava di muffa.
Ma un’ora libera si trova sempre e un posto anche.

Perché glielo avesse domandato, non lo sapeva più nemmeno lui.
La loro era stata una relazione chiara fin dall’inizio, un rapporto maturo senza altre compromissioni. Una scopata coinvolgente un paio di volte al mese e basta.
Perché un’ora libera si trova e un posto dove incontrarsi anche, gli diceva ogni volta lasciandolo nell’incertezza dell’abbandono definitivo con un “ti faccio sapere io, magari ti chiamo”.
Così non c’era nessun bisogno che lui glielo domandasse. Non dopo pranzo e con il mare negli occhi che riluceva del sole bianco d’autunno. Non dopo gli spaghetti all’astice e la frittura mista. Non dopo quella mattinata di caldo sulle guance.

Le storie più belle arrivano sempre inaspettate, così come gli addii. Ci s’incontra senza ragione apparente, a causa di un bicchiere di qualcosa inavvertitamente rovesciato addosso al vicino di bancone al bar del Lido, al termine di quattro chiacchiere scambiate tra vicini di ombrellone, tra le ciglia socchiuse e le parole perdute per sempre nell'infrangersi di un'onda.
Mio marito è lì.
Mia moglie pure.
La vita è un casino.
È un’esistenza infame.
Domani alle tre in pineta.
Sì, domani a quell’ora sarò libera anch’io.
Succede che a volte nemmeno si sa come.

Si vedevano da un paio d’anni a intervalli regolari.
Non parlavano molto. Più che altro si annusavano. Si guardavano. Si piacevano. Come una coppia collaudata si raccontavano con semplicità i fatti del giorno, parlavano del parcheggio che non si trova, dell’aumento delle bollette e del costo della vita e dell’esistenza, che non dà più soddisfazioni.
Prendeva sempre lui l’iniziativa, ed era questo che le piaceva.
Per tutti i giorni che la separavano dall’appuntamento, si domandava quale sarebbe stato il nuovo incipit, come avrebbe iniziato e dove. Sulla porta, ancora prima in ascensore, una volta in camera ancora con i cappotti addosso.
Quella era la sorpresa, quella la scommessa di ogni volta, la conferma che levava loro di testa ogni dubbio.
Avrebbe iniziato con un bacio profondo?, voltandola bruscamente di schiena?, in ginocchio?, la bocca dolorosamente premuta sulla lampo?
Bastava un buon inizio perché lei lo seguisse assecondandolo in tutto, mani, dita, lingua, bocca. Mai un calo del desiderio, mai una parola di troppo. Le loro lingue battagliavano
con la stessa forza del primo giorno, in pineta, a pochi passi dalle roulotte.

Erano stati i loro corpi a domandare, a volersi, a decidere se vedersi e a prendere posizione nei confronti della ragione, delle contingenze e delle priorità familiari. Era la ribellione dei chakra, la legge dell’attrazione che contava su tutto. E loro assecondavano il desiderio quasi con rassegnazione, lasciando ogni priorità fuori dalla camera d’albergo o dalla casa presa in prestito dall’amico.
Perché si muore.
Perché sennò la vita è un tormento.
Perché poi siamo felici.
Si lasciavano senza dolore, sapendo che il destino era tracciato, che così andava comunque bene, che l’amore clandestino non cerca altro che la soddisfazione del desiderio, non il sogno, non un avvenire insieme, quello che poi col tempo si rovina.

Però lo aveva fatto. Aveva assecondato la ragione e glielo aveva domandato.
Non contento di quel “ti chiamo io” era andato più in là, aveva infranto un tabù, aveva osato dove proprio non si poteva.

Lei non gli rispose. Ordinò i caffè che bevvero in silenzio, alzando a turno lo sguardo. Intrappolati ormai in quel punto di domanda che non lasciava dubbi, pagarono il conto e si avviarono alla macchina.

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