domenica 11 gennaio 2015

144: ti voglio aiutare.

Era un periodo di fermo in teatro, quel po’ di doppiaggio non bastava a pagare l’affitto e lui, l’artista puro con sguardo languido e tormentato, rifiutava scritture in tivù. Che nel frattempo se ne scopasse anche un'altra non c’entra con questa storia. E nemmeno che mi ci ero messa perché somigliava tanto a Marcello Mastroianni, non fosse stato per i colori, l’incarnato chiarissimo e le mani da contrabbassista. Invece faceva il cantante.
Trovai l’annuncio di lavoro su Portaportese, lauti guadagni, poco impegno, luogo di lavoro sicuro, contratto eccetera.
Il colloquio si svolse in una stanza asettica, anche loro erano asettici, i tre eleganti napoletani che mi posero il questionario e registrarono la mia voce che leggeva un brano tratto da un quotidiano.
Mi congedarono con uno sbrigativo “le faremo sapere”, senza nemmeno entrare nei particolari di quella mansione.
Mi richiamarono il giorno dopo per un secondo colloquio, era la capogruppo, adesso, che doveva capire se fossi adatta o meno a sussurrare parole dolci agli utenti.

Lalla, forse Ilaria o Raffaella non approfondii, era una donna in carne e piena di sensualità. Era bella da tenere in casa come sopramobile; la sua parola d’ordine era “sorridere” e infatti non credo di averle mai visto altro che quell’espressione ilare sul viso morbido. Vestiva in modo assai femminile, e dopo avermi provinata ancora una volta registrandomi, si prese qualche minuto e infine mi assoldò.
Ti chiamerai Bianca!, esordì mostrandomi il contratto da firmare e invitandomi a leggerlo mentre mi spiegava nel dettaglio la mia mansione. Si trattava di comodi turni da sei ore, di cui io avrei scelto la fascia oraria di settimana in settimana, che si svolgevano in una grande sala luminosa con tre postazioni da sei, a mo’ di open space, soltanto divise da plexiglass grigio argento, le sedie, comode e confortevoli, accoglievano le ragazze, tutte giovanissime che in atteggiamento conviviale conversavano al telefono con i clienti. Ogni telefonata durava un pugno di minuti, la prima veniva pagata niente, forse duecento lire, adesso non ricordo sono trascorsi dei secoli, ma era con le seguenti telefonate fatte dallo stesso cliente e a distanza di cinque minuti che avrei guadagnato. Fossero passati sette minuti, e non cinque, e sarei tornata al punto di partenza, se il cliente avesse richiesto una collega anziché me, avrei totalizzato una penalità. Oltre al grosso guadagno di base, dovuto alle telefonate dei curiosi, dei ragazzini e di quelli che volevano soltanto giocare un po’, penalità e bonus rappresentavano detrazioni o forfait mensili da favola.  
Una volta riuscii a trovare in busta paga tremilionicinquecentomila lire, grazie a un povero solitario che mi contattava solo per fare cruciverba.

            La particolarità del contratto, era che pur essendo una linea telefonica d’intrattenimento non potevamo nel modo più assoluto fare sesso telefonico con i clienti. Era una linea erotica spacciata per linea amica. Complicato. Un sorriso ammiccante di donna con la didascalia: ti voglio aiutare.
Lalla insisté a lungo, ritornandoci sopra varie volte su quella clausola fondamentale: ricorda, mai usare un linguaggio esplicito. Loro chiamano per quello, e si masturbano- specificò Lalla in un mezzo sorriso- e richiamano, ma tu devi essere brava a intrattenerlo usando mezze frasi, metafore. Usa tutta la fantasia che hai perché lui si illuda che tu sia la sua fidanzata. È gente sola- concluse con espressione afflitta, -noi diamo loro una mano-, e prese la mia, stringendola cordialmente.

Già quella notte non riuscii a chiudere occhio.
Pensai fosse l’emozione per quello strano ingaggio, perché come sempre non mi sentivo all’altezza.
Invece il primo giorno andò benissimo. M’integrai immergendomi con piacere in quell’atmosfera ridanciana, cercando di carpire segreti delle più brave, origliando, in cerca della chiave d’accesso al profilo gold, quello di Lalla, che in breve era diventata centralinista, colei che smista telefonate e favorisce guadagni.
Ed io piacevo a Lalla, la sua chiara espressione di benevolenza si palesava ogni volta che le portavo caffè, acqua e caramelle.  Ogni volta che passavo a salutarla ossequiosa, ogni volta che incontrandola le facevo un complimento: gli orecchini, la borsa, il cappello.
E guadagnavo. E più guadagnavo più trovavo strade comode per far sì che mi richiamassero. Allora come oggi era la parte della ragazza ottimista che vinceva su tutte, la tecnica della ragazza libera e autonoma mi aveva procurato soltanto penalità.
I clienti avevano un vocabolario povero e poveri argomenti. Ero io che dovevo far passare i minuti, che da pochi elementi cercavo di costruire l’identikit del maschio, per accontentarlo, domandargli come fosse andata la giornata, estorcergli altri elementi per portare avanti quell’inutile conversazione e tenerlo al telefono per delle ore.

E di notte le linee si facevano bollenti. Disperati e folli, chiamavano una voce nel nulla per parlare del nulla. E si guadagnava il doppio.
Così mi feci ardita e dal buco dove il Principe Azzurro ed io abitavamo, precisamente nella famosa via Gradoli dei nostri anni di piombo, partivo a bordo di bus notturni, borsalino in testa, chiodo, anfibi, walkman e David Bowie nella testa, alla volta di una deserta e poco tranquillizzante Piazza Mancini.
Metafore, d’ispirazione botanica o culinaria, mezze frasi ambigue e tanta dolcezza fecero crescere in breve il mio portafoglio clienti. Andai avanti per altri sei mesi diventando il capitano in seconda, la vice di Lalla.
I meccanismi che regolano l’ascesa sono quelli di sempre, si tratti di aziende o teatro, meno la buona coscienza, che in quel caso però, riuscii a tacitare. Non era come accettare una scrittura con colleghi poco talentuosi. Fu facile scendere a compromessi con me stessa per raggiungere bonus a fine mese.
Almeno per un po’.

Al termine del sesto mese iniziarono gli incubi.
Non sapevo che mestiere facessero quelle anime solitarie e deluse che spesso sfogavano con me rabbia e frustrazione, non so nemmeno se fossero consapevoli del loro stato, se si rendessero conto di quanto spendevano per non avere nulla in cambio.
Ci misero un po’ ad accorgersi che ero stata io a far calare il traffico telefonico. Fu Lalla a sorprendermi, prendendomi alle spalle, mentre rassicuravo l’utente e lo incoraggiavo, insospettita dal fatto che alcuni clienti un tempo a me affezionati domandassero altre ragazze.
Si trattava di statistiche.
Non c’è nemmeno bisogno di avere buon occhio.
Non facevo granché per dissuaderli dal telefonare.
Dicevo loro la verità: che sarebbero rimasti sempre e comunque da soli, che dovevano uscire e provare a conoscere qualcuno, a parlare occhi negli occhi con una donna che non tenesse lo sguardo fisso all’orologio per ottenere bonus.
La stessa cosa dissi a me stessa, una volta ritirata la busta e il benservito da chi sapevo già non avrei incontrato mai più. Mi ripetei che forse meritavo di meglio, io, e anche loro.

Che poi, una volta liquidato anche il tizio che mantenevo in via Gradoli mi sia andata peggio non ha più importanza. Avevo di che sopravvivere per almeno un anno. Permettendomi anche qualche corsa in taxi.

1 commento:

  1. ho sempre immaginato situazioni simili, ma dall'altra parte della linea...
    Silvano C.

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