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sabato 15 settembre 2012

Tra Darcy e Mr Big


Se Mr Big non avesse avuto il macchinone e un corposo conto in banca, non credo che la compulsiva collezionista di abiti e scarpe di marca, l’eroina Carrie, avrebbe fatto tante storie e per ben sei serie televisive.
Ogni volta che mi piace seriamente qualcuno mi domando sempre, e provo a essere sincera, se lo amerei comunque, fosse anche il salumaio sotto casa.
Così non è. E d’altra parte come possiamo giudicare un uomo se non dal suo insieme, come possiamo amare le sue caratteristiche non tenendo conto del suo status sociale.
Ed ecco la differenza numero uno.
Nell’immaginario collettivo, infatti, e in quello maschile in particolare, se una donna è bella, gentile e mansueta tanto basta.  E non lo dico io, non mi sto inventando niente, penso per esempio alle produzioni hollywoodiane dove non si è mai vista una ricca Manager fare il filo al “prostituto” di quartiere, dargli la carta di credito e mandarlo per negozi a rifarsi i guardaroba affinché, a fine giornata, l’aspetti disteso sul letto.

Penso al successo dell’estate, che ha visto milioni di donne sulle sdraio a sognare Mr Grey e le sue fruste. Se non avesse avuto elicottero e attico panoramico, ma si fosse trattato di un meccanico, bello sì ma di Tor Marancia, la virginale protagonista sarebbe fuggita assieme ai suoi “rossori” alla prima sfumatura di sado maso.
Inutile girarci attorno e continuare a domandarci cosa c’è che ancora non va.
Basta guardare i numeri delle donne sedute in Parlamento e a capo delle industrie nostrane –quelle che sono rimaste-.
Se in azienda il top Manager è donna, dal piglio aggressivo, lo sguardo severo e la voce grossa, sarà automaticamente etichettata come stronza, isterica, frigida, se di contro è un uomo, sarà un grande Manager. Se tutto andrà bene e la donna riuscirà faticosamente a guadagnarsi la stima dei suoi sottoposti, sarà una donna “con le palle” -attribuzione così detestabile che mi fa orrore persino scriverla.
Ma il punto è sempre lì.
Le caratteristiche della donna così come quelle dell’uomo non sono cambiate. E io non avrei nulla da eccepire se non fosse però peggiorato il nostro vivere quotidiano.

Un tempo, e nemmeno troppo lontano, se la donna aspirava a fare un matrimonio ricco e a sistemarsi, fosse pure con un vecchio bavoso come Arnolfo Signor de la Souche, nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Oggi, è uno scandalo.
Allora bisogna farlo di nascosto, celare il fine ultimo persino a noi stesse e fingere che dietro l’interesse economico ci sia chissà quale grande amore.
Per questo apprezzo molto di più chi si fa pagare. Pensate che tristezza dover chiacchierare con le amiche delle peculiarità sessuali del signore che ci mantiene, nell’ansia crescente che suonati i quaranta ci darà il benservito per una di venti.
Certo, oggi al contrario di ieri, tempo in cui in caso di divorzio una donna poteva anche sentirsi negare anche la possibilità di vedere i propri figli, abbiamo molte più tutele, ma rimane una scomodità di fondo, un non saper bene dove collocarci e come agire, chi essere.

Perché al naturale ruolo di “fattrici” e di angeli del focolare si è aggiunto quello di essere –e giustamente- donne indipendenti.
Come se fino agli anni settanta fossimo vissute nell’ovatta: non ci sono tra gli “eroi di guerra” le migliaia di donne rimaste a casa tra le macerie alle prese con il nemico –maschio e in divisa- e la borsa nera.
Ho la sensazione che dichiararci pubblicamente consapevoli della nostra indipendenza sia stato il più grande errore che potessimo commettere.
Perché a questo punto tutto diventa un controsenso, le armi che abbiamo per le mani sono a doppio taglio e rivolte contro di noi e solo perché ragioniamo più rapidamente, siamo perfette per il “problem solving” e in fatto di diplomazia non abbiamo eguali.
E il problema non sono gli uomini che anzi, per la maggior parte amano la nostra capacità di togliergli le castagne dal fuoco, il problema, forse, sono le donne che odiano le donne: per invidia e non per ideologia.

Oggi, sembra che ci sia “di male” a fare qualsiasi cosa: c’è di male a fare marchette, c’è di male a sposare Briatore, c’è di male a fare la casalinga così come a non avere figli.
Tutte pronte a sognare Mr Gray senza perdere una puntata di Sex & the city ma anche pronte a puntare il dito e condannare quella più bella, più furba e più arrivista.
Per alcune dovremmo spuntare le nostre armi: seduzione e capacità di persuasione, per altre dovremmo invece esaltarle.
La verità è che se abbiamo cambiato abito non abbiamo cambiato la nostra attitudine al pettegolezzo e all’invidia, a quel bla bla bla da parrucchiere che fa –giustamente- tanto ridere i maschi.
È che nei partiti e nelle aziende come nei giornali o nelle case editrici andiamo avanti sì, ma sotto l’egida del maschio che, signore e padrone, continua a rimanere sul piedistallo e a decidere le nostre sorti.
Allora non sarebbe meglio dire le cose come stanno ed evitare di fare mille giri d’ipocrisia per arrivare al punto, che poi è sempre quello?
Io amo le donne e ne sto incontrando di magnifiche. Donne intelligenti, professionali, piene di fantasia e buon gusto, colte e piene d’ironia però, sono convinta che in determinate situazioni –e a supporto di ciò ci sono centinaia di studi sul comportamento delle donne nei luoghi di lavoro- potremmo diventare belve feroci e sbranarci l’un l’altra.
Ecco cosa c’è che non va: manca la “sorellanza” tanto auspicata dai movimenti femministi italiani e che non siamo mai state in grado di creare. Non va che ci ostiniamo a non voler riconoscere la nostra natura e vogliamo credere di aver fatto passi da gigante quando invece, per sposare Mr Darcy e sistemarci, saremmo disposte a vendere anche nostra madre.

So benissimo che questo post farà infuriare molte donne. So che in tante mi domanderanno che amiche frequento e che loro no, non sono così. Naturalmente ci sono le eccezioni, ma di Luo Salomè ne nasce una sola nella storia dell’umanità. Non intendo nemmeno sdoganare un argomento così importante in poche righe, ma la regola, rimane quella, e forse, se vogliamo fare qualche passo avanti, dovremmo cominciare a farci i conti sul serio.




giovedì 13 settembre 2012

La #derivaditwitter2: Snob, Vip e Prolet


Appunti sulla deriva culturale e la disgregazione di massa


Sempre mia nonna, che vestiva Chanel, profumava Dior, aveva studiato in collegio svizzero e mi costringeva a camminare con i libri sulla testa, era deputata al giro in centro per le compere stagionali.
Sulla via più elegante e al mattino presto –che c’è meno gente-, scortate dalla tata o “signorina alla pari” –studentessa di paese che in cambio di vitto e alloggio badava alla bambina, cioè io-, andavamo alla ricerca di capi per il mio guardaroba nuovo.
Io mi entusiasmavo davanti a ogni vetrina esponesse roba colorata e manichini di bimbi dagli occhi chiari e il sorriso ottimista, lei, abbracciata al bauletto Vuitton, scuoteva la testa e a mezza bocca diceva una frase che proprio non capivo: è alla strada.
Il maglione rosso era “alla strada”, il pantalone di velluto liscio “alla strada”, la blusa nera lucida “cafona e alla strada”, la camicina con pizzi “brutta, cafona e alla strada”, l’abitino di carnevale da damina del ‘700 “ce l’ha la figlia del giornalaio”, “cafone”, “pacchiano” e “alla strada” e così via.
Alla fine ordinava a Parigi così stava tranquilla.
Se la mia splendida nonna dallo sguardo di ghiaccio fosse ancora viva, direbbe che twitter e “alla strada” e avrebbe cancellato l’account anzi, non l’avrebbe mai aperto.

Se personalmente non amo essere etichettata, mettere definizioni addosso agli altri mi pare quasi obbligatorio: lo facevo da attrice per trovare il personaggio, lo faccio oggi per scrivere.
Un tempo esistevano solo due generi di Snobismo e orientarsi era assai più semplice.
Il primo è quello di cui sopra, lo Snobismo degli intoccabili, il secondo, quello dei compassionevoli che ha più o meno le stesse regole, ma si è adeguato ai tempi e a una condivisone obbligatoria, assai pericoloso per i “Common” o i “Prolet” di orwelliana memoria: li trae in inganno.
Si tratta dello Snobismo democratico ed egualitario, che non ha fede politica, che va in giro vestito un po’ “scagato”, che porta al polso l’immancabile –Rolex no perché è “alla strada”- ma un Bvlgari ultimo modello, che ride sguaiatamente, se giovane s’infila le dita nel naso, e se può, mette i piedi sul tavolo lasciando che la suola della sua scarpa fatta a mano, sia a un palmo dal povero naso comune.
Lo Snob democratico parla latino con i vescovi e dialetto con gli operai, mangia volentieri alla tavola dei contadini delle sue tenute in toscana e dispensa loro complimenti lavandosi poi le mani con alcol e amuchina; giura di non essere mai stato così felice in vita sua se pranza con un Prolet e poi si ritira nella “spa” più esclusiva per alcune ore: giusto per levarsi la sfiga di dosso-. La sera stessa parte per Londra e dimentica di dirlo agli otto filippini che lo servono e che il giorno dopo l’aspetteranno inutilmente per colazione e cena.
Questo tipo di Snob è anche sinceramente curioso, è un mecenate –ospita e foraggia artisti talentuosi-. Generalmente non corrisponde l’amicizia sui social media ma risponde ai tuit: è democratico, perché non dovrebbe?

C’è poi lo Snobismo VIP di stampo cafone.
Il Vip, infatti, non è mai Vip per nascita o per acquisizione, ma solo per culo.
È arrivato al grande pubblico grazie a un fatto di cronaca, di sesso o per un programma TV, ha scritto un libro sul vivere sano in cui cita lo zen, ma se gli domandi cosa sia ti risponde che è una spezia.
Manca totalmente di classe e commette errori, tanti, ma di cui solo i veri Snob si accorgono.
Un esempio per tutti è andare a Cortina in piena stagione turistica –solo per un fine settimana-, alloggia al Posta, veste l’abito ampezzano senza un filo di originalità o peggio minigonna e tacchi a spillo, rimane fermo al caffè in Piazza per tutta la mattina fingendo di leggere un quotidiano e indica –con dito puntato- tutti i “pezzi grossi”, che in eleganti completi alla zuava volutamente lisi, fanno la spesa assieme a uno stuolo di camerieri dispensando saluti a gente del posto e a bottegai (Snob democratico).
Il VIP ha vita breve perché come è noto, il consumismo mediatico è peggio della lebbra e in grado di decimare personaggi pubblici nel giro di poche settimane, a volte di poche ore, quindi, per non perdere tempo, il VIP cerca modi per rendersi originale: indossa cappotti firmati esageratamente lunghi già in ottobre, cucina alghe e tofu, adotta bambini a distanza e lo urla ai quattro venti e arriva con il suo orrido cabinato in affitto a due metri dalla spiaggia di Capalbio.
Al polso porta il vistosissimo Rolex e la fede Bvlgari.
Questo tipo, in possesso di una cultura da quarta di copertina, non “folloua” nessuno, non ricambia saluti, si finge sempre occupato in qualcosa di grosso, se non capisce insulta, e non sta mai con i suoi simili: i Prolet.
Li sfugge, li ignora, teme di ritornare nella mischia e allora s’innalza, s’incensa e si loda.
Compra fan, paga giornali per finti scoop.  Al tramonto della breve carriera cura pubbliche relazioni per locali e discoteche. È un fan del botulino.

Umile davanti ai complimenti, ambizioso in cuor suo è infine lo Snob intellettuale.
Come il “nero bianco” è inviso alle altre categorie e ricambia, ma non apertamente – oggi chiunque può sempre servire meglio non farsi nemico nessuno.
Disprezza il denaro, ma cerca il modo più rapido per farne. Rifugge le mode “alla strada” e ne propone di continuo di nuove e originali. Amava Alda Merini –quasi sempre l’ha conosciuta e scoperta lui stesso- ma solo prima che fosse ridotta a “tuit”.
È lapidario nei giudizi e quindi ottuso: bianco e il nero sono i suoi colori, quelli che scorre ogni giorno sul monitor e che riflettono la sua parte migliore.
Lo Snob intellettuale è seducente e ambiguo.
Se un collega ha successo e va in tivvù dichiara tristemente, e non troppo tra le righe, che si rovinerà, se lui ha successo e va in tivvù se l’è solo meritato.
Il mondo cambia secondo il suo metro di giudizio e secondo l’umore. È  generalmente in grado di ottenere consensi: controtendenza, controcampo, contrariato.
Uno dei primi con l’account su tuitter dichiara ogni giorno che ne uscirà. Finge di non starci mai eppure controlla la TL ogni due minuti.
Tratta tutti come merde ma poi si offende se offeso.
Egualitario a parole e Snob nei fatti.
Originale nel dire, convenzionale nelle azioni.
Se gli domandi perché non ti saluta, risponde soavemente che non ti ha visto o era distratto.


Infine ci sono tutti gli altri, la massa, i Prolet: che le mode le prendono per la coda, quando sono già “alla strada” e non costano più niente.
Pubblicatori della domenica dalle idee confuse.
Idealisti.
Che occupati a sopravvivere si arrampicano sugli specchi di una realtà piena di occasioni che arrivano tardi e di scoperte fatte troppo presto, di opportunità già occupate, vittorie già giocate e ruoli già assegnati. Di bandi di concorso scaduti.
Occupati a cercare un posto su un autobus affollato.
Drogati di novità tecnologiche e sesso gratis. Di partite e scandali. Impegnati o qualunquisti poco importa, tanto sono già compresi nel sondaggio, non un pensiero originale.
Perché se il 2.0 gli ha dato l’illusione di stare più a contatto con il mondo che “conta”-ville, aziende, barche-,  ha tolto alla “massa” il potere di stare in gruppo, baciarsi sulle labbra e guardarsi in faccia.
Oggi, i Prolet sono disuniti e distanti, a volte anche colpevoli: colpevoli d’invidia e odio verso chi determina il loro futuro senza consultarli, dicono, ma di certo più colpevoli di ammirazione e idolatria verso le suole delle scarpe del Vip a un palmo dal loro naso comune.
Ieri, quasi tutto era creato dai Common, in piazza, per le strade, nelle sedi di partito. E faceva paura. Ieri si chiamava “movimento”: rinascite culturali, agitazioni politiche e aziendali, lotte di classe. Oggi, ci si nutre di “tendenze” ed “eventi” creati da VIP e SNOB: che non servono a nessuno, non determinano cambiamenti e fanno sì che si eviti di pensare.
Arrivano su Twitter che Fiorello già non c’è più e si affannano a collezionare follower che collezionano follower che collezionano follower...





domenica 9 settembre 2012

Is Just a Gigolò

Tra Lilith, Eva e la Mela





Visto che l’io, oggi, è ancora una volta l’esca migliore, vorrei mettermi a tu per tu con le signore che verso le sei del pomeriggio, come garrule colombe, tuittano grida stridule al web e minacciosi anatemi al mondo e al maschio: che non le chiama, che non le cerca, che non c’è, che non le vuole.

Partiamo dal fatto che il “tu”, in una comunicazione “one to many”, è assai fastidioso per chi sa di non essere il destinatario del messaggio. In aggiunta, dal suono poetico ma dal significato sempre uguale, certi “tuit” rischiano di far salire la glicemia alle stelle e di procurare fastidi alla vista, anche nel maschio in questione.
Le frasi che leggo più spesso non sono che 140 caratteri banali e che esprimono sempre lo stesso “bisogno”: di essere cercate, scelte, prese e amate. Ancora una volta passive creature dal cuore infranto e disposte a tutto per diventare “preda” di qualcuno.
E ritorniamo al solito “non ci siamo mosse da lì”, da quando cioè Penelope tesseva la tela in attesa del marito fedifrago rifiutando i Proci, seppur belli, ricchi e capaci.

Anche i Gigolò, nel bel paese della donna ai fornelli e il marito in poltrona, sono “utilizzati” come mezzo e non come fine.
Da due mesi che ho tra le mani l’intervista a Roy Gigolò, ma proprio non so che farmene per quanto poco interessante è ciò che ho scoperto.
Roy http://www.roygigolo.com/ ), simpatico e molto bello -almeno per i gusti più comuni - ha risposto con sincerità e candore a tutte le mie domande, ma senza rivelarmi niente di più di quanto rotocalchi femminili e noiosissimi magazine on line non mi avessero ampiamente spiegato –tutti con le stesse parole e usando le stesse fonti-.

Nessun “triangolo” alla “American Gigolò”: marito che guarda e donna che si fa possedere, azione ben diversa dallo scambismo, in voga da anni nei localini di provincia. Nessuna richiesta dal sapore trasgressivo, nessuna fantasia particolarmente piccante, niente catene, fruste o molestie consenzienti.
Roy, che di donne ne ha conosciute molte, mi racconta di voci flebili e visi arrossati dalla vergogna, di timidi approcci e balbettanti richieste di “qualcosina in più”.  Perché al contrario di ciò che pensavo, certi approfondimenti da “dopocena” sono rarissimi, come si trattasse di una colpa e di un affronto al comune senso del pudore, che è sempre e soltanto quello che ci vede affaccendate attorno al galletto di casa che invece, così come richiesto dal ruolo, tranquillamente “becca” nelle aie altrui -virtuali o reali non è importante.

Roy mi racconta che la maggior parte delle sue “prestazioni” sono, infatti, quelle dell’ingelosimento o dell’accompagno.
La donna di cui parliamo, nel 2012, non vuole essere single, se ne vergogna, si sente diversa e in colpa. Per un matrimonio o una festa di laurea, per una prima teatrale o un vernissage, l’affermata cinquantenne latina è disposta a pagare grosse cifre per evitare di sentirsi non abbastanza bella o non abbastanza desiderata.  Essere single è un privilegio enorme: la libertà di prendere il meglio da uomo tralasciando le numerose nevrosi, insicurezze e ansie, che di norma ci propina come corredo matrimoniale.  

Ancora una volta, nonostante quel “ lui” l’abbia lasciata per una stronzetta di vent’anni più giovane, la quarantenne bancaria o insegnante cerca l’affermazione attraverso la riconquista di colui che l’ha tradita, umiliata e offesa, recandosi a una festa di amici comuni con al braccio un bel giovanotto affittato per l’occasione.
Perché è questo che succede ed è questo il solo taglio che riesco a dare a questa intervista:
parliamo di femminismo e di luoghi comuni da abbattere, ma nella realtà, quando alziamo il telefono per chiamare un uomo a pagamento, ci sentiamo timide come dodicenni alle prese con un adolescente dall’ormone aggressivo, e balbettiamo.

Non sarà forse teniamo a un certo ruolo perché maledettamente più comodo?
L’uomo, cerca disperatamente, e da anni, di liberarsi dalle responsabilità che gli abbiamo imposto alla nascita e noi gliele ributtiamo addosso appena possiamo: sei tu che mi hai presa, ora, tienimi con te.
Ma siamo sempre Adamo ed Eva, o meglio ancora siamo Lilith e Adamo, come cerca di spiegarci Roberto Sicuteri in “Lilith e la luna nera” (Astrolabio), e che racconta l’inconciliabilità fra corpo e spirito, che ha determinato da secoli l’inferiorità della donna e il suo sentirsi “passiva”.
Perché secondo la legge originaria siamo uguali e dovremmo sceglierci assieme e assieme lasciarci.
Nessuno ha il primato della colpa o della sofferenza, nessuno fa ciò che non vuole –sempre che non si tratti di rapporti non consenzienti-, e se ci guardiamo dentro con sincerità, scopriamo verità oscene: che “quel” lui non ci piace più, che russa, che lo rivogliamo solo per orgoglio o per abitudine o peggio per soldi.

Siamo grandi e ci sobbarchiamo fatiche enormi, e invece di sognare avventure e descriverle con mille sfumature –di grigio, nero e rosso - e di cercare quello che non ci vuole più, dovremmo essere in grado ti tirar su il telefono e domandare al bel tizio che si fa pagare, ciò che un uomo chiederebbe a una prostituta, ossia di farci godere per bene e sino in fondo.
Perché il femminile non è passivo.
Piantiamola una buona volta di stare “dietro” al grande uomo, mettiamoci alla sua scrivania e ordiniamogli un caffè, con o senza zucchero.

Sono certa che togliendoci la maschera romantica dell’afflizione da abbandono, avremmo una ben più ampia possibilità di scelta. Liberando l’uomo dal giogo del possesso, della protezione e della responsabilità, i destinatari di certi “tuit” dolciastri si sentirebbero meno impauriti e forse più propensi a lasciarsi andare senza l’incubo dell’immancabile “per sempre”.

(Nella foto: Roy Gigolò)







sabato 8 settembre 2012

L'INCANTO





Era stata Giuditta a raccontarmi quella storia. Era successo proprio un pomeriggio di settembre, in cui malinconica per l’incipiente buio e per l’arrivo della scuola riflettevo se fosse meglio suicidarmi lanciandomi dal grande magnolio, fuggire di casa o iniziare il nuovo anno e decidere poi.
La terza opzione mi sembrò la più ragionevole e nonostante il divieto di uscire sotto il temporale, che d’estate fa sempre festa, infilai ai piedi le mie fedeli “occhio di bue” bianche e corsi al maneggio dove Giuditta viveva.
Andavo lì ogni volta che potevo, incantata a guardare ferrare i cavalli e accudirli, e ad ascoltare Giuditta e le sue storie.
Ci accucciavamo da qualche parte e lei cominciava.
Durante quei racconti fatti di pochi vocaboli e molto senso, espresso ora con salti, ora con sguardi di terrore o meraviglia e molto più spesso da lapidari “tu non capisci niente”, mangiavamo gelsi rossi che lei, in sorprendenti slanci di generosità, tirava fuori dalle tasche del grembiule.

Una volta, eravamo nella stalla di Zeus un cavallo bianco che per il suo carattere ombroso era tra i miei preferiti, mi disse che proprio un paio di giorni prima l’aveva sentito parlare. Sorvolò su cosa avesse detto, ma non ci mise molto a convincermi che quell’assurdità fosse vera. D’altra parte, convinta com’ero che ogni cosa attorno a me semplicemente fingesse di essere un oggetto inanimato, non mi fu difficile credere alle bugie che con la sua faccia rotonda e bruna mi raccontava.
In seguito passai molte ore nella stalla di Zeus facendogli domande del tipo in che scuola vai, hai la fidanzata, quando sei nato e così via. Poi mi dicevo che era solo troppo timido quando al tramonto, delusa per non aver ascoltato la sua voce, percorrevo il breve tratto di strada che mi portava alla villa.
Ma non fu la storia di Zeus a cambiare la mia vita e a far sì che conoscessi l’incredibile.
Perché solo i bambini sono in grado di crederci, assieme agli alchimisti, gente che per fame è in grado di tradurre la realtà in immaginazione e l’immaginazione in realtà.

E così, quel pomeriggio che pioveva a dirotto, presi per la campagna e corsi al maneggio.
Arrivata al basso muro di cinta già sentivo i nitriti di Zeus e l’odore del fieno dolce amaro. Rimasi per un po’ appoggiata al tufo nella speranza che in un momento di solitudine Zeus si dichiarasse poi, mi arrampicai.
Una volta arrivata ai box seguii la risata e la vocetta stridula della mia amica. Appena mi vide, senza nemmeno salutarmi, mi prese con forza per mano e mi trascinò nella stalla.
Devo raccontarti una storia bellissima, mi disse sottovoce, e si guardò attorno.
Avevo già gli occhi aperti all’incanto per come la sua bocca si spalancava dopo un profondo respiro per chiudersi di colpo.
Ma non ci riusciva. Quella volta Giuditta non trovava le parole.
Ipotizzai che Zeus le avesse raccontato finalmente la sua storia, quella su cui da tempo riflettevamo, ossia che fosse un principe meraviglioso che aveva bevuto il solito filtro eccetera eccetra, quando Giuditta sollevò il dito verso il cielo e con voce solenne disse: l’ho toccato.

Il silenzio fu interrotto da un tuono spaventoso e dal suo assunto.
Quando uno è felice tocca il cielo con un dito, no?, disse semplicemente e di nuovo sollevò la mano sporca di terra e di gelsi, puntandolo il dito con aria seria sulle nostre teste.
Mi guardò subito un po’ spazientita: si aspettava ben altra reazione a quella scoperta.
Non l’hai mai sentito?, disse mettendo le mani sui fianchi, l’ha detto mio padre proprio l’altro giorno, cantilenò come usavamo fare in quegli anni. 
Certo, la teoria di Giuditta non faceva una piega.
E anche i santi che vedevo dal letto e che tutti assieme banchettavano con Gesù in uno strano pulviscolo luminescente, ne erano una prova. In fondo cielo e terra non erano che una linea marrone tracciata con i colori a spirito e una blu. Che cosa ci voleva perché una, magicamente, si avvicinasse all’altra.
E così, tornata a casa dimenticai la storia.
Le piogge continuorono e la scuola iniziò. E mentre m’impegnavo a convincermi che quell’assurda perdita di tempo fosse necessaria, dimenticai anche Giuditta e il Principe Zeus.

Ma quel mattino le nuvole erano alte e bianchissime e mio padre, che mi aveva appena infilato una caramella in bocca, svoltò a destra.
Sapevo benissimo che per la scuola bisognava andare dall’altra parte.
Pensai che le mie occhiate tristi l’avessero portato all’esasperazione. Sapevo che quei pianti mattutini lo innervosivano e che lasciarmi da qualche parte, sulla strada, fosse per lui la soluzione più giusta, ma avevo sperato sul serio che non l’avrebbe mai fatto.
Così mi ritirai nel mio angolo a contare figurine, mi finsi indifferente all’abbandono e io stessa dimenticai quell’idea di epilogo tragico.
Lì, proprio sul prato più giallo che io ricordi, papà mi sollevò e mi prese in braccio.
Oggi non andiamo a scuola, mi disse, e io gli cinsi il collo, poi, vidi il cielo abbassarsi su di me e il mio dito sprofondò in una nuvola gigante.

(Foto di: Romualdas Požerskis)