L’altro giorno mi sono domandata quanti dei numerosi
contatti che su FB mi hanno fatto gli auguri di compleanno interverranno al mio
funerale, si spera un domani molto lontano. Quanti scriveranno sulla mia pagina
che ero una brava scrittrice senza mai aver letto una sola parola delle mie.
FB mi ha domandato a più riprese perché volessi sospendere l’account,
fornendomi ogni volta una buona scusa per restare. Poi, ha finto di non
riconoscere la mia password. O forse ero io così tesa da sbagliarla ogni volta.
Twitter è stato più freddo, e non ha insistito.
Posso dire di avere cinquecento contatti veri tra amici e
conoscenti. Il resto degli account sono persone che cercano visibilità. Che mi hanno
contattata perché la mia PIC è comparsa tra i “suggerimenti” del social più
ruffiano della terra, per domandarmi poi di mettere un “like” sulla loro pagina personale
o di scaricare gratuitamente il loro e –book, senza peraltro avermi salutata, come la netiquette vorrebbe.
Così ho deciso di staccare la spina, di alienarmi dai social
per un po’, di riconquistare il mio spazio privato, di ritrovarmi sulla mia
isola deserta, riconoscermi al di là della mia home page sempre aggiornata,
della mia cronistoria fatta di “status” taglienti, come dicono alcuni.
Non è bastato impormi di starci di meno, di togliere il wi
fi mentre lavoro, di aprire la mia pagina soltanto un paio di volte al giorno.
I social network sono nefasti perché l’unico mezzo utile a provare
a noi stessi la nostra esistenza, nel vano tentativo di affermarci in un mondo
sovrappopolato da artisti o sedicenti tali.
Voglio privarmi di questo confessionale digitale e capire
come si vive senza, perché ormai me ne sono dimenticata. Voglio guardare il
mare senza provare la necessità di mostrare ad altri la mia emozione. Andare
dal parrucchiere senza postare il mio nuovo taglio. Leggere una bella storia senza
dover sottolineare frasi da proporre ai miei follower. Incazzarmi per qualcosa e
non condividere con nessuno il mio punto di vista o la mia frustrazione,
lasciare anzi che cresca, per darmi la forza di scrivere di più, e meglio.
Questi palcoscenici virtuali ci danno la sensazione di stare
al centro della scena quando in realtà siamo ancora più soli di sempre, alla
mercé dell’odio comune se facciamo qualcosa di lodevole, alla gogna della derisione
globale se ci rendiamo colpevoli di qualcosa. Siamo al centro del giudizio per
lo più pettegolo di sconosciuti che hanno le nostre stesse ambizioni. E io,
invece, credo fortemente nella diversità. Nello scambio virtuoso tra punti di
vista opposti, e non nell’adesione ipocrita che serve per lo più a guadagnarsi
un retweet.
Le ricette di vita mi hanno sempre dato la nausea. Come la
filosofia spicciola delle twitstar anonime che fanno a gara d’ironia con
blasonate blogger, a mio avviso comunque indegne di tenere rubriche su famosi
settimanali culturali.
Nero su bianco voglio scrivere senza avere immediato
riscontro. Senza contare compulsivamente il numero di visite ricevute sul Blog.
Voglio sorprendermi a guardare fuori dalla finestra, e
basta. Contare gli attimi della mia inerzia. Contemplare la luna e le stelle
senza che nessuno lo sappia.
Il 2.0 ci fornisce l’illusione quotidiana di essere connessi
al mondo reale, mettendoci, di fatto, l’uno contro l’altro nella perenne gara a
chi ottiene maggiore visibilità.
La presenza sui social network serve a chi ha ambizioni
artistico letterarie, come a chi vive la propria esistenza in attesa di un
cambiamento che non avverrà mai, è utile a chi ha già raggiunto il podio per
restarci sopra e a chi vorrebbe salirci.
Abbiamo tutti uno spazio uguale che ognuno colora e
abbellisce secondo il proprio gusto e personalità, ma i limiti, e le possibilità, sono gli stessi per tutti, uguali a prima del 2.0.
E in fin dei conti, mi ripeto, gli incontri più
significativi della mia vita li ho fatti fuori da qui.
Un mese fa, perché la mia decisione viene da lontano, mi son
messa a rileggere vecchie e mail, discussioni infinite con amicizie virtuali
che sembravano poter durare per sempre e che si sono rivelate una deplorevole
perdita di tempo, concludendosi infine, con un cafonissimo e definitivo “ban”.
Chi vuole sapere veramente come sto o fare due chiacchiere
con me saprà comunque come raggiungermi.



