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domenica 11 novembre 2012

Ho visto Eva Kant uscire da un locale per scambisti.

Certo che è un incubo.
Una di quelle esperienze che poi rimani single a vita.
Cosa? Ah, sì, giusto, pensavo a un rapporto di monogamia assoluta e di frequentazione obbligatoria a vita.
Riflettevo su una specie di ergastolo in una bellissima villetta a Clerville.
Lo so, sarò lapidata pubblicamente.
È che dimentico ogni volta quella quantità enorme di persone che distingue romanticamente tra fare l’amore e fare sesso, che il cinismo è un luogo che grazie a dio non tutti pratichiamo e infine, la possibilità che alcuni saranno così fortunati da ascoltare violini per sempre senza mai distogliere il pensiero, la parola e l’azione dall’amato coniuge.
La mia è solo invidia, scusate, chiedo venia.
Comunque, chi volesse può anche provare ad avventurarsi con me in certi ragionamenti e cercare di capire il mio punto di vista.

Tranquillizzati i perbenisti “duepuntozero” –alcuni dei quali scrivono DM sconvenienti alle signorine-, ribadisco che per me sarebbe un vero incubo la frequentazione così assidua di un uomo. Solo un punto di vista, per carità, che poi i dati sul divorzio rafforzino la mia teoria, non ha nessuna importanza.
Penso che, nonostante una vita fatta di rapine, gioielli favolosi, lingotti d’oro, rubini grossi quanto prugne, ville favolose in costa azzurra, trappole e inseguimenti mozzafiato sulla splendida Jaguar e-Type, l’avrei già lasciato.
Non potrei mai amare un uomo solo e per così tanti anni, uno di cui, tra l’altro, nemmeno conosco il nome di battesimo e che nemmeno mi garantirà un mantenimento equo se dovesse innamorarsi della cameriera moldava ventenne.
Visto che non credo proprio siano sposati. O se l’hanno fatto, giusto perché le Giussani dovevano rimediare a un problema di censura, si sono uniti sotto pseudonimo nella chiesetta del paese, e quindi, se anche fossero a posto davanti a Dio, finirà che la povera Eva si troverà a settant’anni senza nemmeno la possibilità di avere accanto a sé una badante.

E come lo chiama lei, nel momento dell’amore?
Ma al di là di questo dubbio un po' infantile, ciò che veramente m’impensierisce è la noia cui i due sfuggono da anni, dato che poi, la maggior parte dei giochi da tavolo, almeno quelli più divertenti, sono per un minimo di quattro persone.
Mettendomi nei loro panni credo che, terminato il ragionevole periodo di passione, e che forse, visti i pericoli cui vanno incontro a ogni uscita in edicola, sarà durato un paio di anni in più che per noi comuni mortali, credo che al primo calo di desiderio si siano accontentati di comuni maschere.
Decidevano di incontrarsi in un locale pubblico, magari in un negozio di dischi o in supermercato, e di sorprendersi al banco della carne o della frutta con indosso facce diverse, abbigliamento e un modo di fare completamente distante da quello solito.

Lei, di nobili natali, ha avuto anche fantasie un po’ trucide.
Forse, “Lui”, si è travestito da idraulico, da uomo di fatica, da carbonaio, camionista e militare, presentandosi alla porta di casa con le scuse più fantasiose.
Forse, gli ha anche domandato di travestirsi da poliziotto per fare certa roba più hard con manette, una volta ogni tanto, è chiaro, anche solo per ricordare il rapporto di sottomissione che li legava all’inizio, quando lui era il Re del terrore e lei eseguiva alla lettera ogni suo ordine.
È possibile che abbiano discusso a lungo quando lei lo pregava, nell’intimità della villetta di Clerville, di travestirsi da Ginko per incontrarsi poi nel locale più trandy del paese, lì davanti a tutti. Anche perché due così, che nonostante siano pieni di soldi continuano a fare rapine tra botole mortali, fiamme esplosive, aghi narcotizzanti e gas soporiferi, hanno qualcosa che non va.
Di certo, per accendersi, cercano il brivido intenso. Almeno a giudicare da ciò che le sorelle non ci hanno mai mostrato e che accade sicuramente dopo il bacio dell’ultima striscia, una volta chiuso il fumetto e riposto in libreria.

Qualche volta, e sarà successo, credetemi, Diab si è infilato una maschera da supefigo per andare a caccia da solo. Anche perché il marchio da fedifrago già ce l’ha, visto che per sole tre uscite, è stato fidanzato con una tale Elisabeth Gay.
Lo stesso avrà fatto Eva, che d’altra parte ha dalla sua un’immagine bella trasgressiva, quando lui andava in trasferta per studiare il colpo.
Suvvia, non scherziamo!
Non si può bastare a se stessi per tanti anni.
Un’esistenza ha pur bisogno di confronti, di novità, di una boccata d’ossigeno ogni tanto! E che c’è di male in qualche digressione innocente...

Allora credo che l’unica sia stato il ricorso allo scambio di coppia.
Perché a leggere articoli e interviste, pare che le coppie di scambisti sono quelle che, proprio perché scelgono la condivisione totale dei desideri erotici, non si lasciano mai.
Chi rinuncerebbe a un partner che ci asseconda in tutto e con il quale si va d’accordo in tutto?
Questa è una teoria che, non gli fosse venuta in mente, potrebbe anche essere una svolta per il loro rapporto, casomai mi leggessero girando per Blog tanto per ammazzare il tempo tra un tweet e l’altro.
Perché cos’altro possono fare due fumetti condannati a vivere assieme e amarsi per l’eternità?

giovedì 8 novembre 2012

#Sonounadellepocheragazzeche...


Confessarsi è sempre sano, mostrarsi in tutta la propria nudità emotiva è un bene, dichiarare a tutti e a nessuno debolezze e punti di forza– casomai passasse da qui il mio “idolo”, quello che proprio non mi segue- sembra la cosa migliore, almeno vista da qui, mentre vado a scuola, seduta ancora sulle scale o in bagno, prima della lezione di latino.

Mostrarsi tra questa folla, è tutto ciò che rimane a noi ragazze per venir fuori in questa confusione, da questo bla bla bla fastidioso, attraverso PIC che mostrano solo il nostro lato migliore, quello senza occhiaie da studio o da ciclo mestruale.
Lo so che non sono una ragazza, ma che c’entra, certa roba rimane addosso come il gesso e la paura della lavagna, di non sapere, lì davanti a tutti e nella minigonna nuova, come risolvere quella maledetta equazione.
Anche qui, porca puttana, sono una di quelle che si dimentica l’apostrofo... ma chi se ne frega. È il contenuto che conta, vero?, se detto da una bella bocca, poi, anche la sintassi scorretta può calzare a pennello, come un neo sulla guancia, al posto giusto.

Su questa TL c'è di tutto, ci sono le maestrine petulanti, quelle ragazze che, un po’ vecchiotte, dichiarano la totale mancanza di originalità delle altre e la loro capacità, straordinaria, di distinguersi: perché dall’omologazione non si viene fuori.
Ci sono #Quellepocheragazzeche, tante e troppe, inseguono, vogliono, amano un idolo che però non le ricambia, le deboli e le anonime, le bruttine, quelle che si sentono di troppo, grasse o troppo troppo magre, sofferenti e tristi come se questo maledetto retweet fosse il marchio distintivo per un futuro qualunque, che se anche da qui non lo vediamo, sembra comunque perfetto (e per fortuna).

Le ragazze che si fanno del male e lo scrivono, che sentono il bisogno di mostrare a tutti i propri tagli, quelle che non sono originali perché ci sono sempre state, e che a un certo punto grazie dio smettono,  perché non serve a niente, è solo un’abitudine fin troppo reclamizzata da non destare più alcuna meraviglia. Le ragazze che ancora non sanno ancora che poi, da grandi, le cicatrici rimarranno per sempre a ricordarci quanto siamo state imbecilli: e metti via quella cazzo di lametta che è meglio.
Ci sono vampiresse e licantrope, le solitarie e le bugiarde.
Ragazze fatali e dozzinali con la spalla magra di fuori, che devono dirlo proprio a tutti quanto essere cattive è bello, un marchio di fabbrica che vale più del diploma.

Ci sono #Quellepocheragazzeche preferiscono un CD al maquillage.
Perché semplice è bello -lo dice anche nonna- è bello come le scarpe da ginnastica e non avere un ragazzo.
Ah, e non fumare.
Sì, sì, dico a te, proprio a te che stai di sotto alla mia PIC e mostri la gamba come fosse una reliquia. Che di spalle, con capelli biondi da invidia, racconti di avere amato per la prima volta a undici anni. Ma valà, ma chi vuoi che ci creda, giusto qualcuno in là con gli anni e che per un po’ si prenderà gioco di te e del tuo minorenne entusiasmo domandandoti poi, di cancellare tutti i DM.

E poi un tuit dopo l’altro digiti la tua paura a dimostrare amore, a farti notare, ecco, appunto, ancora, maledizione: la tua ansia di voler essere diversa e originale. Perché sei una delle poche ragazze che non sa vedersi bella né riesce a migliorare, come avessi lì davanti agli occhi un modello ben preciso da seguire. Come quella di pochi tuit avanti, che legge miliardi di libri dice che scrive romanzi ma poi sbaglia accenti ed elisioni.

C’è una delle tante che non studia libri interi, perché li taglia a metà, forse, credo.
Quella che fa la scema quando è triste e quella che si pavoneggia per i suoi Master e che si sente arrivata, non la solita sfigata.
C’è quella quella che nasconde il sorriso, quella che usa un altro nome.
#Sonounadiquelleragazzeche sta sempre in libreria, non come quella che usa tremila pronomi personali per evitare di perdersi, perché quel verbo, non venga attribuito, per sbaglio, a nessun altra.

C’è la svampita e la santarellina, quella che se ne frega della dieta e che preferisce la nutella, la famiglia al locale, e che nella PIC ci mostra il suo mito, pardòn, il suo idolo: uno sbarbatello che forse durerà ancora due anni in una hit –se tutto va bene- prima del tramonto.
E poi lacrime, rancori, e ancora acuti dolori adolescenziali, quelli che chiusa nell’armadio e abbracciata al rotellone bianco con prolunga, raccontavo alla mia amica del cuore, in un tempo analogico lontano, così felice di essere unica, sola e originale.
Poi, abbiamo acceso la luce e ci siamo contate, siamo in troppe, sì, e tutte uguali.

martedì 6 novembre 2012

ODDIO no! Stamattina siamo “inseguiti e inseguitori”.


Sempre più #derivaditwitter

Al di là dell'incubo notturno, colpa di “The walking dead” e della mia passione per i morti viventi e dell'averci incluso anche il mio ex maestro di editoria, Alberto Castelvecchi –che se mai mi leggesse, abbraccio-, e che mi salvava dai mostri per mordermi però selvaggiamente all’ultimo istante, mi sveglio con l’orrenda sorpresa di un tuitter mezzo tradotto in italiano.

Ma che orrore!
Avrei quindi un tot di persone che io seguirei e 900 e passa “follower" che al ritorno dalla mia corsa sul mare potrei ritrovare come “inseguitori”.
Beh, suggerirei a questo punto la terza categoria, quelle dei FAN, così completiamo l’orrore.
Anche perché, essendo oggi tutto ridotto a un domandare e un leccare il culo –per lavoro, amore, denaro-, se lo facessimo in modo palese, per noi "massa di Choosy" l’umiliazione sarebbe completa.

No, non sono arrabbiata. Anzi, mi sono svegliata stranamente felice.
Ma è sempre così, quando un'idea arriva “alla strada”, cioè alla portata di tutti, i marketing Manager la semplificano all’estremo affinché diventi un "prodotto" di cui chiunque possa fruire liberamente. E perché tutti possano tenerlo tra le mani, "il prodotto" -compresa la nonnetta di Avellino di centosei anni che dio la benedica- esso va semplificato.
Che lo strumento di potere rivoluzionario arrivi a tutti, sì, ma svuotato della forza d’impatto iniziale, è come dotare il combattente di armi giocattolo.
Per cui siamo alla fine, alla frutta, alla deriva già paventata da me mesi fa.

È stato così anche con i movimenti degli anni settanta e il punk negli ottanta. Basta mettere in vetrina jeans borchiati che il "movimento" può dirsi bello che finito.
E non si tratta di "fantapolitica", questa è storia. 
È ovvio che il potere voglia impadronirsi anche di tuitter.

Qualunque strumento di comunicazione efficace deve deregolarsi, svuotarsi di segni e codici, e arrivare alla portata della massa affinché lo renda del tutto privo di senso, fascino e ambiguità.
Tra miliardi di persone e tuttatori di “Buongiorno”, infatti, sarà sempre più difficile che le idee più cool, i libri più trend e le foto più hot, abbiano rituit e arrivino a tutti, anche perché la corsa ad acquisire follouer, tra i neofiti, è lo stesso che addobbare l’albero il ventitré di dicembre: per la fretta e per l'ansia si dimentica tutto il resto. Soprattutto, ci si scorda di leggere i tuit degli altri.
Perché come avevo previsto cuoricini e soliti bla bla bla, di cui mi sono anche rotta di parlare – e certamente anche voi di leggere- hanno preso il posto di rassegne stampa argute e di doppi sensi così criptici da poter essere inseriti in un libro di Koan

Dunque, la semplificazione come strumento di potere.
Proviamo a vederla così, in negativo.
Come il metodo più subdolo per spuntare le nostre idee e renderle orribilmente innocue.
Il meccanismo di semplificazione e controllo, infatti, è identico a quello perpetrato dell'editoria e da certe sette religiose, quelle di stampo orientale, quelle dove ti dicono che se ripeti il famoso mantra –anche cambiando il pannolino al bebè o girando il sugo, o stirando qualcosa o facendo sesso con l’amante- trovi il famoso parcheggio, il lavoro, l'amore.
Anche lì le regole sono state tutte semplificate, i Sutra accorciati, smembrati, tradotti in formulette da baci Perugina, affinché TUTTI possano accedervi, sì, ma soprattutto perché i loro prodotti da banco vengano venduti (incensi, rosari e riviste) e infine, perché non vi sia mai spazio per una teorizzazione un po’ più personale.

Infatti, perché venga escluso il ragionamento logico, che porta alla confutazione della teoria e quindi a un pensiero indipendente, bisogna semplificare.
Pazienza se parliamo di popoli che da secoli basano la propria filosofia sul principio che il contenuto è anche la forma. Non ha importanza se tu reciti il Sutra con il giusto ritmo e che non conosca nemmeno il significato di ciò vai blaterando: l’importante è farlo, impossessarti di qualcosa, esserci.
Il mistico non è controllabile, così viene tradotto e reso innocuo. 
Non che Tuitter sia uno strumento “mistico” ma di crescita, e di democrazia partecipativa, probabilmente, sì.


lunedì 5 novembre 2012

THE RED LIST #Marina


Prima o poi scoprirai di essere nella RED list di Marina, o di una sua amica.

Non sempre un amore liquido nasce on line. E Marina non vuole sorprese. Non beve, non fuma ed è vegana.
È razionale, single e usa il tempo, il suo e di sua figlia tredicenne, con la stessa serietà con cui gestisce l’agenda del Manager per il quale lavora da otto anni, e che ama, non ricambiata, dal giorno del primo colloquio.
Ambisce a posizioni hot sulla scrivania o sotto e le ripassa ogni sera prima di addormentarsi, poco male se al mattino si trova a tu per tu solo con fax, fotocopiatrice e PC.

Ha avuto diversi alias con cui negli anni è riuscita a entrare nella hot list di Franco, lui, ha numerosi account con cui si diverte nel tempo libero.
Perché Franco non è fedele a sua moglie, e nemmeno a Marina.
Marina colleziona le password di Franco e anche i suoi post it, preziosi feticci che ripone ogni sera in una scatola di legno e avorio gelosamente custodita nell’ultimo cassetto della sua ordinatissima scrivania.
Colleziona anche i capelli di Franco, che raccattati dal pavimento del bagno o dal lavello, porta una volta al mese, mettendo da parte qualsiasi pudore, da un’amica sedicente maga nella speranza che il filtro d’amore prima o poi abbia effetto.
Marina è convinta che lei e Franco siano fatti l’uno per l’altra. Il perché lui non abbia mai osato andare oltre un formale “come sei elegante oggi” non la sfiora né la induce ad alcuna conclusione logica, l’unica: il sacrosanto terrore di avere per amante una segretaria quarantenne mamma/single e in attesa di un amore possibilmente “eterno”, per esempio.

 “Submissive-72”, “incatenatapersempre” e “genuflessa” sono alcuni dei nickname di Marina.
Anni fa, su MSN, lei e Franco erano arrivati al dunque.
Dopo sei mesi di chat notturna come “incatenatapersempre” e dopo aver scoperto i suoi gusti –ovvi- in fatto di sesso aveva fatto breccia nel suo cuore di Master del sabato sera.
Gli scambi di foto furono il momento clou della relazione.
Marina aveva molto obiettivi: andare dal parrucchiere tre volte a settimana, iscriversi in palestra per eliminare quegli ostinati cinque chili di troppo e imparare tutto su Giappone e bondage.
Pronta a lasciarsi legare e appendere dal sesto piano del palazzo specchiato, in cui ancora oggi lavora, aveva deciso di accettare il suo invito in un locale Privé sulla costiera romagnola declinando poi l’impegno a causa di una colica epatica da stress.

Ridotta a collezionare anche le ricevute dei taxi del suo amato manager, oltre a scontrini e biglietti da visita da lui cestinati, e condannata a un profilo FB autentico, Marina ha cercato di mostrare a Franco il suo lato migliore: madre amorevole, ballerina, sportiva, amante del jazz e improbabile alpinista -ma con un paio di short mozzafiato.
Dal suo profilo, lancia frasi sibilline che Franco proprio non coglie: sono il battito del tuo cuore, sono nata quando ti ho visto, fammi sognare.
Intorno alle 23.00 quando la figlia dorme e i piatti sono già impilati e asciutti nella cucina lucida e ordinatissima, Marina medita, e il cuore, sgorga stille di sangue.


Secondo l’andamento della giornata, le frasi sono da rialzo di glicemia, odio compresso, odio a morte.
Lei è una di quelle in posa ammiccante che scorrono sulla TL, e che urla al mondo intero, ma affinché uno sola l’ascolti, la passione bruciante coltivata nella solitudine del proprio Id number.
Tutto il suo amore, declinato in seconda persona singolare, è alla mercé di chiunque tranne di chi dovrebbe leggerla.
Quando è furiosa per questo amore liquido così insensato da non riuscire a confidarlo nemmeno alla sua amica del cuore –otto anni è un tempo eccessivo anche per una stalker-, si dà all’acquisto compulsivo.
Franco, amante di tutte le “sfumature di grigio”, da buon cultore di sado maso “soft” (genere inesistente in natura ma creato dai marketing manager), ama la donna in abito attillato e in perfetta forma.
La speranza che lo spacco si apra mentre è chinata a raccogliere qualcosa, fa sì che Marina indossi scomodissimi reggicalze che poi sfila con rabbia, una volta in auto, per sostituirli con comodi collant.

Passa le giornate on line a monitorare i movimenti del suo capo e quando lo vede in chat irrompe in ufficio con le scuse più diverse.
La frustrazione più grande è che su twitter Franco non la segue.
L’ha defollowato circa settanta volte per rifollowarlo un minuto dopo.
Perché lui si accorga di quanto i loro gusti sono simili, lascia libri e manuali di Feng Shui e massaggi sulla sua scrivania, accanto a una splendida orchidea che nebulizza con accanimento.

Pensa a lui lasciando le mani fuori dalle lenzuola e i suoi sogni erotici non vanno più in là di un’abatjour rigorosamente spenta e di un Franco sempre dolcissimo nonostante quel certo amore per la legatura.
Franco l’uomo che vede ogni giorno, ha tutti i capelli in testa e usa dopobarba nauseanti che le ricordano il suo papà. Ma forse, ci fosse stato uno più basso e anche un po’ stempiato, sarebbe andato bene uguale.
Alla proposta sensata di sua figlia di andare da un buon analista o di cercarsi un fidanzato Marina risponde: intanto sto benissimo, e poi, l’uomo ce l’ho già.