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venerdì 21 gennaio 2011

PENNA ROSSA - 6° episodio


Oggi pulizia annuale della libreria!
Non puoi saperlo, è vero, ma fra le tante ho anche la mania dell’ordine.
Quando mi dedico a questa delicata operazione, ho bisogno di una giornata intera. Un viaggio così impegnativo fra pagine che muovono emozioni, suggeriscono vie d’uscita e leniscono ferite a volte anche gravi, non si può liquidare in poche ore.
Ogni volta cambio criterio di archiviazione e questo è l’anno dei generi,  così ho relegato i testi di sociologia in alto, in modo che anche i tuoi libri, Davide, rimarranno nascosti alla mia vista, irraggiungibili.
Mi muovo fra pile di libri che occupano tutto lo spazio disponibile al suono di pianoforti e viole, è tradizione che la colonna sonora di questo flash back sia Schubert e faccio attenzione, mentre loro, instabili, attendono le mie cure.

Pepe si sente al sicuro e fa le fusa sulla sua poltrona, quella di velluto rosso che avrei dovuto buttare via anni fa ma che, da quando c’è lei, si è resa necessaria.
E io? Arriverà un giorno in cui anche io sarò necessaria? Non dire nulla, Davide, in fondo  conosco bene la risposta.
I libri si nascondono, forse lo sai. Oggi, per esempio,  ho ritrovato “Il Rosso e il Nero” archiviato sotto la lettera A.
A come amore?
A come Andrea che me l’aveva regalato?
I libri nascondono tesori inestimabili. Pensa che, alcuni anni fa, tra le pagine di uno Sciascia, ritrovai il numero di telefono di Isabel, te la ricordi?  E poi,  sottile come un’ostia, una lettera di Franco, quello che trovai a letto con un’altra e a tre mesi dalla data fissata per il nostro matrimonio.
Pazienza mi dissi, pare che anche Colette sia stata più volte tradita.
La macchia di nutella su “Orgoglio e Pregiudizio”, invece, è il mio primo trenta e lode mancato!
Un pezzo di pizza bianca farcita comprata in Via del Governo Vecchio e divorata insieme al pianto sulle scale della Chiesa a San Luigi dei Francesi che, chiusa per la pausa pranzo, mi negò anche la vista del Caravaggio: drammatico al punto giusto.
Nelle Memorie di Adriano ho trovato una margherita e tre non ti scordar di me: me li aveva infilati fra i capelli mio padre. Soffiava un forte vento di tramontana quel mattino in stazione, lui mi alzò con forza il bavero di un cappotto color miele e mi sussurrò in un orecchio la nostra parola magica. Non lo vidi più.
La data sul frontespizio non è così  importante, conosco bene la storia di ogni volume, così legata alla mia. Ricordo il colore del cielo, a che ritmo andava il mio cuore.
E ci passo le dita a lungo sulla carta che il tempo ha reso porosa, spessa, che il fumo di  mille sigarette ha ingiallito; la sabbia ancora intrappolata fra le pagine ondulate dal sale, i miei appunti e le mille sottolineature, le fotografie della mia vita.
Ed è per questo che ti ho sempre regalato i miei libri, quelli passati per le mie mani, affinché leggessi nel mio cuore attraverso segni, ascoltando parole di altri.
Ed è a pagina 90 di” Lettera al mio giudice” che campeggia invece una larga macchia di caffè: non potevo distogliere lo sguardo da quelle righe, dovevo andare avanti, scorrere assieme alla sua passione, arrivare al più presto alla fine per poi disperarmi di nostalgia e di dolore.

Un bagliore attraversò lo sguardo di Marina.
Guardò un paio di volte oltre la finestra il cielo azzurro, l’aria limpida e chiara.
Si tenne impegnata per alcuni minuti, accese un incenso dalla fragranza pastosa e scura, maschile, e vagò per la stanza in cerca di qualcosa.
Finalmente, in una scatola di latta nascosta sotto il lavabo, in cucina, e finita per sua mano sul fondo, trovò un ritaglio di giornale, una foto ritraeva Davide vincitore di qualcosa.
La guardò a lungo prima di farla a pezzi.
Tornò al panciuto scrittoio della nonna e accese una sigaretta, rilesse l’e mail un paio di volte e respirò a fondo prima di cestinarla.


martedì 11 gennaio 2011

Teresa e i nodi da sciogliere.

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Stavolta è arrivata prima lei e a me toccherà pagare il conto.
Per l’Epifania è tradizione scambiarci un regalino e per Terry ho scelto un bel libro di psicologia, uno di quei manuali da leggere in piedi su un tram, dove vengono dispensati inutili consigli su come evitare innamoramenti catastrofici.
Nulla avviene per caso, urliamo in coro fra baci e abbracci!  Infatti, il tema dell’incontro urgente al solito caffè in via del Babuino è la  nuova storia d’amore di Susanna, amica over quaranta e disperatamente single.
Di fronte a una fetta di torta al cioccolato si fa all’improvviso scura in viso: le ho detto che è meglio stia molto attenta... mormora Teresa fra una boccata e l’altra di una sigaretta elettronica che secondo lei l’aiuterà a smettere.
Quella s’innamora subito, e il quarantenne è pericoloso, subdolo! E allarga i grandi occhi luminosi come una bambina che abbia di fronte a sé un disastro apocalittico e aggiunge con espressione grave che a quell’età l’uomo è infido, bugiardo e ci prova con tutte!
Perché,  intervengo subito io in veste di grande esperta in materia di fallimenti sentimentali, torture psicologiche e intricati labirinti mentali, il cinquantenne sta a guardare?  Insisto sul fatto che non possiamo fare il processo alle intenzioni e che, comunque, almeno a mio avviso, ogni lasciata è persa!
Terry ci pensa su un attimo e, dopo aver ingoiato un paio di grossi bocconi di calorie, mi rilancia la palla cantilenando la sua teoria con accento del sud: ammesso e non concesso che tutto dovesse filare liscio - e muove le mani confusamente come a rappresentare la difficoltà che ciò avvenga- come la mettiamo se un domani il tizio volesse dei bambini?
Infine e alzando la voce sentenzia categorica: e come si sentirà fra dieci anni la mia cara amica Susanna quando lui sarà un aitante cinquantenne e lei avrà l’interno coscia flaccido?
E con questa immagine raccapricciante e il Barman che annuisce, sono costretta a segnare un punto a favore di Teresa che nel frattempo si rinvigorisce facendo a pezzi una seconda fetta di torta, questa volta alle mele.
Poi, abbassando la voce per evitare di rendere di nuovo partecipe dei fatti nostri il ragazzo al bancone che nel frattempo se la ride, mi si fa più vicina tanto che sento forte il suo inconfondibile profumo di cannella e sibila: il problema è che siamo destinate ad altri! E si chiude subito in se stessa tirandosi indietro contro il morbido schienale, come una Sibilla che abbia pronunciato infauste parole e resti in attesa di una buona risposta.
Ovviamente aspetta che io prosegua e così faccio, esprimendo un punto di domanda con la sola espressione del mio viso.
Ecco, riprende a ragionare,  il problema è che adesso sono i più giovani che ci guardano, sono loro che vanno in cerca dell’amore e che non sono stati ancora delusi, che prendono le storie così come vengono e che si lasciano travolgere dalla passione. E, messo un punto fermo, riprende il suo combattimento con la torta di mele.
In effetti, Teresa ha ragione anche se, le faccio subito notare, non sono molto incline a ragionare per luoghi comuni; comunque, di certe faccende bisogna pure dialogare.
Ed è proprio parlando che io e Teresa in questi anni abbiamo sviluppato ottimi anticorpi a certi tipi di uomo, quelli complicati, che portano in sé mille labirinti, i cintura nera di narcisismo e i medaglia d’oro di cinismo.
Perfetto Terry, e stavolta la provoco un po’ tirando fuori dal cilindro vecchie storie come la delusione avuta con Max non ancora trentenne o peggio con Daniele, il venticinquenne che, oltre a farle perdere tempo, le ha anche incasinato la vita - la verità è che amo vedere le sue guance morbide prendere fuoco e diventare un tutt’uno con i capelli che oggi ha domato, raccogliendoli in una coda bassa-.
Ma forse non basta e, quasi per vendicarmi delle notti passate ad ascoltare il  suo pianto, riprendo con il nutrito elenco di cavalieri senza macchia e molta paura che le hanno tolto energia e spazi mentali, gioia di vivere e stima in se stessa, tempo e opportunità di nuovi incontri.
Terry si è fatta piccina e, schiacciata da quei ricordi dolorosi, cerca di opporre scuse e fa di tutto per sorvolare su quelle storie che lei chiama “stupidi inciampi” ma che, lì per lì, sembrano passioni eterne e senza fine.
Il problema è che noi incontriamo solo uomini complicati, maschi dai mille nodi da sciogliere, uomini che se la tirano manco fossero femminucce al primo appuntamento, signori di ogni età che, in virtù della propria virilità e della nostra disponibilità, giocano come il gatto con il topo.
Cerco di scongiurare l’amarezza con una tazza di cioccolata ma già intravedo nei suoi occhi una luce diversa, si specchia nella vetrina che luccica di addobbi natalizi e mi fa – scusami cara ma ora scappo- e adesso sono io che spalanco gli occhi chiedendole una spiegazione.
- E’ passato adesso Paolo, mi dice infilando una vecchia pelliccia sintetica leopardata, te lo ricordi il quarantenne con il senso di colpa verso la prima moglie che mi disse ti chiamo domani e sparì nel nulla?- e si affretta a uscire dal Bar – Ti chiamo io più tardi!- e sparisce ingoiata dalla folla dei saldi invernali.
Il Barman guarda la mia espressione confusa, sorride e mi offre qualcosa di forte.




martedì 4 gennaio 2011

PENNA ROSSA 5° Episodio

Laura gli porse la carta da lettere e scomparve silenziosa.
Il Professore detestava scrivere al computer, lo faceva solo per gli articoli e le pubblicazioni, che comunque dettava, ma per le lettere e i messaggi personali continuava a usare la carta, quella con le sue tre iniziali in alto a destra, colore su colore.
Fino a un anno prima era Marina a occuparsene ed era suo anche il compito di riempire le stilografiche con i diversi inchiostri.
Pose il foglio sul tappetino di pelle e ci passò un paio di volte il palmo della mano, come per assicurarsi che non avesse pieghe, perché le parole non vi si nascondessero, esiliate in un punto invisibile di quella carta raffinata e sottile.
Si mise a contemplare l’ordine che regnava sulla scrivania in attesa del giusto incipit e, quando la frase compiuta si formò nella sua mente, svitò con calma la penna che a un suo ordine solcò il foglio appena ruvido.


  - “Promenade”, ricordo bene quel quadro, Marina, ricordo anche che fuori pioveva, che tu avevi un abito rosso e che ti dissi che avrei voluto fissare quell’istante nella mia memoria, per sempre-.
E si mise di nuovo a vagare con lo sguardo altrove e con la mente ancora più lontano.
Faceva caldo, c’era un’afa insopportabile quando la vide per la prima volta alcuni mesi prima del colloquio di lavoro.
In realtà aveva deciso di presenziare all’evento solo un giorno prima, le implicazioni sociologiche dei social network non facevano parte della sua sfera di interesse ma si convinse che forse c’era un motivo diverso per essere lì.
Marina lo conosceva da tempo, aveva studiato sui suoi libri e di lui possedeva anche i saggi introvabili, quelli che aveva scritto in Germania durante gli anni di specializzazione. Ma lei non lo vide, al contrario di Davide che rimase colpito dalla forza con cui la donna metteva in discussione la teoria del relatore, dalla chiarezza delle sue argomentazioni, dalla profonda ironia che permeava il suo ragionamento.
E quando tempo dopo se la ritrovò in studio, smarrita, improvvisamente fragile, decise di sperimentare su di lei qualcosa che nemmeno lui aveva ben chiaro in mente e che, solo adesso, riconosceva come un banale gioco di seduzione, una prova di forza e nulla più.
Non la chiamava in piena notte domandandole particolari intimi, non parlava un linguaggio osceno e non si dava da fare usando quelle immagini per il suo piacere carnale ma, ogni giorno, la provocava attraverso gesti invisibili, brevi occhiate, parole a un primo ascolto prive di peso. Sapeva che lei avrebbe colto quelle provocazioni, visto il potere che già esercitava su di lei, e sapeva anche che lui le avrebbe negate, ogni giorno.
Infatti un pomeriggio di Novembre le disse che quella reciproca attrazione non andava assecondata, che sarebbe stato pericoloso per entrambi, che era stanco, vecchio, che voleva riprendere la relazione con sua moglie e senza finzioni.
In basso, la donna nel suo abito bianco e nero dall’aria retrò lo aveva guardato.
Ti dispiace molto vero?-
Lei fu rapida nella risposta e si sentì anche sollevata, almeno in quel momento, visto che la relazione con un uomo di quel tipo le era parsa da subito troppo impegnativa seppur così seducente.
Non aveva mai conosciuto un uomo tanto egocentrico, autoreferenziale e innamorato di se stesso e delle proprie idee da disinteressarsi di quanto gli accadeva intorno. Così poco sensibile da ferirla di continuo.
In realtà non sapeva che quel negarsi non era che l’inizio di un gioco al massacro, evitabile.

Davide scosse la testa un paio di volte e si diede dell’idiota.
Perché una volta compresa la pericolosità di quella partita a due non l’aveva interrotta. Perché non riusciva più a dominare il piacere che provava nello scorgere in lei quell’espressione di dolore diffuso.
- Sei tu che sei andata oltre, che hai voluto vedere ciò che non c’era.
Non pensavo che un’amicizia potesse essere fraintesa. Stimo molto la tua intelligenza e so che capirai-.
Si alzò dalla scrivania e senza rileggere quelle poche righe affatto convincenti strinse il foglio in un pugno e lo lanciò nel cestino.
Davide sentiva chiaramente l’odore putrescente di cui parlava Marina: la fiamma che aveva reso arido il suo cuore bruciava ancora.
Ma sapeva bene che, una volta consumata, quella passione si sarebbe comunque risolta nella noia, nel già visto, in qualcosa di veramente triste, nel solito addio doloroso, molto più doloroso della rinuncia al desiderio che di giorno in giorno cresceva anziché spegnersi.
Doveva scriverle qualcosa.
Erano troppe settimane che intorno a lei si era fatto silenzio.

sabato 1 gennaio 2011

Teresa e il tempo che passa.

- così mai…così quasi mai…così sempre!-
E Teresa muove gli avambracci sottili e pieni di pendagli avanti e indietro sul bordo della tavola mostrandomi come, secondo la basilare buona educazione italica, vadano tenute le mani mentre si mangia.


E, mentre il bambino over five del tavolo accanto inzuppa indisturbato la pizza nel boccale di birra del padre, Teresa continua come in un mantra a ripetere -che modi…-
Ed è proprio durante le feste, a ridosso del capodanno, che Terry sente forte e presente il morso della nostalgia, che sente palpabile la distanza da un tempo ancora carico di buone maniere e di gesti simbolici.
Sua nonna, una donna altera dallo sguardo azzurro ghiaccio vestita Chanel, le ripeteva la stessa solfa ogni domenica e, dopo pranzo, mentre i cugini si scatenavano in giochi arditi, Teresa restava con lei ad apprendere le basi del vivere civile e, come si diceva allora, borghese.
Una pila di libri sulla testa, Terry, con grande soddisfazione della nonna dal nome floreale,  profumata Dior, passeggiava su e giù per il salone di casa, dritta come un fuso e gesticolando appena.
Ma non bastava. Per l’educazione di Teresa, la nipote più bella, seppur troppo minuta secondo i canoni di bellezza della nonna educata in un collegio svizzero, furono istituite lunghe sessioni al tavolo da tè, a quello da bridge, e la lettura settimanale di almeno un capitolo del libro delle ricette di cucina regionali.
Altre lezioni consistevano nell’imparare ad apparecchiare la tavola -conservando stretta la speranza di non doverlo mai fare in prima persona-, nella conversazione e nell’apprendimento dei differenti saluti. E quella fu per lei la più importante fra le lezioni: capire che alla base dei rapporti umani esiste una gerarchia dovuta in primo luogo al sesso e infine all’età.
E la piccola Teresa, i capelli rossi stretti in due spesse trecce, immaginava uomini di ogni fattezza, età e classe sociale avvicinarsi al suo tavolo e mutare espressione al solo vederla.
La scelta del corredo, poi, fu per la mia “rossa” amica che adesso raccontava felice di quel bon ton dimenticato, il modo perfetto per imparare tutto sui tessuti, i pizzi, gli orli, la giusta dimensione delle cifre da ricamare, il modo per piegare e riporre la biancheria di casa nei bauli e in valigia.
E fu così che la nonna dagli occhi di ghiaccio, che camminava come un uomo e di un uomo aveva la forza, aprì a Teresa le porte della raffinatezza mostrandole i bauli di famiglia e le storie che essi contenevano.
E da allora, da quella domenica di novembre piovosa e triste, iniziò la narrazione dei segreti delle donne, delle trame ordite per spezzare o favorire unioni, dei trucchi per tenersi un uomo. E tutte le storie finivano con un lungo bacio e un arrivederci, e tutte parlavano di promesse e lunghe assenze, di rossori e pudori infantili, come l’impegno del nonno Riccardo che, per un intero anno, si presentò alla stessa ora davanti alla sua porta, in attesa che qualcuno finalmente gli aprisse.
E il portacipria d’argento, e il pettinino di osso, e le piccole foto abbracciate a minuscole treccine, a nastrini di raso mangiati dal tempo, fragili come ostie e come ostie pieni di una sacralità senza tempo, legata alle radici e al sangue.

-Perché ti racconto questo?-
E prende tempo facendo cadere il tovagliolo e fingendo di raccoglierlo e, voltandosi in qua e in là come in cerca di qualcuno, Teresa asciuga una grossa lacrima che rapida solca il bordo del suo viso rotondo.
Si sa, è la nostalgia, dice guardandomi appena, o forse la consapevolezza che tutto passa e se ne va o forse, e qui sorride un poco, è solo raffreddore...