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sabato 26 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 13° episodio


Da quella sera, quando sono venuta a cercare la tua ombra o un’idea di te, lì in alto, dietro le finestre a sesto acuto del tuo studio, è già passato un mese.
Nel frattempo mio fratello è stato da me per un paio di settimane e qualche giorno, domandandomi di continuo come stessi e propinandomi medicine e calmanti di cui non credo di aver bisogno.
Ho solo bisogno di te, Davide.
Ma non posso nemmeno dirtelo.
Ho provato a chiamare il tuo vecchio numero una, due, tre volte: mi piace l’idea di torturarmi nella speranza che sia ancora la tua voce che risponde e, anche se subito delusa, è troppo forte l’emozione dell’attesa per proibirmi di farlo.
Al contrario del tuo, il mio cuore non è abbastanza forte.
Ho cercato, ho provato con tutta me stessa a dimenticarti e farmene una ragione, ma negli ultimi mesi sento così forte la tua presenza accanto che a volte credo di non essere poi così pazza e che, forse, a pochi metri di distanza da me, in linea d’aria, anche tu soffri per la mia mancanza, e anche tu vivi di rimpianti.
Mi domando cosa sarebbe successo se ti avessi preso la mano, se l’avessi accarezzata con l’amore che provo per te quando mi sei distante, con lo sguardo sincero, quello che vedo di me adesso, nello specchio.
Mi avresti comunque respinta, lo so.
Sono nove mesi, Davide, nove mesi e otto giorni che non sento la tua voce. Sono stata così brava da distruggere tutti i file audio delle tue conferenze, tutte le foto, i ritagli di giornale che con cura ho archiviato negli anni. I libri, li ho nascosti in alto. Eppure, l’idea di te è sempre presente.
E’ sempre lì il rumoroso tarlo che mi parla di te e del mio amore grande che tu hai respinto.
E i ricordi, tanti, si affollano alla mente senza preavviso: un suono particolare, la leggera brezza all’imbrunire, il silenzio delle strade la domenica mattina quando passando sotto casa citofonavi per salire “un momento” e invece restavamo a parlare per delle ore di te e del tuo continuo affanno.
Ti amo senza soluzione, Davide, anche se mi proibisco di farlo.
Andando via, mio fratello mi ha pregato ancora una volta di starti lontana e di non avvicinarmi alla tua casa, a tua moglie o a Laura, e lo ha fatto con accento commosso, con un’espressione in viso mai vista.
Ma è come se invece di spegnersi, l’idea di te si fosse fatta accecante, come se, a pochi metri di distanza, tu non facessi che ripetere il mio nome come un mantra.


In quell’imbrunire opaco di nuvole e gas di scarico, Davide accese la pipa e rivolse lo sguardo qua e là nella stanza in penombra: lì la scrivania ordinata, la libreria , il caminetto acceso, Freud che di tanto in tanto muove un sopracciglio.
Si alzò e camminò lentamente per lo studio; poi, diede ordine a Laura di portare cappotto e cappello.
Scese le scale con calma, come quando faceva “due passi” nel tardo pomeriggio, giusto per salutare un po’ di gente, per godersi Roma in mezzo agli altri.
Così percorse tutto il vicolo buio e freddo, parte di via dei Coronari per poi svoltare a destra.
E si trovò sotto casa di Marina.
Guardò verso le finestre accese e sentì della musica provenire dal suo appartamento.
Volle immaginarla attorcigliata nella poltrona rossa e abbracciata a Pepe e a un maglione morbido, volle immaginarla nuda sotto il maglione e calda, volle pensare al suo sguardo triste e disperato, agli occhi che le si facevano grandi e lucidi quando lui le iniettava, all’improvviso, una falsa speranza.
Quante volte si era detto che sarebbe bastato un niente per scoprire se quello lì fosse vero amore o una passione passeggera come tante. E invece, niente, e si era negato quella scoperta, convinto che tanto sarebbe arsa rapidamente, che anche quel legame all’apparenza coinvolgente non fosse che una perdita di tempo e un azzardo.
E così aveva preferito lasciarla sospesa nel vuoto di una mancata risposta, darle della pazza e della nevrotica quando lei gli diceva, guardando in basso, che sentiva che per lui quel sentimento era lo stesso.
Come sarebbe stato se avesse ceduto? Se si fosse lasciato andare a quel lungo abbraccio? E se fosse stata lei, la sola a poter lenire le sue ferite secolari, a colorare le pareti del suo odio sottile per il mondo, la sfiducia verso i suoi simili così radicata e forte?

La vibrazione del cellulare lo scosse da quelle domande che ora, nascosto nell’ombra, l’assalivano.
A passo svelto si diresse verso casa.
Marina, abbracciata a se stessa e al quel costante dolore, guardò verso la finestra: il buio aveva ingoiato ogni colore.

(Foto: Mimmo Jodice)

La Collezionista.


Era il solstizio d'autunno il periodo in cui Anna metteva in ordine e spolverava la sua collezione.
Con cura tirava via dalle cornici a giorno, tutte della stessa dimensione, le foto in bianco e nero e a colori della sua preziosa e del tutto originale collezione e, se fino a pochi anni prima la teneva nascosta a occhi estranei, adesso ne andava così fiera da aver disposto quella specie di "reliquiario" sulla parete centrale dell’elegante salone in Via dei Gracchi.
Tutti, quando ne parlava, si lanciavano in dissertazioni sul bello oggettivo ma che finivano, inevitabilmente, nel concludersi in un –Ah... però!- meravigliato e sincero di fronte a quella fila di cornici.
Perché non ci si poteva non sbalordire di fronte a quell'assurda collezione.
Aveva cominciato quella raccolta alle elementari e, precisamente, durante la terza settimana di scuola quando il primo di loro si fece avanti e lo vide arrossire a un suo sguardo casuale.
Anna era la più bella della classe, forse la più bella del plesso elementare inferiore, tanto che alcuni già scrivevano per lei frasi d'amore e poesie sgrammaticate sulle porte azzurre dei piccoli bagni al primo piano.
E fu proprio da quel mercoledì di un Ottobre tiepido, sotto un salice malato, che proprio non poté fare a meno di considerare la timidezza e il difetto, ma anche il balbettio o l’eccessiva magrezza, come una dote ai suoi occhi irrinunciabile.
Lauro, così si chiamava il primo pezzo della collezione, le si avvicinò con tutto il garbo e la dolcezza che un'anima triste e sola poteva contenere in sé: di statura modesta e magrissimo, portava occhiali dalle lenti così spesse che di lui si vedevano solo due larghi e luccicanti occhi neri e Dio, o chi per lui, aveva pensato di completare l'opera aggiungendo a quegli occhi un tantino troppo distanti una consistente deviazione degli assi visivi.
In classe, e per difendersi dalla derisione costante di quella massa di anime crudeli, Lauro sedeva al primo banco, vicino alla maestra. Durante la ricreazione, invece, consumava la merenda accanto alla guardiola della bidella, non osando scendere in cortile dove sapeva che di sicuro gli sarebbe capitato qualcosa di molto spiacevole.
E Anna, tornata a casa carica di regali e puerili biglietti d'amore, dedicò da quel giorno in poi, a Lauro e a quelli che l’avrebbero seguito, ogni suo pensiero e carezza.
Non si saprà mai che fine facessero poi quei ragazzini, una volta scattata la foto, una volta intrappolati in quella inaspettata relazione, di certo c’è che da quel giorno, e nonostante le facce sorprese dei compagni di classe, Anna sedette accanto a lui al primo banco, prendendogli, di tanto in tanto, la mano molle e un tantino umidiccia.
Più tardi, al liceo, e più avanti ancora, la vita le diede ragione e, quando ascoltava i racconti di amori tempestosi, di corna e tradimenti si rafforzava in lei la convinzione di aver fatto la scelta più giusta.
Al di là della mancanza di armonia, delle asimmetrie e dei colori sbiaditi, Anna cercava uomini che contenessero in sé anche nevrosi, ossessioni e comportamenti compulsivi tali che fosse veramente difficile per loro trovare riparo altrove.
La sensibilità di alcuni e la dolcezza che s’insinuava in ogni loro gesto o sguardo portava Anna fin quasi al pianto, a una commozione così profonda che mai in vita sua si sarebbe sognata di far loro un torto.
-di quale amore e dedizione può essere capace una creatura così fragile!- pensava ogni volta che ne incontrava uno.
Questa, l’ossessione che da quel mercoledì tiepido, sotto un salice malato, l’aveva abbracciata.


E anche quello era un mercoledì! Se ne ricordò solo dopo aver sbattuto la porta dell’aula, dopo aver percorso a passo svelto il lungo corridoio dell’università, dopo aver sceso di corsa le scale.

Solo dopo un caffè lungo, macchiato e amaro, fu in grado di riprendere un passo normale, il suo, quello tipico di una donna piuttosto bella, sicura di sé, alta il giusto, mora, dai tratti tipici della donna del sud, il passo di chi sa come farsi guardare, di come ipnotizzare chiunque con il dondolio morbido dei suoi fianchi e di quell’abito verde smeraldo.
Anna, quel giorno, avrebbe voluto mettere fine alla sua ricerca. Arrivata a trent’anni, stava per mettere le mani sul pezzo più raro di quella strana collezione quando, dalle labbra piccole e sottili del Professore di statistica, un –no, mi dispiace- secco e perentorio frantumò il suo sogno.
All’ingresso dell’aula ventinove della facoltà di Matematica quelle tre parole separate da una pausa e da un breve sorriso, comunque timido e sottotono, misero fine a quell’hobby così poco consueto.
Si allontanò dall’Università a passo svelto domandandosi il perché di quel rifiuto, svoltato l’angolo scomparve fra l’umanità, una sagoma verde smeraldo confusa fra la gente.

martedì 22 febbraio 2011

PENNA ROSSA - 12° episodio

Sono tornata a Roma da alcuni giorni e di nuovo il tuo nome risuona nei pochi spazi vuoti del mio tempo.
Cosa voglio da te. Cosa ho mai desiderato. Cosa ho visto in una creatura così, uno che di fronte a tanto amore ha deciso che no, non si poteva fare.
E poi perché? 
Te lo sei mai chiesto, fra un impegno e l’altro, fra una lezione e una conferenza?
Pensavi magari chissà quale impegno, a una passione amorosa bulimica, a una perdita di tempo! Io non chiedevo niente, nessun viaggio a Parigi, Davide, nessuno smeraldo.
Con te, di tanto in tanto, avrei voluto passeggiare per le strade del centro, sotto braccio, come due vecchi amici che si sanno leggere dentro. Con te, amore mio, in visita a una mostra o un museo, vincendo così anche le mie paure, l'ansia che mi prende se guardo troppo il bello. 
Ti avrei invitato a cena, a casa da me, con tutto quel che segue, se segue.
E sogno, immagino l’attesa del tuo arrivo, le candele, gli incensi, i preparativi soliti per rendere tutto perfetto, per un nuovo inizio, una nuova fine.


Ho imparato a cucinare l’arista al latte, questo non lo sai, e faccio sì che nel lavello non rimangano mai residui di cibo –ricordo ancora quando licenziasti la povera Maria per un'invisibile foglia di prezzemolo rimasta lì per distrazione-. Quando cucino la pasta al forno, bado di fare le polpettine piccolissime, come piacciono a te. 
Dicevi sempre che preferivi cenare in casa, che il cibo cucinato con amore ha il sapore della pelle di chi lo ha toccato.
Avrei voluto massaggiarti le spalle, sempre contratte e doloranti, lo so, passarti le mani sulla testa, fra i capelli, e tirar via tutti i pensieri cattivi, le noie, i dubbi sull’esistenza e sull’amore che ancora ti turbano.
Con te avrei voluto parlare, nel buio, fra le carezze, nel tuo respiro.
Ascoltare i tuoi racconti, nel buio, sul tuo cuore.
Quanto invidio la tua capacità di affabulare, e le lunghe pause, e le domande retoriche fatte ad arte alla  grande platea, al momento giusto, fino a spezzare la tensione di un momento. L’ironia che scatena una risata collettiva, quella che ti aspetti e che deve arrivare proprio lì, in quel punto esatto.
Avrei voluto contribuire alla tua felicità, essere la giusta componente, l’ingrediente più appropriato al tuo gusto: questo il mio dono.
Camminare accanto a te, in silenzio.
Ricordi quella volta a Praga? Riflessi in quello specchio, sembravamo giusti assieme anzi, perfetti.
Mi concedesti anche un ritardo clamoroso e, scese le scale di quel piccolo albergo, non potesti fare a meno di rubare una rosa: è in un cassetto, quello dei ricordi dolorosi, quello che sai, l’unico chiuso a chiave. Sai bene quale. 
E quanto ti diede fastidio non poter vedere cosa c’era dentro! Ricordi?
- Marina, fammi vedere!- e non ti saresti mai aspettato un mio rifiuto, quel giorno che avevo
la febbre alta, quando arrivasti inaspettato dopo avermi annunciato che avresti mandato il tuo medico. Non ci potevo credere, vedendoti nell’ombra, sulla porta, pervaso da un’espressione sconosciuta di docilità e compassione.
Davide, ho scoperto delle rughe sul mio viso, sono piccole lo so, ma presto mi devasteranno.
Avrei voluto le tue carezze per una volta sola e dopo, te lo giuro, mi sarei disciolta per sempre in un ricordo.
Invece, ti sei comportato da maestro, hai mantenuto la parola e, negandoti, mi hai ridotta in catene.
Ma era forse questo che volevi?

Si fermò a lungo a scorrere quelle righe, poi si alzò e, preso cappotto e sciarpa, scese le scale di corsa, come se avesse dimenticato qualcosa di importante o dovesse comprare il pane un minuto prima della chiusura dei negozi.
Percorse il vicolo freddo e si fermò davanti al cortile della casa di Davide.
Accese una sigaretta e si appoggiò al muro finché vide la luce calda dello studio e si nascose dietro l’angolo, il cuore che faceva fatica a correre dietro all’emozione.
E volle immaginarlo  in giacca da camera, prima, nel suo cachemire preferito, poi, quello color canna da zucchero che dava risalto al suo incarnato scuro.
Volle vederlo con il solito libro in mano, l’ultimo saggio di Bauman, per esempio, o il “Libro Rosso” appena ristampato.
Immaginò anche la sua espressione annoiata, stanca per la lunga giornata, per la nuova assistente che ancora non sa come lui esige vedere impaginate le parole, le sue, con che tipo di caratteri e dimensioni.
Lo vide lanciare occhiate un po’ dovunque alla ricerca di un’imperfezione, di un ordine non eseguito,  di qualcosa di cattivo da dire.
Marina, riascoltò il suono della sua voce sempre sottotono, come se il mondo intero non meritasse di udire quelle parole piene di senso.
Davide, ripensò alla sua creatura fragile, a quella donna che a causa della sua falsa indifferenza aveva quasi perso la ragione.
Guardò a lungo fuori, verso l’angolo buio da cui Marina lo spiava.


giovedì 17 febbraio 2011

Teresa e ... quelli che spariscono!



Non avevo mai visto la sua nuova casa. Chiamo un paio di volte e mi urla di andare “di qua”.
Un buon profumo mi guida verso la cucina.
Terry, in grembiule ovviamente rosa, mette in tavola un vassoio pieno di biscotti fumanti.
- E’un Tè speciale, giapponese, leggero e profumato!- e mi invita a sedere.
Mi porge la zuccheriera – quella che doveva andare con il servizio di piatti ma che in mancanza di nozze rimane a casa dei nonni!- e tira fuori degli zuccherini colorati.
C’è un alberello di natale verde, una cuore rosso, una bimba rosa e un bimbo azzurro. A me porge generosamente un cuore e mi schiocca un bacio sulla guancia, lei, afferrato per un braccino il minuscolo rappresentante del genere maschile, lo tiene fra l’indice e il pollice sospeso sulla tazza fumante, mi guarda e, con un’espressione veramente sadica lo lascia precipitare nel tè bollente.
- tu lo hai più visto?- mi fa – io no!- e si rannicchia sulla comoda poltroncina di vimini.
In cucina, per me, il tempo si ferma.
Se poi è come questa: le tendine bianche, le luci basse, e che profuma di biscotti ancora caldi, è normale che mi lasci andare a discorsi triti e ritriti, che mi rilassi nell’ascolto e nell’enunciazione di luoghi comuni, di fatti noti e grazie ai quali di continuo ci diamo ragione e ci ridiamo su.
Certo che ci ridiamo su! Non siamo mai così affrante, o pallide, e nemmeno deluse più di tanto quando ricordiamo le storie d’amore cui siamo sopravvissute.
E ridiamo anche di certi difetti o peculiarità, queste ultime visibili a occhio nudo, mentre i primi, ben nascosti.
-La questione è che questi spariscono anche se non gliela dai!- e di nuovo si rannicchia abbracciando le ginocchia e assaggia il risultato del suo lavoro, croccante e saporito.
Io invece, aspetto il racconto.
E’ chiaro che certi tipi li incontra soprattutto su questi maledetti e irrinunciabili social network, quando si mostra un pochino più che disponibile il che, purtroppo, accade spesso.
La maggior parte delle volte poi, si tratta di tipi che pescano a strascico, non dei metodici della canna da pesca – e su questo Terry e io abbiamo una buona teoria-.
E il modo migliore per fare incazzare una donna, per lasciarle un brutto ricordo, peggio di una macchia d'olio sull’abito nuovo, è quello di sparire dalla circolazione, e senza dare spiegazioni.
La storia è questa: un tizio, uno che se la tira il giusto, uno di che non sembra proprio piatto, uno con un minimo di pieno interiore, incuriosito dagli stati di Teresa, dalle sue foto e anche dalla sua procacità, la invita a pranzo.
Lui, regolarmente sposato, uomo affascinante ma per una volta -e grazie a Dio!- che ha voglia di cominciare la conoscenza non dalle tette ma dalle parole, dall’energia, dallo spirito e dall’intelligenza,la guarda negli occhi per l'intera durata del pranzo.
E per la prima volta dopo anni, forse per la prima volta in assoluto, Terry si trova di fronte a una magia: un uomo interessato più a lei che a se stesso, alla sua creatività nascosta, alle sue potenzialità, al talento.
Davanti alla Metro poi, si scambiano gli auguri e lui, spontaneamente – la mano di Terry ancora nelle sue- la lascia con un caldo e sorridente: ripeteremo presto e anche meglio.
E Terry già immagina l’appuntamento serale in un ristorante chic del centro. L’abito già ce l’ha.
Passa il Natale, il Capodanno, l’Epifania e arrivati a carnevale, Terry gli invia una e mail.
Nessuna risposta.
Dai, forse è all’estero le dico rassicurante.
Che motivo avrebbe uno per dirti che vi sareste rivisti “presto e meglio” se invece non ne ha nessuna intenzione.
In cucina si fa silenzio.
Io tiro fuori i miei “desaparecidos” e le dimostro quanto anche la mia lista sia piuttosto nutrita!
E così ci mettiamo a rivangare vecchie storie, quella del fotografo cubano fichissimo che prima dell’appuntamento, e quando già Teresa era sul treno per Milano, le mandò un sms dicendo che la sua ex fidanzata si era buttata dal sesto piano incinta di lui. Ma anche quella di Paolo, il belloccio artistoide che quando usciva con lei guardava con occhi concupiscenti il tizio al tavolo accanto, o Gianni, il biondo, quello che mandò all’appuntamento suo fratello gemello.
Ma Terry non sa, o fa finta, che difficilmente un uomo dice la verità, e anche se loro lo chiamano “tatto” si tratta solo di vigliaccheria.
Se non gli piaci proprio –perché diversamente “una botta” te la danno comunque-, il tizio in questione potrebbe dire la verità ingentilendola un pochino o, come si faceva prima del 2.0, potrebbe inventare delle buone scuse, magari anche fantasiose.
E invece no.
Adesso, con tutta questa “carne al fuoco”, certi signori non si preoccupano nemmeno di dare il ben servito: ti eliminano dagli amici e basta!.
Un bel giorno ti svegli e quello con cui sei uscita la sera prima semplicemente non c’è più, e se lo cerchi per avere spiegazioni si nega, e se insisti, diventi pure una stalker.
Basterebbe un semplice –no, grazie-!
Datemi torto se continuo a sostenere che su un’isola deserta ci andrei solo con la mia migliore amica: non lascia disordine, profuma di cannella, è morbida e sincera e cucina biscotti buonissimi.