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venerdì 12 novembre 2010

PORTRAIT- POLAROID n°3: CLAUDIA Convergenze

("Polaroid" sono dei brevi racconti uniti però da un disegno più grande, una trama che non conosco ma si va delineando nel tempo. Lia è la dominante, foto Man Ray).

Una volta Lia aveva amato.
Guardandosi in una riga di specchio si sorprese per quella constatazione fuori luogo, inutile.
Anni prima, forse, si era invaghita proprio di quel tipo strano, quello che non le perdonava mai niente e che la riprendeva per certi suoi modi, di continuo, e spesso a ragione.
- Sei disordinata, noi hai la testa a posto, sei malata, tu hai bisogno di capire- le diceva.
- Come se qualcuno te lo avesse chiesto, come se io volessi qualcosa da te che non sia una semplice scopata- senza il coraggio di pronunciarle però quelle parole, conscia della possibilità che lui annuisse, sincero.
Forse era stato così che il suo cuore era diventato granito, era stato per quella mancanza di sincerità, per quell’atto di presunzione che si era ogni volta risvegliata alla realtà, come se qualcuno l’avesse colpita nello stomaco tanto a lungo da toglierle il respiro.
Guardò ancora una volta i suoi occhi di ghiaccio, si compiacque ovviamente per l’effetto di quei nuovi colpi di sole nei capelli, Filippo era stato straordinario stavolta, e li mosse ancora con leggeri colpi di spazzola.
Affondò le dita nel porta gioie per prendere come d’abitudine i suoi anelli da uomo e un paio di collane di pietre dure, quelle che fanno sempre effetto e che se proprio devi, le usi pure come arma da difesa, quando pescò qualcosa che proprio non ricordava: un pettinino di osso con intarsiata, in oro, una farfalla sottile.
Che strano trovare proprio in quel momento quell’oggetto che parlava di lui!
Glielo regalò la prima volta che s’incontrarono, la prima volta che fecero sesso e che forse, assai distrattamente, si amarono.
Lei lo sentiva che sarebbe stato un giorno speciale quello, lo aveva percepito da lontano e nello stomaco che si contraeva non certo per quel servizio fotografico di routine, come se il giorno dopo avesse dovuto sostenere un esame!
Si sentiva palpitare come quando aspettava l’esito del test di gravidanza, o quando tentò l’esame per la patente che infatti, non avrebbe superato mai.


-Mi scusi ma lei non può presentarsi così-
Lia sulle prime si sentì offesa, e stava per scendere le scale di corsa quando la stessa voce, ma questa volte morbida prese a dirle -vestita così intendevo...ma si è guardata allo specchio prima di uscire?-
Lia non si voltava, pensava solo che quell’uomo parlava d’altro e che forse aveva sbagliato piano perché nei suoi abiti non c’era nulla di strano.
- Signorina che fa? Entra oppure devo dedicarle un intero poema perché si decida?-.
Nello studio c’era una luce elettrica, guardò fuori, verso i grattacieli e il cielo era grigio.
Aveva deciso per un bianco e nero estremo, e lo aveva anche urlato ai collaboratori che rapidi, si davano da fare intorno al set, con lui che di continuo diceva loro cosa non andava.
La truccatrice era stata veramente una maga a farle sparire ogni traccia di occhiaie, mentre quell’uomo affatto magnanimo, non disdegnava di lanciarle occhiate furtive come se il suo corpo non avesse che una funzione.

E anche la pioggia che batteva sui vetri, rese quelle polaroid più drammatiche con Lia che pensava solo a come andare in fretta dall’altra parte della città, in motorino, su un altro set e con una paga ben più misera ma necessaria.

Quando stese la mano verso di lei per salutarla, non pensava che l’avrebbe portata alla bocca e nemmeno che la donna avrebbe accettato di rimanere lì
-Soltanto mezz’ora ...si chiama Lia vero? Allora vuoi? Ti dispiace se ti do del tu?-
Da quel “tu” a rimanere stesi con una canna in mano a guardare il soffitto bastò poco, e venne a entrambi naturale, ma che lui cominciasse a misurare il suo corpo e con dedizione e calma, non l’avrebbe immaginato mai.
Entrambi poi misurarono invece la stanza e ogni sedia e tavolo come se ci fosse tempo e fuori, la notte avesse ingoiato tutto il resto.
Generalmente, anche lontana dal set, gli ordini per lei erano sempre gli stessi: fai così, ferma lì, guardami dai, non guardarmi più.
Con quell’uomo invece, in quelle poche ore, non ci fu spazio che per parole gentili, regali e carezze al cuore in nome forse, di un sentire comune che Lia non conosceva.
Si videro per qualche tempo ancora, la costanza non era di casa e non potevano privare il mondo intero dei loro favori.
-Non avrò tempo per te Lia, io giro il mondo e tu hai bisogno di attenzioni, come una pianta rara-
Anche quella volta Lia ricacciò le parole in gola, anche quella volta la donna decise di tacere rassicurando l’uomo che non aveva bisogno certo del suo amore.



Infilò le collane su per la testa e si riavviò ancora una volta i capelli e cancellò con un colpo di cipria lo sguardo oscuro.

mercoledì 10 novembre 2010

PORTRAIT -LIA POLAROID n° 1 Il trasloco e l'umiliazione

L’appartamento era inondato di sole, i cassetti tracimavano una vita piena di ogni ben di Dio e di difficoltà. Cartoni, uno sull'altro, ingoiavano suppellettili e abiti insieme a ricordi e contrattempi.
Il banano gocciolava linfa e gli orologi a parete, di cui faceva collezione,  battevano in controtempo fra loro: segnavano tutti un’ora diversa perché per Lia il tempo non aveva importanza.
Aveva aperto il portone sapendo che quell’incontro sarebbe stato l’ultimo. Fermò, succhiando con forza, il sangue che usciva da un pezzo di pelle tirato via d'istinto, solo un bruciore intenso. Pensava che quella storia andasse chiusa e senza tante domande. Era diventata una consuetudine. 
Scrollò leggermente la testa e i capelli caddero sulle spalle magre.
Lasciò la porta socchiusa, scalciò con un destro elegante qualcosa che intralciava il suo cammino e svoltò a sinistra per la cucina. 

Questa volta il ragazzo la prese nell’ingresso, inaspettatamente, come piaceva a lei.
Lia aveva un profumo speciale, e mentre glielo sibilava all’orecchio, lei, incontrando il suo sguardo lucido, si domandò da quanto tempo fossero amanti.
Ricordava che quel giorno, le lunghe mani abbronzate del giovane tenevano con cura un volume, un catalogo su Hopper. 
«Ho appena visto la mostra a Milano!» gli aveva detto quel mattino, sempre in vena di comunicare con chiunque. A guardarlo con attenzione si sentì al cospetto di un capolavoro, come nei Santi di Caravaggio, gli occhi del ragazzo erano rivolti verso altezze supreme, destinato e piegato con dolore a verità sublimi.
E Lia, ancora adesso lo guardava incantata, sotto di lei, riflesso nello specchio che sul pavimento stava in attesa di essere incartato per una destinazione ancora imprecisata. 
Attenta, la donna seguiva le linee senza sbavature del ragazzo. Il naso dritto, lungo e importante, la carnagione scurissima che dava ancora più luce agli occhi chiari. Sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo di una serie infinita di incontri passionali ma sempre uguali.
«Ci vedremo ancora?»
E Lia trasformò prontamente la falsa promessa, in mugolii lunghi e intensi e si eclissò di nuovo in se stessa accompagnando il movimento dei fianchi con dei –sì- che si riferivano ad altro, distraendo così l'amante da quell’interrogativo inopportuno e dalla sua mancata risposta. 
Lia stava pensando, divagava!
Eppure non riusciva a immaginare la sua vita senza quella consuetudine, quella certezza, la stampella comoda di un corpo che abbraccia e non cattura, che tocca lievemente senza lasciare tracce indelebili, che non fruga violentemente nei pensieri e nell’anima.
Lo baciava come sempre con passione simulata, accarezzava il corpo sottile e nervoso solo per accerttarsi che nulla avesse scalfito quella bellezza, che nessuna cicatrice o graffio avesse tolto da quel corpo l’aspetto incorruttibile di sempre. 
E lo guardava, ancora. 
Nello specchio, in quella cornice, faceva l'elenco degli aspetti che lui non avrebbe mai notato: una velata mancanza di autostima, il carattere pigro, l’assenza di fiducia nel prossimo.
Le mani sottili e lunghe del giovane continuavano a fare il loro dovere mentre lei continuava a catturare fotogrammi e a scattare istantanee da attaccare su qualche parete della sua memoria, quella rimasta libera.
E più quegli occhi chiari la guardavano con intensità commovente, più Lia ripeteva a se stessa che quella volta serebbe stata l’ultima finché l’uomo si fermò portandola a sé in un abbraccio che voleva dire: non mi lasciare.
La donna rimase in ascolto -ecco il tram delle diciassette e trenta, le campane di Santa Maria Maggiore, quelli del piano di sotto che si chiedono da settimane la stessa cosa girandoci intorno...- e incontrò di nuovo il ragazzo nello specchio.
Lo vide questa volta umiliato dal suo distacco algido.
«Beh? Qual è il problema adesso?», e già si era alzata indossando qualcosa che giaceva ai suoi piedi, una tunica di garza scura che lasciava trasparire tutto ciò che faceva di lei una donna speciale.
«Allora?» gli domandò senza guardarlo, affaccendata fra capelli e il trucco, come si parla a un cane che ha sporcato in salone, un cane malato e anziano però, o un cane ferito. 
L’uomo non poté fare a meno di nascondere il viso fra le mani lunghe e scure.
«Ecco i ragazzi del trasloco!» e Lia scomparve con un paio di Jeans ancora alle caviglie e la sigaretta fra le labbra nervose.
«Lì, sul terzo ripiano della libreria c’è un libro per te. Poesie».
La voce, calda, aveva attraversato il corridoio ingombro di cartoni raggiungendolo, soffocata.
La sentì di nuovo mentre dava ordini e spiegava con calma ai ragazzi i dettagli del trasloco, poi la vide materializzarsi sulla porta, rivolta verso di lui ma sorridendo a se stessa nel vetro opaco di una finestra, aggiustando infine l’onda della frangia, la testa reclinata appena su un lato.
«Ci vediamo martedì mattina? Ti ho scritto il nuovo indirizzo sull’ultima pagina» e il braccio che tintinnava di bracciali gli indicò il libro che il ragazzo pigro non aveva nemmeno guardato.
Un inaspettato e aspro "non credo ci rivedremo ancora", lasciò la donna senza parole. 
Calmo, il ragazzo le si avvicinò e ancora le prese la nuca. 
Anche questa volta lei si mise in ascolto: e sentiva solo i ragazzi che spostavano cartoni e la vicina, nevrotica, che urlava.

domenica 7 novembre 2010

L'anniversario


Quando fermò la sua corsa a metà del grande viale alberato, Alessandra vide riflessi per primi i suoi orecchini.
Non era importante che quelle splendide gocce di acqua marina e brillanti le avesse scelte e acquistate lei stessa il giorno prima, firmando anche il biglietto a nome di lui.
Non era nemmeno così importante vederlo arrivare al ricevimento in disordine e a suo dire in ritardo a causa di una lunga riunione: aveva ancora addosso l’odore acre del sesso, ma anche quel particolare fu messo da parte.
Era stato altro che l'aveva resa cieca di rabbia, forse quel suo sorriso felice e un pò stupido.
Poi il finestrino di un’auto le restituì un’altra immagine, quella di uno sguardo assorto ma anche un poco inquieto, come di chi fa e rifà i conti di un resto sbagliato, incapace di ammettere una fatale distrazione, evitabile.
Si voltò verso la strada e pur di scappare da quell’espressione stupida fu sul punto di attraversarla senza guardare, come quando lasciava correre le sue lunghe telefonate fatte di brusii e risate sommesse, o le continue trasferte.
Una scia di automobili in corsa le sollevò appena la gonna turchese, giusto un lembo, quel tanto che bastò a farle riprendere la corsa, a farle capire che non sarebbe andata lontano, che sarebbe arrivata, come sempre diceva lui, solo alla fine dell’isolato.
Quella sera la cena l’aveva organizzata sua madre, lei non ne aveva voglia.
-Cosa fai eh? Annunciamo il nostro divorzio il giorno del nostro anniversario? Quest'anno dovevi evitarla- 
 le aveva detto il marito un settimana prima lanciando sul letto l’invito stampato di fresco, infastidito.

Non aveva cambiato idea si disse Alessandra, ma pensò anche che forse c’era tempo e prese a dire qualcosa mentre lui, senza aspettare risposta, uscì chiudendo la porta con calma, ma solo per buona educazione.
       Quella sera aveva trovato l' abito turchese già adagiato sul letto, come un morto in attesa di degna sepoltura, e il pacchetto degli orecchini lì accanto.
Davanti a sua madre aprì la busta – per una vita felice amore mio, insieme- era sempre la stessa frase, quella di vent’anni prima pronunciata sottovoce, urlata poi e taciuta adesso.
- Ma te la senti?- le aveva chiesto sua madre preoccupata da tutta quella calma, incredula di fronte a quel far finta di nulla e andare avanti.
Lei non rispose, scrollò le spalle magre e si infilò sotto la doccia bollente.
Impietrita sotto una la massa d’acqua pensava al viso di lei, a quella ragazza rotonda e assai bellina che lo aveva affabulato con l’idea di una relazione nuova, con i suoi giochini che fra una riunione e l’altra, fra un’assemblea e un brain storming avevano risvegliato il suo “cinquantenne” ormone stanco, incapace di rassegnarsi alla futura e certa impotenza senile.
Cancellò dal viso pianto e dolore cercando di tirare su gli angoli della bocca, delusi e imbronciati, e li nascose abilmente dietro in un ghigno di falsa gioia e uno sguardo più che meravigliato, incredulo.
Davanti allo specchio strinse più che poté la cintura alta attorno alla vita sottile e mise ai piedi le scarpe più giuste.

Correva ancora quando si accorse che l’auto della polizia le stava dietro e tirò fuori dalla tasca un grosso coltello: il sangue alla luce dei lampioni brillava di un rosso chiaro; pensò che forse era diventato un po’ anemico, che forse avrebbe dovuto rifare le analisi del sangue o che doveva ripetere la cura di ferro, la stessa di un paio d'anni prima.
Poi le vennero in mente gli ospiti che aveva abbandonato a tavola senza nemmeno salutare e le venne da domandarsi se non avesse scelto il momento sbagliato.
Pensò che forse avrebbe dovuto aspettare il dolce e infine si rimproverò per non avergli lasciato concludere la frase.
Guardò ancora i suoi occhi nel piccolo specchio da cipria e si domandò se non fosse il caso di domandargli scusa.

sabato 6 novembre 2010

Every breath you take


- Luca –
Quella voce impastata irruppe dal buio nella mente dell’uomo che stava nell’ombra, immobile, e si disperse lentamente nella stanza e a fatica tanto l’aria era densa e pastosa di odori e dubbi.
Ma Luca non aveva voglia di parlare e la verità era che non ricordava nemmeno il nome di quella donna e per quale motivo fosse ancora lì a infrangere quel solido silenzio con la sua voce acuta: forse si era addormentato.
La guardò con attenzione e le sorrise distrattamente. Gli occhi nocciola e i capelli di un biondo indefinito gli ricordavano una Simona o una Monica, anche se non capiva il perché di quell’assonanza.
Rollando una sigaretta rifletté sul fatto che di certo qualche Simona o Monica erano ben nascoste nelle pieghe della sua memoria opacizzata dalla birra e dalla fatica delle partite a calcetto del venerdì, per non parlare poi di quanto fosse complicato ricordare, ora che tanti mega bit della sua memoria erano stati occupati da anni di serie di campionato di A e B, dalle andate e dai ritorni, dalle Champions League e dalle Europa League.
E dal lavoro.
Il solito lavoro dove fatichi come un mulo per trovarti una volta l’anno in un villaggio vacanze con una cinquantina di salesman come te, alcuni più alcuni meno sfigati di te ma tutti, indistintamente, con una voglia assurda di dimenticare qualcosa a ogni costo.
Certo sì, era possibile dimenticare.
Di sicuro gli ricordava una Monica del liceo, la solita inarrivabile, la più in alto di tutte, quella che non ti togli dalla testa nemmeno quando arriva il vespone nuovo di zecca e nero come regalo per i diciotto anni.
Quante volte l’aveva sognata, e in che modo poi.
E voltò leggermente la testa regolare dalla mascella giusta per guardare la donna sconosciuta che restava distesa, lo sguardo assente, sicuramente fuori da li, oltre quel buio artificiale, distante da quella notte balorda e incosciente. 
- Chissà cosa penserà Giovanna- si chiedeva quella forse Simona o Monica, cercando anche lei dietro la coltre di suoni e colori della serata il bandolo della matassa.
- Sì, quei capelli sembravano oro - e Luca scostò la tenda pesante che impediva la vista del sole, che alto e luminosissimo li aspettava da ore, e ne ricordava adesso anche l’odore di quei capelli, ora che il sole li scaldava, lì sulla nuca, dove la peluria leggera nascondeva pudica la pelle leggermente brunita dal sole dell’estate appena passata.

-Luca…- e di nuovo dal buio una voce presente frantumò quello strano ricordo così lontano da non trovare alcuna ragione del perché fosse lì proprio quel mattino di Settembre. 
E guardò con attenzione quella tarda mattinata dalla luce calda ma già vicina ai pomeriggi oscuri dell’autunno quelli in cui ragazzo, si fermava sotto il tunnel della stazione o dietro il campo da calcio a baciare una ragazza, una qualunque da massacrare di richieste insistenti, da stancare fino a farla cedere per un’estasi che dura un minuto soltanto o poco più.
-Ti preparo un caffè- disse alla donna abbandonata sul letto, risvegliato dal fruscio di una foglia del ficus che dopo aver a lungo e lentamente ondeggiato nell’aria densa, era finita sul pavimento anche lei vittima di quel torpore.
Si avviò lento verso la cucina seguito dallo sguardo più attento degli occhi nocciola della donna che ripensava alla serata, alla nausea che non le dava la forza di alzarsi e al nome dell’uomo che le stava davanti -Luca?- e la domanda si fece, questa volta, assordante.
E Luca rimase immobile davanti al lavello pulito e lucido, attonito. Dal frigo lo guardavano  i mille magneti souvenir, l’odore della polvere di caffè di prima qualità aveva avuto il tempo di disperdersi nella piccola cucina ordinata, concedendosi qua e là fra le boccette ordinate e lucide degli aromi e dell’olio biologico, gli integratori alimentari e gli alimenti macrobiotici.
Gli occhi sottili dell’uomo che guardavano ancora di là dal vetro, ebbero un inaspettato moto profondo, impercettibile a occhio nudo.
Ora tutto produceva un rumore più significativo, anche il pensiero, e la voce della donna riecheggiavano nella mente rimbalzando fra i meandri della memoria, fra quei pochi mega ancora liberi dalla pesantezza e dal volume di tutta quella vacuità.
Luca mise la vecchia caffettiera della nonna sulla fiamma di quella cucina calda e posò di nuovo lo sguardo sul poco cielo che si ritagliava spazio fra i palazzi di un quartiere dormitorio alla periferia di Roma. Amava guardare il mondo attraverso i fasci di luce, fra i mille asteroidi del microcosmo che impazziti e rapidissimi, attraversano quel pezzo di apparenza soggettiva che chiamiamo realtà.

Quel punto interrogativo alla fine del suo nome aveva creato in lui una specie di spavento improvviso e quell’ordine così personale aveva dissipato ogni dubbio: non ricordava più cosa significasse sentire il nodo alla gola, provare l’ansia crescente dell’incontro, contare le ore e senza domandarsi il perché.
Ed era stanco di parlare con la “lei” di turno evitando di chiamarla per nome, lontano da lui il pensiero di chiamarla “tesoro” o “amore” lontano da lui qualunque pensiero che non fosse l’innato e sano desiderio maschile che al massimo della passione, in un uomo intelligente, non è che curiosità.
Ora che lei non lo guardava più, intontita dal ricordo ovattato di quella seduzione veloce fatta di pochi sguardi e una larga intesa al terzo calice di rosso opaco e pesante, lui la volle di nuovo: vederla così, disfatta e gonfia, calda e intrisa di umori lo fece eccitare.
Pregustando l’orgasmo mattutino, aspettò che uscisse il caffè.
Eliminò rapidamente la foto sbiadita di Monica la liceale dai capelli color miele e rimosse prontamente la nostalgia per l’amore ideale, tirò fuori dalla scatola un preservativo. La donna fu felice di mischiare il suo aroma di caffè con quello di Luca che sprofondava adesso abile e forte in quella solita leggerezza, fra i sospiri acuti di lei, i suoi capelli imbrigliati fra le dita e gli occhi nocciola nel buio a cercare ancora un perché.
Le note di una canzone che chissà perché gli dava tanta emozione frenavano il suo impeto maturo mentre la voce ripeteva –Every breath you take and every move you make Every bond you break Every step you take, I'll be watching you-