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venerdì 13 settembre 2013

Deriva #34 #derivaditwitter: Ipertrofia dell'ego

Secoli fa al Festival di Taormina recitai in uno spettacolo con la regia di Walter Manfré dal titolo “Le confessioni”. La pièce, all’epoca piuttosto sperimentale, consisteva nel monologo iniziale di un prete sui generis interpretato da Lino Capolicchio, recitato a ventiquattro spettatori, divisi in numero pari tra uomini e donne e seduti ognuno accanto a un inginocchiatoio. Noi attori, ventiquattro, e sempre divisi per genere, recitavamo i nostri peccati/monologhi cambiando ogni volta spettatore al suono di una campanella.
Sorvolando sull’esperienza in sé, il divertimento di stare a pochi centimetri dallo spettatore, gli interventi sconclusionati degli stessi e la compassione sincera che leggevo nei loro occhi, ciò che capitava a tutti era che, giunti più o meno alla sesta confessione, avevamo la sensazione di aver già ripetuto la stessa parte e allo stesso spettatore.
Qualcuno entrava in confusione e si guardava attorno indeciso. Una volta una collega si alzò e sparò il colpo di pistola finale e non eravamo che all’ottavo monologo.
Era ovvio che avessimo la sensazione di aver già recitato il brano: di fatto era così.
La stessa cosa mi pare di vivere su Twitter.

Al di là degli hashtag come #sapevatelo al quale soprattutto i neofiti si affezionano, o ai triti e ritriti “c’è una vita al di fuori di Twitter”, o il “se non twitto non sono morta, semplicemente vivo” eccetera, il tormentone più in voga è di condannare l’Ego altrui e di vedere, nel narcisismo praticato sui social media, una malattia epocale. Se anche fossi perfettamente d’accordo, e lo sono, penso che, lanciato da un social, questo allarme risulti più come uno “spostati da qui perché il tuo ego mi fai ombra”.

Credo si debba prendere atto che ciò che prima era appannaggio di pochi, ossia il mezzo di comunicazione, oggi è alla portata di tutti. Certo, non tutti sono in grado comunicare in modo efficace, non tutti tirano fuori tuit esilaranti, non tutti sono tuitstar... ma molti possono diventarlo. E il fatto che alcuni utenti come blogger e scrittori esordienti, vengano chiamati sempre più spesso a partecipare a trasmissioni televisione, ne è una prova.
Questa è una realtà incontrovertibile, che porta sempre più persone a sgomitare per raggiungere la meta, che in questo caso consiste nell’ottenere più follouer e quindi più consenso.
Qualunque sia il nostro mestiere siamo qui a rosicchiare fette di pubblico, a guadagnarci RT tuffandoci gagliardi nell’onda anomala del #TT con giudizi tranchant, ironici a ogni costo, simpatici o pieni di doppi sensi.
Che il consenso che cerchiamo sia affettivo o letterario alla fine poco importa. Che ci sia qualcuno che frequenta tuitter solo per fare amicizia o perdere un po’ di tempo poi, è un’eccezione.

In un pugno di anni, l’intellettuale, artista, pittore, attore o musicista, da “eccellenza” di grande esperienza e Guru autoritario, si è ritrovato circondato da sconosciuti spesso nascosti dall’anonimato che, scartabellando rapidamente le vaghe informazioni del web, sono in grado di rispondere prontamente alle provocazioni e di millantare (non sempre) una cultura impeccabile. Ciò crea una sensazione di disagio che mette i primi, quelli che hanno studiato e hanno fatto gavetta, nella condizione di denunciare il narcisismo diffuso e a loro avviso immotivato: non c’è nome, non c’è curriculum, non c’è ragione e così via, e gli altri, quelli che accumulano follouer sulla base del nulla, nella posizione di doversi difendere: ma chi cazzo TI credi di essere?
Il rispetto per l’effettiva statura dell’altro o la sua esperienza, la considerazione dell’altro da sé più in generale e quindi la capacità di stare zitti ad ascoltare, qualunque sia l’esperienza del nostro interlocutore, viene completamente annullata dal fatto che chiunque, vigliaccamente, può dire la propria opinione e trovare approvazione in un vasto pubblico di propri pari.
Il narcisismo su #Twitter può diventare veramente patologico e trasformarsi in disagio prima in odio poi, e se “odio” vi pare una parola troppo forte sappiate che questi tizi sono già stati battezzati in rete come “Hater”. #Twitter è perciò l’esempio lampante di come dal nulla si può creare il nulla sentendosi qualcuno.
Qualsiasi argomento può rischiare di accendere la miccia dell’odio collettivo che, malvestito da “ironia”, da l’opportunità a migliaia d’imbecilli di ottenere consenso da altrettanti imbecilli. Perché fateci caso, sono sempre i centoquaranta caratteri più cattivi, più disumani e condannabili i più Rituittati.
È la lite, è il dissenso, è la capacità di dire: tu non capisci un cazzo, al giornalista di turno che ci fa sentire protagonisti di un’esistenza il più delle volte, purtroppo, fallimentare.


Gillo Dorfles in un articolo illuminante dal titolo “Ipertrofia dell’io: egocentrismo o intolleranza?” scrive: “Tolleranza non è che ammettere che il prossimo possa essere in buona fede; che il proprio comportamento possa risultare altrettanto sgradevole di quello altrui; che gli errori degli altri non siano forse maggiori dei nostri, ecc. Ma significa anche: non inalberarsi se il prossimo non condivide i nostri gusti, le nostre inclinazioni socio-politiche-religiose, ecc”.

Ancora una volta la colpa è di chi ha gettato questo #Paese nell’anarchia, che ha deregolamentato l’accesso al mondo del lavoro, il poco che c’è, facendoci credere che basta il colpo di fortuna e l’accumulo di follouers a fare di noi un “personaggio”. La responsabilità è dei critici, dei giornalisti e di tanti intellettuali che si sono accontentati di mantenere intatto il proprio nome e il proprio posto di lavoro anziché analizzare seriamente e denunciare, ciò che a partire dagli anni ottanta ci ha condotto all’intolleranza verso chiunque la pensi diversamente da noi. E se recuperassimo anche un po’ di buona dialettica anziché chiudere qualsiasi conversazione con un volgare “sticazzi”, potremmo forse imparare a rigeneraci e a distinguere chi veramente “sa” da chi semplicemente “mostra”.

giovedì 5 settembre 2013

Deriva #33 #derivadellaseduzione: La strategia del Lumacone

Veramente duro il mestiere del "predatore da spiaggia". Molto in voga dal dopoguerra agli anni sessanta, epoca della liberazione sessuale, e che credevo ormai del tutto estinti, i “Lumaconi” si aggirano in tenuta estiva alla ricerca di un affetto che vada oltre i pixel dei social network, che abitano sicuramente coperti da anonimato.
Quest’estate mi sono messa d’impegno per scovare, e studiare, le manovre di aggancio in spiaggia, come sempre l’ultima e libera, guardando il castello Odescalchi e la riserva del WWF.
Il lumacone, termine veramente giusto, vista la scia di bava che il nostro protagonista in boxer fluorescenti si lascia dietro, è visibile anche a occhio nudo e a uno sguardo disattento.
Di norma solitario, si aggira per le spiagge già di primo mattino in cerca di signore possibilmente sole, o con figli urlanti al seguito cui dare immediato soccorso. 
Mai troppo bello, in linea di massima abitante del luogo ed estremamente paziente, il lumacone può essere anche utilizzato dalla MILF di turno (Mother I'd Like to Fuck) come baby sitter, trasportatore di lettini, piantatore di ombrelloni, o gonfiatore di materassini, braccioli e ciambelle. In seguito, se l’amicizia dovesse cementarsi, e senza naturalmente che si arrivi mai a un nulla di fatto, potrà essere comodamente utilizzato come pedalatore di pedalò, falciatore di prati, trasportatore di buste della spesa e pagatore di cene per signora e pupi al seguito.
Perché sì, un po’ se la cerca e quindi e va punito.

Il lumacone cammina con zainetto e ombrellone sul battigia finché non trova il territorio di caccia più giusto (sempre domandando perdono alle femministe toste), ossia il pezzo di spiaggia dove ci siano almeno tre delle rappresentanti del genere femminile in questione. Mai gruppi troppo folti di giovinette, con le minori si rischiano la galera e soprattutto la presa per il culo a vita, e mai zone dove ci siano troppe famiglie il cui sguardo potrebbe seriamente compromettere le manovre di avvicinamento e attaccamento di bottone.
Con sguardo clinico studia il territorio dietro occhiali sa sole scuri e ciabatta rumorosamente sull’arenile, con piedi rigorosamente a papera, fin dove si spingono i bagnanti, fingendo un’innocua passeggiata. Una volta trovata la zona propizia, il nostro eroe stenderà il telo (sempre nuovo, colorato e bello grande), in modo equidistante dalle tizie papabili, tirerà fuori creme solari di ogni tipo (possono sempre servire come gancio) e un bel libro, grande grandissimo, che gli dia un tono intellettuale disinteressato, e che gli servirà come diversivo.
Non manca mai il cellulare ultimo modello per immortalare, non visto, la sua donna ideale, e il suo didietro, da mostrare agli amici o postare sulla propria pagina Feisbùc, e per fare due chiacchiere con altri lumaconi che, in giro per altre spiagge e in altrettanti boxer sgargianti, sicuramente gli racconteranno una marea di fandonie sulle proprie succose conquiste estive.
Ride e fa il vago ma il suo è un lavoro veramente stressante visto che quest’estate, i due che ho preso in esame, pedinato e spiato, a parte me, che impietosita ho deciso di farmi offrire una cosa al bar, scappando poi vigliaccamente con la scusa di un allagamento casalingo, non hanno fatto che enormi buchi nell’acqua, il che, al mare è anche abbastanza scontato.

Una volta sistemato tutto l’ambaradan da spiaggia, si mette in moto con atletiche corse in acqua che facciano rumore e schiuma tali da renderlo inequivocabilmente visibile, e nuotate ardite in stili che, fisico e preparazione atletica, gli permetteranno di avanzare verso il largo di un paio di metri al massimo.
I tuffi, laddove fosse possibile eseguirli in sicurezza, sarebbero un gran bel biglietto da visita se non si concludessero, di norma, in schiumosissime panciate così rumorose da far voltare tutte le MILF della spiaggia.
Astenendosi da certe esibizioni, il lumacone eviterà di dover cambiare spiaggia ogni giorno.
Il mio personale lumacone, dal quale quest’anno sono riuscita a fuggire, e che mi ha poi perseguitata con sms piagnucolosi, è un over cinquanta di grande stazza e di presenza gradevole che si da arie da ricco affarista. Il che, visti i tempi, gli offre qualche chance in più.
In teoria, fossi stata libera, mi avrebbe invitata negli alberghi più esclusivi del Circeo, sulle barche più belle della costa, al Giglio e a Porto Venere, ma in pratica, mi ha riempita di chiacchiere assolutamente evitabili.
Non colto ma informato su tutto, crea ormai grande scompiglio e generale fuggi fuggi, tra le single frequentatrici degli stabilimenti del territorio e di tutte le spiagge libere.
Dotato anche di mini frigo, arriva subito al sodo con dei: posso aiutarti a spalmare la crema, posso lavarti i piedi, posso avere il tuo numero di cellulare sono una brava persona. Gioviale e gentilissimo, iscritto (a suo dire) nei club velici più esclusivi che però non frequenta perché “pieni di vecchi”, riesce subito a bloccare la vittima designata al proprio asciugamano. La rintontisce di chiacchiere sulla politica, citando a raffica frasi o interi articoli dei quotidiani che ha nel grande borsone, infilando qua e là, con una velocità da surfista, complimenti tali che per qualunque donna sarà difficile non sorridere di gratitudine.
Il suo difetto è la logorrea. Elargisce luoghi comuni anche in acqua, inseguendo fin lì, e senza chiederglielo, la gentile signora che sperava di potersi liberare della sua parlantina soltanto per una manciata di minuti.
È ossessivo come un amante geloso. Abitudinario come un marito. Permaloso come un bambino.
Non trovando l’oggetto dei suoi desideri esattamente dove l’aveva lasciato il giorno prima, lo cerca e lo scova a costo di marciare per dei chilometri, per esordire con un accusatorio: se non gradivi la mia compagnia bastava dirlo!!!, che crea nella vittima immediato sconcerto, senso di colpa e vergogna.

Quest’anno, nascosta da occhiali da sole e cappellone, l’ho visto un paio di volte gesticolare all’indirizzo di signore di bell’aspetto che, esattamente come me l’anno passato, si guardavano intorno, disperate, in cerca di aiuti esterni, o di un temporale fragorosissimo che le liberasse dello sgradevole compito di mandarlo a quel paese, quello, il più lontano, possibilmente oltreoceano, su ampie spiagge caraibiche, e a vita.





giovedì 29 agosto 2013

Deriva #32 #derivadellaseduzione: Alla fine non sono venuta.

«Alla fine non sono potuta venire, perdonami», mi affrettai a dirgli dopo averlo individuato proprio accanto allo spazio ristoro dei veterani del PD, lì dove avevamo deciso per l’emozionante appuntamento al buio.
«Ma scusa, non sei tu quella con l’abito turchese?».
«Io? Nooo...» risposi cercando di allontanarmi dal frastuono, lo stesso identico che ascoltava anche lui a pochi passi da me. «E poi perché dovrei dirti che non sono potuta venire, scusa» conclusi falsa ma con voce morbida, mentre mi avviavo al palco dove di lì a poco avrebbe parlato Veltroni. Le disgrazie non vengono mai da sole.
Il tizio in questione aveva postato sul proprio profilo la foto in bianco e nero di quando era ragazzo. Passabile, almeno in quella foto lì, niente di che ma sicuramente un ballerino dal fisico asciutto e non un Babbo Natale in versione estiva e con camicia a fiori grandi e rossi.
Così riagganciai, certa che lui avrebbe capito che, se rimani dietro il monitor è un conto, ma se ci si deve incontrare, un minimo di onestà sarebbe d’obbligo.
La bellezza per me non è un "must". Ho avuto amanti deturpati dall’acne e sovrappeso, alti quanto me (cioè bassini) e grandi quanto armadi grandi, e goffi, o magrissimi, completamente pelati o con riporto.
No problem: di loro mi aveva attratto ben altro.
Però, quando si tratta di appuntamenti al buio non transigo.

Se non fossi nata nell’era del web avrei avuto sicuramente una decina di caselle fermo posta in una stazione ferroviaria polverosa e di provincia.
Ricordo ancora il fascino che avevano su di me le rubriche, proibitissime in casa mia, degli annunci personali. Su qualunque giornale o giornaletto immaginavo vite altrui in attesa di contatto. Solitudini alla ricerca di un’anima gemella, voglia di raccontarsi e ascoltare, di trovare al di fuori delle quattro strade di paese qualcuno che li avrebbe portati via.
Di incontri al buio è piena zeppa anche la nostra cinematografia,“Bello, onesto, immigrato in Australia...” per esempio, o il dolente “La visita”, capolavoro di Pietrangeli del 1963.
L’incontro al buio esiste e viene praticato da sempre. Anche i reali, promessi sposi fin da bambini, si vedevano per la prima volta attraverso ritratti che viaggiavano per settimane intere per l’Europa, per diventare infine capolavori messi in bella mostra nei musei di tutto il mondo. Non sarà così per le nostre foto del profilo. Nonostante l’impegno che ci mettiamo, e la creatività, non saranno mai dei Velasquez.
Così noi, ci ritraiamo nel nostro abito più bello per poi rimanere perplessi davanti allo specchio domandandoci se gli/le piaceremo abbastanza.
È così, è sempre la stessa storia per tutti e non se ne esce.

I social, lo tuittiamo ogni giorno, sono il regno delle beltà camuffate. Colpa della tivù e del cervello in pappa, che ci porta a pensare che per accumulare follouer sia necessario essere splendidi. Come in “Essi vivono” del mago Carpenter, dovremmo avere occhiali speciali per vedere il vero volto di ognuno al di là del monitor. Ma non si può, e allora cediamo ogni volta all’ansia della sorpresa.
I soliti “chiosatori” potrebbero opporre che esiste la video chat, che ci sono gli onesti, che spesso e volentieri è andata bene. Ovvio, ovvio, ovvio!, rispondo io.
Ma questa è una #deriva, e a me non interessa mai ciò che va a buon fine, e arrivati alla numero #32 mi meraviglia che ancora non lo abbiate capito.
Quindi, premesso che chi vuole i cuoricini può anche “cambiare canale”, dico anche che l’incontro al buio è una gran figata in termini d’investimento emotivo.
È come andare a una riunione di condominio convinti di aver pagato tutte le rate per essere presi a esempio, e davanti a tutti, come straordinario debitore. È come recarsi all’ufficio delle entrate e scoprire che il nostro commercialista non ha fatto bene il suo lavoro. Come acquistare una multiproprietà alle Canarie e ritrovarsi in una stia per galline con in valigia un pieno di abiti firmati.
L’incontro al buio uno sport ad alto rischio che bisogna saper praticare. Non è per deboli di cuore. È un gioco tattico da amanti del brivido.
L’incontro al buio deve essere meditato.

Per rimanere in ambito cinematografico, “l’incontro” per eccellenza, e che spero ogni volta di sperimentare, rimane per me quello delle gambe di Angie Dickinson (e i cultori di cinema e gambe sanno di cosa parlo) con quelle di un maschio “x”. Maschio perché insegue e scompare, perché caccia (mi perdonino le femministe toste) e sfugge, perché vuole e si distrae. Rappresenta per me l’incontro per eccellenza, perché è fatto di un sentire che non ha niente comune con la razionalità, perché dura il tempo che deve e non di più, perché avvampa e si fa cenere in un attimo. È perciò che ho eletto il Museo “luogo” di eccellenza per un incontro al buio. Non perché io desideri fare la fine della Dickinson, squartata in ascensore e con espressione sorpresa, no, ma perché c’è gente e privacy allo stesso tempo, un modo di muoversi e parlare che non inganna sulle abitudini e l’educazione di chi si ha vicino. Perché sarà più facile sentire l’odore dell’incontro ancor prima che avvenga. Perché non è detto che in un Museo, tra tele, cantinelle, faretti e leggere pareti divisorie, ci si debba incontrare a tutti i costi.
L’incontro al buio va fissato ovunque e in nessun luogo: Museo Borghese intorno alle quattro del pomeriggio (autunno e inverno) alle sei e mezza d’estate, possibilmente con gonna plissettata di seta leggera.
Sala: non pervenuta. Opera: nemmeno.  Segno di riconoscimento: nessuno.
E da quella PIC benedetta, microscopica e il più delle volte taroccata, i due dovranno ricomporre il vero volto del proprio incontro romantico.

L’appuntamento al buio può avvenire anche in una Basilica, San Paolo fuori le mura a Roma, per esempio, enorme e vicina ad un buon ristorante. L’appuntamento in Basilica è da aperitivo. Perché se lui/lei non è come speravo, me la sbrigo in mezz’ora, se mi piace, si passa a una frittura di pesce al biondo Tevere, e se è fichissimo, il dopocena è garantito.
Si spera. È ciò che ognuno di noi vorrebbe, mentre cerca nell’armadio l’abito che sfina, la gonna demodé ma così sexy che fa tanto “La donna che visse due volte”, e pazienza se lui non è un James Stewart che aspetta con ansia la puttana bruna trasformata in angelo biondo, pazienza se di Kim Novak non ho nemmeno la metà del sex appeal. È il mio incontro al buio e fa lo stesso... ma fino a un certo punto.
L’incontro al buio è un investimento, di pochi attimi o una vita poco importa.

Nell’incontro al buio ci sono ore e ore passate on line a digitare messaggi idioti. Inutili tattiche che spesso sono le stesse praticate dall’interlocutore. Silenzi assensi e silenzi offesi.
In quel pugno di minuti che stanno in un sms: “Ci vediamo alle diciotto da Melbookstore” (altro luogo giusto anche se con luce troppo intensa), ci sono batticuori da reparto cardiologico. Prima di quel timido “domani all’Auditorium sarò alla conferenza di Bauman” abbiamo attuato interminabili raid sulla pagina del Signor “x” in questione, analisi complete degli album di Feisbùc, dove lo/la si vede ritratta così com’è e non come finge di essere: alla festa di fine anno tra colleghi, per esempio, o sullo sfondo di una foto di gruppo in discoteca, un po’ mossa e con ottomila tag.
In quel messaggio, l’ultimo prima del necessario incontro, ci saranno sempre una grande quantità di punti sospensivi (come sempre tre, vi raccomando), e la speranza –ammettetelo spesso tradita- che questo/a sia quello giusto/a.
Sentirsi per telefono prima di decidere, è sempre consigliato. La voce è un elemento essenziale per capire se sarò libera quel giorno o avrò un improrogabile impegno, e pazienza se poi parti e torni a Roma tra tre anni.

In un incontro al buio l’onestà è auspicabile sempre.
L’illusione da evitare più che mai: un paio di tette possono anche essere state elaborate con effetto grandangolo.
L’ironia... è da portare in borsetta in ogni occasione. Il buco nell’acqua è più probabile di un bel goal.  E a questo proposito, mi scuso sentitamente con il corpulento tanguero se l’ho lasciato alla Festa del PD con in mano un panino con porchetta e il dubbio, o forse la certezza, che il suo appuntamento al buio fosse proprio a due passi da lui, quella tipetta mora e bassina in abito turchese che fumava una strana sigaretta e si aggirava da sola tra gli stand.






giovedì 22 agosto 2013

Deriva #31 #deriva della seduzione: Libertina in panne.

Se qualcuno potesse fotografarmi in questo momento, vedrebbe un’espressione sorpresa. Occhi grandi spalancati nel buio. Dalla bocca, lasciata appena dischiusa, si potrebbe proprio dedurre che sono basita.
Parlo di seduzione, o meglio di NON seduzione.
Non apro la parentesi sulla faccenda che chi scrive lo fa per sedurre e bla bla bla... sono discorsi che ormai abbiamo letto su quasi tutti i manuali di scrittura, ascoltato in tutte le salse e rituittato in continuazione.
Io però, non ce la faccio a stare fuori dal mucchio e sparare “sentenze”, non posso che dissentire da chi accusa “gli altri” di essere autoreferenziali, quando già stare su un social network significa andare a caccia di attenzioni dando il meglio di sé.
Ecco il punto: mostrarsi per dare il meglio di sé.
Si può dire che la seduzione sia alla base delle azioni di molti. Delle mie sicuramente, e mi perdonino i detrattori se sul mio blog parto da me stessa cercando di ridare la parola a voi attraverso i commenti, non si chiama necessariamente autoreferenzialità, a volte può essere anche condivisione. Dipende da quanto è grande il nostro naso e se ci consente o meno di guardare più in là.
Comunque, grazie a dio, non siamo tutti così votati alla seduzione e all’ascetismo cronico tipico del narcisista, molti amano starsene in un angolo ad ascoltare gli altri senza emettere giudizi, anche perché, se fossimo tutti così maledettamente egocentrici, ci ridurremmo a misere solitudini nevrasteniche in attesa di attenzioni che non arriveranno mai.
Siamo qui che scegliamo le foto da postare, i più distratti ci propinano anche quelle sfuocate, e le frasi, ciniche secondo i gusti, da digitare senza virgolette come fossero nostra proprietà intellettuale, alla ricerca di qualcuno da sedurre, di qualcuno cui piacere.


Scrivendo Justine 2.0 ho lavorato molto con gli autoscatti (quello postato qui in alto è uno dei tanti).
Ho lavorato in teatro per anni, l’abitudine a cercare espressioni nello specchio non mi è passata. Inoltre, ero a qualche anno da qui, #FB non era un fenomeno di massa e #Twitter non era ancora nato. L’autoscatto aveva quel che di novità e un fascino segreto, a parte qualche "star" un po' trasgressiva, a fare autoscatti  eravamo forse in dieci.
Ogni volta che postavo primi piani del mio viso, arrivavano richieste private di scatti proibiti, più hot e più hard: dai che ce le hai, in fondo che ti costa... una soltanto... . La fantasia si scatenava e il “contatto” maschio voleva guardare più giù e oltre ciò che l’obiettivo gli restituiva.
Nonostante sia una fervente sostenitrice della pornografia, però, ho sempre ritenuto che mostrarla nuda e cruda sia un po’ come arrivare al dolce saltando l’intera cena.
Per me la seduzione parte dalla testa, e su questo, visto che lo tuittate di continuo, sarete d’accordo un po’ tutti.
La seduzione è una questione di tempi, modi e soprattutto luoghi. È la freccia, il famoso dardo lanciato dagli sguardi, il fluido magico è l’odore che l’altro emette, la voce che suona come il canto delle sirene di Ulisse... altrimenti, è soltanto fuffa.
La seduzione on line è attesa, sì, scoperta, sì, batticuore, ma sempre di ciò che l’altro ci vuole mostrare: silenzi compresi.
Ma nonostante lo sappiamo, la seduzione on line è diventata un must, e Justine 2.0 parla anche di questo, e di quanto in definitiva sia una perdita di tempo e soprattutto di “peso”, inviare a uno sconosciuto parti parziali di se stessi, le migliori. Di quanto poi sia rischioso farlo non ne parliamo nemmeno. Di quanto la cosa, quella, la seduzione, perda in termini di tenuta lo saprete anche da voi, e mi rivolgo a chi da dietro un profilo (da moralista o da puttana è lo stesso), invia foto osé ben rimaneggiate a chiunque sia un po’ più pepato o più interessante di altri.
Quanto tempo durano le storie on line? Quante volte si rimane deluse incontrandoli/le, fuori dai social network. Quanto e chi (soprattutto), crediamo di poter sedurre inviando un primo piano nudo e crudo dei nostri organi genitali.
La mia espressione basita si riferisce esattamente a un primo piano che una donna, una ragazza anche bella (e generosa direi, e dolcissima), mi ha inviato alcuni giorni fa pensando di farmi cosa gradita, e dopo aver digitato con me di ben altri argomenti. Di tutto fuorché di sesso.

Ricevere una foto così “intima”, senza averne fatto esplicita richiesta (questo è importante), mi ha fatto balenare nella testa un mucchio di cattivi pensieri.
Mi sono domandata che se io, donna, ho ricevuto in poche settimane ben cinque autoscatti di questo tipo da sconosciute, e non da professioniste del sesso, mi chiedo –e inorridisco a immaginare la risposta- quanti ne ricevono i maschi alfa, rampanti, cinquantenni, ricchi, scrittori, giornalisti, editor, musicisti, bestselleristi, registi, attori, trasformisti, politici, senatori, manager, direttori... presenti sui social media e disponibili al dialogo.
La fica come biglietto da visita dell’era 2.0
Una massa di fiche rasate e disponibili in attesa di ammirazione e plauso.
Vi  infastidisce che abbia scritto fica e non patata o altro? Ecco, è un po’ la stessa cosa che ho provato io aprendo la posta. È successo perché sono una donna? Non credo, fosse stato un bel cazzo duro avrei avuto la stessa reazione. Credo piuttosto che la seduzione non passi da lì, ecco, non solo, non sempre e non comunque.
Posso passare un’intera serata a sedurre qualcuno standogli a due metri di distanza, e senza che vi debba essere alcun seguito. Possiamo sedurre raccontando una storia o commentando un film, possiamo sedurre semplicemente essendo ciò che siamo e non chi fingiamo di essere: femmine mangia maschi pronte a tutto.
La seduzione è una cosa ben diversa dalla ricerca di attenzione. E passa soprattutto dallo sguardo, che se si riempie di dolcezza al pensiero di averlo addosso, il nostro interlocutore, diventa più hot che mille primi piani della nostra preziosa fichetta che poi, non dimentichiamolo mai, è molto più simile di quanto crediamo a quella di tutte le altre, anche se decidiamo di ornarla di piercing e brillantini.

Se, come tuittiamo così spesso, siamo così convinte che la testa seduca più di ogni altra cosa, allora usiamola. Possiamo.

(P.S. e comunque, a me il pube mi piace solo se foltissimo e riccio).