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sabato 7 maggio 2011

Questione di Fede.


Appena qualche settimana fa, un’amica mi ha rimproverata di essere avara nel divulgare la mia esperienza di fede e che forse, sarebbe ora di condividerla con più amici.
Le ho spiegato che il motivo per cui evito di parlarne è che "la via" che studio e pratico da circa ventitré anni non è così diffusa in Italia e che, essere scambiata per chi mercanteggia illuminazioni e adepti con un buon numero di benefici materiali, è stato fin qui l’ostacolo principale alla condivisione di questa sfera portante della mia vita.
Sentirmi dire ogni volta «ah...sì...conosco anch’io uno che fa Buddhismo» quasi si trattasse di uno sport qualunque, è deprimente, allora ho preferito tacere e tenere per me certe considerazioni.
 L’altro giorno però, qualcuno è arrivato al mio Blog digitando “difficile trovare la Fede” e allora mi sono sentita effettivamente in dovere di condividere questa esperienza, raccontando in parole povere, la dottrina dell’Alto Santuario della Fede.
Non sarà facile vista l'ampiezza della materia e perdonatemi quindi se sorvolerò su alcuni aspetti per curarne altri.
Il Tempio al quale appartengo e dove è custodito l’Oggetto di Culto principale, il Dai Gohonzon, è in Giappone, ai piedi del Monte Fuji.
La Scuola filosofica che ne deriva fu fondata intorno al 1.200 da un Monaco seguace della Scuola Tendai, Nichiren Daishonin. Questa scuola che basa la sua dottrina sulla recitazione, lo studio, la pratica e la propagazione di tre Capitoli del Sutra del Loto, è la Nichiren Shoshu.
La particolarità del Buddhismo è che ogni scuola, setta, o gruppo, basa la propria fede sulla confutazione e sulla pratica di un determinato Sutra e di parti di esso.
Al contrario delle religioni monoteiste, il Buddhismo è una filosofia e, la messa in discussione dei principi basilari della Fede attraverso l’osservazione della natura o esempi di vita quotidiana, è un’azione portante della nostra pratica.
Il principio secondo cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma nasce infatti dalla semplice osservazione della natura -il bruco che diventa farfalla o il tè che versato dalla tazza in qualunque altro recipiente, cambia di forma ma non in sostanza- viene applicato anche alla Fede.
Nulla è attribuito al caso, ma tutto alla causa, all'azione compiuta che provoca un effetto.
Quando ho deciso di rinunciare, con dolore e per sempre, ai principi e ai sacramenti cattolici, che in tutta onestà rispetto ancora profondamente pur non condividendo,  erano già molti anni che mi aggiravo nei pressi dell’oriente dove si respira un’aria diversa, dove anche l’iconografia è lontana dai nostri Santi “splatter” - gli occhi nel palmo delle mani e le lance conficcate nel petto-.
Proprio la solarità delle immagini sacre, l'uso dell'oro e dell'arancione anziché dell'azzurro e del bianco, le parabole fantasiose e l’assoluta libertà su cui si fonda il Buddhismo mi hanno subito attratta.
Chi è il Buddha?

Siamo in un periodo che va approssimativamente dal 566 al 486 avanti Cristo.
Shakyamuni era un Principe bellissimo, vestito riccamente e ornato di gioielli e pietre preziose -come quelle che fanno da tappeto a chi raggiunge il Nirvana-. Suo padre, raja Suddhodana, saputo da un indovino che quello sarebbe stato il suo unico figlio, decise di difenderlo a ogni costo e, alzate mura altissime attorno al suo regno, lo circondò di attenzioni e divertimenti di ogni sorta affinché egli non sentisse mai il bisogno di allontanarsi e di guardare oltre.
I pericoli ai quali si riferiva l’indovino, però, non erano gli assalti nemici, ma la vita stessa e il suo svolgersi crudele per lui, come per tutti.
Un giorno, era appena ventenne, il Principe uscì con il suo servo per un giro in città. Sulla strada polverosa vide un infermo che giaceva in terra e poi un altro e poi un vecchio infine, giunto davanti a una pira che bruciava il corpo di un defunto crollò sotto il peso di un infinito senso di compassione e di dolore.
Da quel giorno, il sorridente Principe Shakyamuni s’intristì e non trovò più pace.
Si tormentava di fronte alla sofferenza che si era resa manifesta ai suoi occhi e voleva, a tutti i costi, capirne l’origine e scoprirne la cura.
Aveva ventidue anni quando, in una notte di luna piena -come è giusto che sia-, in cui il sonno aveva vinto tutti gli abitanti del suo regno -come in ogni favola che si rispetti-, il bellissimo Principe si rasò il capo, si spogliò delle ricche vesti e abbandonò il regno, la sua casa, la sposa Yashodhara e il suo bambino per andare in cerca della medicina per guarire le quattro sofferenze della vita.


Questo è il principio della storia, una storia valida per tutti i seguaci delle centinaia di sette e scuole di pensiero di cui, Buddha Shakyamuni, è il Buddha storico, il padre fondatore di tutte le dottrine di questa grande famiglia.
Ognuna delle leggende che parlano di lui, così come gli altri illuminati della nostra storia, è una parabola, un insegnamento semplice, e il più delle volte iconografico, che serve all’adepto come guida e come esempio da seguire.
Questa pratica spirituale, a qualunque gruppo o scuola si decida di appartenere, si basa sulla ricerca individuale del rimedio alle sofferenze e ai mali del mondo. L'illuminazione non si ottiene ma si raggiunge. Non c'è nessuno sopra di noi che può soccorrerci o redimerci, nessuno che giudica il nostro operato ma solo tracce che sta a noi seguire.

Shakyamuni, abbandonata casa e famiglia alla ricerca di una medicina che guarisca l’umanità dalla sofferenza della nascita, della malattia, della vecchiaia e della morte, iniziò un cammino che durò circa quarant’anni e che portò Siddharta Gotama e i suoi seguaci in molta parte dell'India.
Praticava la meditazione yoga e  forme estreme di ascesi presso il piccolo villaggio di Uruvelā, un po' fuori, dove il fiume Nerañjarā (l'odierno Nīlājanā) confluisce nel Mohanā per formare il fiume Phalgu, a pochi kilometri dall'odierna Bodh Gaya.
Magro e attorcigliato su se stesso tanto da sembrare la radice di un albero era ormai allo stremo delle forze quando Sujata,  una bambina che pascolava buoi, passando di lì nel suo Sari colore del tramonto lo vide, si chinò su di lui e gli offrì del riso. Nutrendosi da quella piccola e generosa mano, Siddharta si risvegliò alla prima Verità e comprese che la “Via” può essere seguita anche attraverso una pratica meno dolorosa e disumana.
-Se tendi troppo l’arco lo spezzi, se lo tendi poco, non scoccherà nessuna freccia-
Il "Giusto mezzo" è il primo degli insegnamenti.
Il secondo è quello che non esistono Dogmi prestabiliti e che la “Via” è un viaggio di conoscenza e di scoperte continue.

Quando ho incontrato il Buddha avevo venticinque anni. Lontana dalla famiglia e incerta sul mio futuro andavo alla ricerca di una guida, di una luce, di un centro di gravità permanente.
Avevo una vita incasinata e vivevo tutto con grande emozione e affanno: soffrivo e non conoscevo la causa del mio male. I quotidiano mi metteva di continuo di fronte a situazioni che mi mi provocavano dolore e mi rendevano sempre più fragile, sia emotivamente che fisicamente.
Erano anni che la spiritualità se ne stava in disparte, anni che l’avevo rinchiusa nel baule dei giochi.
Non sentivo più l’emozione di un tempo di fronte alla liturgia cattolica, la felicità vera che il senso di affidamento a Dio è in grado di dare al credente. Ma non volevo rientrare in chiesa perché era dall'osceno senso di colpa che volevo liberarmi, era una maggiore libertà che cercavo e, per assurdo, anche un maggior rigore nella pratica.
Un giorno, ricordo che avevo un gran mal di testa da post sbronza, un amico m’invitò a una riunione di meditazione. Lì per lì inventai molte scuse per non accettare il suo invito, già sere prima mi aveva parlato a lungo di questa pratica incredibilmente concreta e miracolosa ma alla fine, e ancora oggi lo ringrazio, cedetti.
Timidamente entrai nell’appartamento e fui subito circondata da persone sorridenti, gentili e premurose ma a guardarle pregare in una lingua incomprensibile, in ginocchio e davanti a una pergamena fatta di segni strani, pensai di essere finita in mezzo a una massa di pazzi, in un manipolo di esaltati pericolosi.
Ma visto che c'ero decisi di lasciarmi andare, chiusi gli occhi e mi abbandonai a quel suono cadenzato e senza senso finché accadde che, senza volerlo, iniziai a ridere e piangere allo stesso tempo, e senza riuscire a fermarmi.
Lì, davanti a tutti, come in uno psicodramma teatrale fu come se quel mantra avesse magicamente aperto le porte del dolore, un dolore evidentemente atavico e di cui credevo di non potermi liberare mai.
(continua...)

martedì 3 maggio 2011

Teresa e quelli che si fanno risentire...in primavera.


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 Eh sì, anche quest’anno il glicine fiorisce e il gelsomino ammorba l’aria di effluvi dolciastri, quasi come le parole che copiose arrivano sulla sua casella di posta elettronica.
«Ma lo sai che quel verme si è fatto risentire?».
«Quale?» domando io con aria incerta e grave, visto che ormai ci capisco sempre meno in tutto questo vai e vieni di ex, ex ex, new, old e very old, categorie e sottocategorie con le quali Terry ha catalogato gli uomini, quelli disponibili, possibili e passabili.
La guardo nel grembiule tutto farfalle e margherite mentre, concentrata, prepara una super crostata di visciole.
E, infatti, la maltratta, la pasta, la sculaccia ben bene mentre, colpita da raggi di sole, brilla di rosso rame.
«Eh già...» mi fa, e assesta un altro colpo capace sulla massa bianca che ha fra le mani, «quel verme verdastro di Giulio, il giornalista che parlava politichese anche a letto, quello che mi avrebbe trovato un lavoro e soprattutto mi avrebbe presentata agli amici e alla famiglia».
«Come no...si è fatto risentire?»
«Già...» e l’amarezza la sfoga di nuovo sull’ammasso di farina.
Ora ricordo bene il tizio in questione. «Ma non è per caso quello che inventava ogni volta una scusa per raggiungerti nel letto e nelle ore più improbabili?».
Silenzio.
E Terry non alza nemmeno lo sguardo.
«Ma scusa? Non è quello che disse un giorno di avere suo padre in ospedale e il giorno dopo che la sua anaffettività dipendeva dall’averlo perso quand’era bambino?».
Ora non può esimersi dal confessare.
«Sì».
«Il tizio che diceva di avere l’attico in centro ma chissà perché aveva sempre sua madre ospite in casa?».
«Già!».
«Lo stesso che due anni fa ti propose quindici giorni a Cortina e poi ti mollò il giorno prima di ferragosto, da sola, a Roma, con la scusa assurda della scarlattina?».
«huuummm...».
Il ricordo di quella giornata infernale fa sì che Terry non si accontenti più di maltrattare la pasta, infatti, armata di mattarello, caccia i piccioni dal terrazzino della cucina, urlando a più non posso qualcosa nel suo incomprensibile dialetto. Chiama anche Brad a rinforzo, il piccolo cane senza razza né origine e, poi, ricomincia a impastare.
«Beh...sempre meglio di quello che inventò la scusa della ex fidanzata suicida lanciatasi dal sesto piano e per di più incinta di lui...» e cerco di stemperare l’aria da melodramma che già si è fatta più presente sul suo viso.
«Ma tu lo sai quante notti me lo sono ritrovato sotto casa ad elemosinare un po’ d’affetto?».
«Affetto...» e avrei voglia di urlare ma mi trattengo «Ma Terry...» e ancora mi comprimo e solo perché non ce la faccio a trattarla male «ma come fai a parlare ancora di affetto?» e la frase viene fuori abbastanza gentile.
È così ingenua la mia rossa amica che proprio non capisco come riesca nonostante tutto a correre a braccia aperte verso il primo che si dichiara innamorato.
Teresa è così, sempre affannata ad aiutare qualcuno, sempre in ansia per i malesseri altrui, quelli reali e quelli supposti, quelli inventati a bella posta dal maschio adulto che le tende la trappola.
Che sia un manager sull’orlo del fallimento, un marocchino con permesso di soggiorno in scadenza, un settantenne in preda alla solitudine, un venditore ambulante senegalese con tre figli a carico, un bancario sposato a una donna isterica, un negoziante alle prese con il fisco o che so io, Teresa è lì, pronta a tendergli la mano.
D’altra parte è una vita intera che Terry vaga per la città in cerca di qualcuno che la renda partecipe dei suoi problemi e che le chieda anche di risolverli.
«Insomma, alla fine mi ha chiamata!».
E mi mette sotto il naso il portatile «Leggi! Leggi le sue email assassine!»
E leggo.
Ogni riga che scorro mi sorprende, ogni parola, scelta con cura, non lascia spazio a dubbi ma solo a supposizioni ambigue, come quel vago sapore di presa per il culo che frasi come –solo tu mi conosci bene- o –insieme a te sento di non avere bisogno di nulla- mi fanno venire la pelle d’oca e non so se ridere o prenderla a schiaffi.
«Insomma di cosa ha bisogno?» dico io per tagliar corto.
Sorride e guarda fuori verso il cielo oggi stranamente terso, e mi pare di vedere albeggiare nel suo sguardo una luce di nuova speranza, un bagliore che ben conosco.
So anch’io cosa capita alla quarantenne single e con contratto di collaborazione, quando tornata a casa trova tutto in ordine, nessun calzino nel corridoio e nemmeno un piatto da lavare, quello strano senso di libertà e di voglia di uscire, quando l’aria si fa frizzante e vorrebbe proprio qualcuno che le offra il braccio, un buon bicchiere bianco a Piazza Farnese, e un paio di parole soprattutto sincere.
So quello che ronza nella mente della piccola e morbida Teresa mentre mi allunga un cucchiaio di marmellata tiepida e mi sorride con amore.
«E metti che fosse cambiato?»

domenica 1 maggio 2011

Teresa e il tempo che fu.


E’ la terza volta che Terry entra in crisi e vuole cancellare il suo profilo feisbuc.
Ogni sei, sette mesi circa, la mia lunatica amica mette la sua vita virtuale in naftalina per guardare il mondo con occhi diversi poi, constatato quanta parte di umanità si è rintanata lì dentro e quanto, fuori dal monitor e in una città come Roma sia difficile incontrare gente, riprende in mano la sua vita fatta di faccine e di condivisione elettronica.
«Ti ricordi di me?» leggo su un’e mail.
Ed è proprio questo che la sconvolge di più, questo ritrovarsi quando non ce n’era bisogno, quando non ci si era cercati fin qui e dunque perché farlo adesso.
Per non parlare poi delle sue amichette del cuore, ritrovate on line già quasi nonne quando lei spera ancora nel primo figlio!
«Ma guarda questo!» e mi mostra la foto di un signore stempiato, barbuto e in avanzato stato di gravidanza da doppio malto.
«Questo qui, veniva con me al liceo!»
La guardo interrogativa ma ancora non capisco il nesso «Allora? Che problema c’è?».
Guardo di nuovo e con attenzione l’icona del richiedente amicizia.
Il tizio, è alla scrivania che mostra all’obiettivo un sorriso imbarazzato, ma si fa forte delle tecnologie che mostra, infatti, messi in fila e in ordine decrescente vedo un portatile ultima generazione, un I Pad e un I phone, poi, sempre a favore dell’obiettivo una foto in cornice evidentemente Ikea, che lo ritrae attorniato dalla sacra famiglia: una moglie ben agghindata e due bambine notevolmente ben nutrite.
«Mi fa impressione... » e scuote i riccioli che illuminati dal sole sembrano lame di fuoco «mi fa impressione vederlo così quando nella mia mente lo ricordo tanto diverso...»
E infila le mani in una grande scatola rosa confetto a forma di cuore.
«Guardalo!» mi dice con aria contrita mettendomi in mano una foto smangiucchiata dagli anni e dalla tentazione forse di stracciarla per buttarla via. Un gruppo di ragazzi sotto il sole di primavera, seduti sul bordo della fontana di Piazza Umberto in evidente atteggiamento da “fancazzisti” del fine settimana.
Vedo Teresa ragazzina, gli occhi verdi scintillanti cerchiati da due dita di matita nera, i capelli fucsia e una mini gonna di pelle al centro del gruppetto ben assortito di giovani dark e punk di provincia.
«Tu non sei cambiata per niente!»
«Vediamo se lo riconosci» e batte il piede nervoso sullo scricchiolante parquet della cucina.
Guardo. Certo non può essere quello sulla sinistra, bianco come un morto e magro come uno stuzzicadenti che rolla una canna con aria da adulto, e nemmeno il biondino dai pantaloni scozzesi e il chiodo che pare un cimitero per quante croci e spillette ci sono sopra.
«Questo all’estrema destra rasato a zero che tiene al guinzaglio il dalmata no!»
Lei mi guarda e annuisce.
«Pensa che assurdità! Ma guarda com’era diverso!» e rimango a bocca aperta.
E’ vero, penso, fa proprio impressione e le sposto un ciuffo che le sta proprio sull’occhio.
Rimette le mani nella scatola a cuore e rimescola di nuovo le carte, tira fuori un mazzetto di foto e lettere e me le mette davanti una accanto all’altra come una zingara che si appresti alla lettura dei tarocchi.
Un diciassettenne dall’aria imbronciata con una spilla da balia infilata nella guancia, alto e dall’aria assassina, evidentemente il leader del gruppo new wave più figo della città, si è trasformato in intermediatore amministrativo, vive a Pavia, ha tre figli e nemmeno più un capello in testa: dall’icona del suo profilo feisbuk non ha nulla a che vedere con quello che salta a piedi uniti sotto il palco di una Patty Smith di venticinque anni più giovane.
Quello che adesso scrive saggi noiosissimi sulle malattie infettive -ai tempi detto anche “Max il sòla”-, fu ritratto da Teresa su una spiaggia deserta di Monopoli, bianco che sembrava una candela stearica, vestito integralmente di nero e con in mano il secondo volume di storia e storiografia.
«Non ci si può credere!» Le dico mentre strabuzzo gli occhi di fronte all’unica foto che ha avuto il coraggio di mettere on line.
«Ci sono stata solo un mese con lui...» mi fa Teresa, lo sguardo perso in quel passato distante «Era sempre sconvolto e parlava solo di massimi sistemi...»
Adesso lo immagina tenere conferenze in tutto il mondo e sicuramente non beve né si fa le canne.
«E questo Onorevole centrista ma anche destrorso in doppiopetto che saluta una nutrita folla?» e il mio indice inquisitore si avvicina a un’icona al centro della sua pagina feisbuc.
«Beh...questo era il dee jay più figo e inarrivabile della discoteca, il più trandy ed esclusivo del sud...»
Prendo in mano la foto di ragazzo che suona il basso, è piccolo e somiglia tutto a Iggy Pop.
«Lui era Nico» dice timidamente mentre abbassa lo sguardo e respinge con forza un evidente moto di tristezza «al termine di un sabato qualunque abbiamo fatto l’amore, prima sulla spiaggia e poi sulle scale del palazzo di casa mia, all’alba...» e sospira rumorosamente di nostalgia.
«Lui non è su nessun social network. Nico non l’ha vista proprio l’era digitale».
E ripone la foto nella scatola rosa confetto.
Poi mi guarda e mi domanda «Me le passi due cartine?».

giovedì 28 aprile 2011

Teresa e certa letteratura.


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«Vieni! Di qua!» sento che mi chiama dal fondo del corridoio, dal piccolo salotto che guarda i tetti di Roma che oggi è grigia, che non vuole proprio saperne di parlare di resurrezione, di uova colorate e di fave e pecorino da mangiare all’aperto, magari sul lungolago all’ombra di qualcosa.
Lascia sempre la porta d’ingresso aperta la mia amica Teresa, come se le parole che più volte ho pronunciato, e lentamente, sui pericoli del mondo fossero volate via dalla finestra, uscite dalla porta come ospiti indesiderati, quasi che la purezza che abita il suo piccolo mondo rosa confetto non temesse nemici né sconfitte.
Arrampicata su un’instabile scaletta tiene fra le dita smaltate verde smeraldo grossi volumi che fa precipitare dal quinto scaffale, uno per volta, come poveri corpi senza vita: patapunf!...
«ma... Teresa...»
«Teresa è stanca!» urla senza guardarmi.
La guardo sorpresa: ha tirato fuori anche il vecchio “chiodo”, e l’ha indossato, come se quell’operazione richiedesse un particolare look, come se avesse necessità di recuperare una certa forza adolescenziale, l’incoscienza dei suoi diciotto anni a Londra forse, per mettere in atto quel suicidio collettivo, quella soppressione di massa che, al momento, ancora non capisco.
Guardo i volumi, alcuni sono già a pezzi altri mi guardano morenti, spalancati, come bocche che chiedono aiuto, è una donna senza pietà, sembrano dire, e un poco li capisco.
«Nemmeno sono rilegati come si deve!» mi fa per rafforzare l’idea che già mi sono fatta.
«Possiamo dire in questo caso che significato e significante coincidono?»
«Coincidono sì!» le urlo mentre ancora altri libri precipitano verso il basso.
Non ci vuole ripensare, non vuole mettere in atto nessuna pietà, nessuno fra quei volumi sarà risparmiato dalla carneficina, dal rogo che Teresa ha deciso di appiccare stamattina su in terrazza: nessuno di loro abiterà più il quinto scaffale della sua grande libreria, nessuno la guarderà urlando leggimi!
La porto in cucina e provo a parlarle ma non ne vuole sapere, non vuole nemmeno provarci, e non ci pensa proprio a regalarli alla parrocchia di fronte casa e nemmeno a buttarli nel cassonetto della carta -Oddio! Non sia mai qualcuno li trovasse!-.
Torno nel piccolo salotto arredato che pare una casa di bambola ottocento, pizzi e trine che sbordano ovunque, testimoni inorriditi di quel repulisti pasquale definitivo e crudele.
Mi dice che adesso i suoi autori avranno più spazio, che i suoi giganti devono respirare, avere aria pulita attorno, quasi fossero vivi e umani, come se la polvere prodotta da quei volumi già relegati in alto potesse in qualche modo danneggiarli, contagiare i personaggi che lei ama e l’hanno fatta piangere, come se certi luoghi comuni potessero in qualche modo cambiarne la storia, deviare il loro comune e spesso tragico destino, portare altrove certe decisioni necessarie, quasi che il desiderio di un lieto fine e l’appiattimento diffuso, potessero contagiare anche loro!
Pensa ai gerundi, alle subordinate, a certi giri di parole necessari, all’uso della lingua non contaminata di continuo dal dialetto, alla complessità dei periodi e al senso nascosto delle cose e allora mi guarda e dichiara, in un lungo sospiro, di non voler tornare indietro.
Guardo quella piccola collina di pagine scritte e un poco la capisco.
Terry è stanca dei “casi editoriali”, di certo autobiografismo sterile, della letteratura ridotta a cronaca di una realtà già abbastanza noiosa e misera.
Terry è stufa di frasi brevi e semplici, di un senso troppo comune, dell’abuso di storie a effetto, non ne può proprio più di certa scrittura che insegue la moda, che si piega a essere semplice a tutti i costi, che fa finta di avere un senso profondo, che come una donna liftata ci sorride poco autentica dalle vetrine delle librerie che hanno tanto l’aspetto di supermercati.
Da oggi Teresa non vuole sapere più della letteratura scontata in ambo i sensi, quella fine a se stessa, quella che non aiuta nessuno, di parole e storie quasi mai risultato di un’urgenza. Quella roba non può abitare più i suoi scaffali, nemmeno quelli lì in alto.
«E’ soffocante!»
«E’ inutile!» aggiungo io e l’aiuto, porto fra le braccia e fin su in terrazza quei pesi inutili, quella roba mai letta o letta per sbaglio, distrattamente, tanto per rendersi conto di dove stiamo andando!
«Sono contraria alla deforestazione» mi dice Terry mentre appicca il fuoco e si sfila il chiodo foderato rosso fuoco «ecco il solo calore che certi romanzi riescono a produrre!»
È spietata sì, ma non posso proprio darle torto.