Pagine

lunedì 5 maggio 2014

Se tutti fossimo...

L’ingenuità è una delle caratteristiche che amo di più e che un po’ mi appartiene. Ho sempre avuto la pessima abitudine di credere a tutto ciò che mi si dice, non raccontare bugie, non esagerare nel dire di me e del mio passato, non trasfigurare la mia vita rendendola fantastica. Ciò che di eccezionale mi è purtroppo accaduto è stato sempre qualcosa di catastrofico, e certo non vado in giro a vantarmene.
Forse è perché la finzione l’ho praticata tanto per mestiere e sin da ragazzina, che preferisco una realtà tiepida a un futuro possibile ma non praticabile. Forse perché dopo venticinque anni di meditazione trascendentale ho imparato a valutare il mio oggi senza fare previsioni per domani.
Così, ieri, quando un amico ha detto che, fossimo tutti così come ci dipingiamo sui social, il mondo sarebbe dei giusti, ho pensato che sì, il mondo, questo, sarebbe il migliore dei mondi. E ho anche immaginato a cosa potrebbe accadere se tutto ciò che affermiamo sui social fosse la pura verità. Se ogni pensiero che diventa frase si trasformasse in azione concreta.

Fossimo realmente così incazzati e così politicamente impegnati, ci rivolteremmo sul serio alle iniquità usando tutte le nostre forze. Nessuno più voterebbe chi ci ha ridotto in miseria e di loro non ci sarebbe più traccia né su liste elettorali né in televisione.
Non ci sarebbero più guerre. La politica economica sarebbe soppiantata da quella ecologica, respireremmo meglio e ci ammaleremmo di rado.
Se leggessimo quanto affermiamo di leggere, ma anche soltanto la metà, ci sarebbero solo lettori forti, le librerie non chiuderebbero, l’editoria non sarebbe al tracollo e l’uso errato del “piuttosto che” un lontano ricordo. Avremmo una buona autocritica e impareremmo una buona volta a lasciare il palco a chi sa starci e ha studiato per farlo.
Sparirebbero tutti i Talent Show, fabbriche d’illusioni studiate ad arte per incantare il pubblico.
Se fossimo tutti così onesti come affermiamo di essere, l’evasione fiscale non sarebbe una piaga da curare, ognuno occuperebbe il posto che gli compete e gli uffici della Pubblica Amministrazione si svuoterebbero di parenti e amici degli assessori eletti e si farebbero pubblici concorsi di assunzione.
Fossimo tutti così compassionevoli non ci sarebbero più canili lager.
Gli anziani non finirebbero negli ospizi né andrebbero a passare le domeniche e giorni di festa da soli, nei centri commerciali.
Ogni persona con un reddito alto adotterebbe una famiglia di operai in cassa integrazione.
La disparità cancellata dal nostro vocabolario.
Se tutti avessimo anche soltanto la metà della spregiudicatezza che rendiamo nota al mondo nascosti dietro pseudonimo, non cammineremmo per strada con la fronte aggrottata dando spintoni a chiunque abbia la disgrazia di starci davanti.
Se tutti fossimo così capaci, realizzeremmo comunque grandi imprese.
Superdonne, intellettualmente superiori e sensualissime, avrebbero storie bellissime con superuomini, anziché trascorrere il tempo sui social network, lamentandosi. Vestirebbero tutte da top model, se possedessero anche solo la metà del buon gusto che rimarcano nel criticare l’altro.  

Se tutte le belle frasi che postiamo ogni giorno sui social si risolvessero in azioni concrete anziché restare tra i pixel, saremmo tutti più felici. Ci sarebbe più pacatezza e meno invidia, il livore che si respira in una società chiusa in caste e lobby, sparirebbe d’incanto. E, probabilmente, se tutti fossimo realmente ciò che dichiariamo di essere, sparirebbero anche i social network.

sabato 3 maggio 2014

Deriva #53 #derivaditwitter: C'era una volta Twitter

C’era una volta Twitter, un social network che richiedeva una buona capacità di sintesi, senso dell’ironia e originalità.
Ma mentre scrivevo le mie cinquantadue #deriveditwitter, la trasformazione si è completata e le cattive abitudini radicate.
Molti lettori delle mie #derive parrà argomento già trattato ma poiché nessuno più si sottrae alle cattive abitudini della massa, nemmeno io, e il turnover dei follouer continuo, facciamo un ripasso. E invito chiunque pensi che la propria libertà passi attraverso il non rispetto degli altri, delle regole o delle consuetudini, a NON leggermi.

Le regole esistono per essere infrante ma se non le conosciamo e non le rispettiamo, non proveremo nessuna gioia nell'infrangerle.
L’orda barbarica del neofita, è ormai calata sulle TL dei vecchi tuitteri portando “like” ipocriti, la pessima usanza a non condividere, brutte foto (già viste tre anni fa su #FB) mancanza di originalità che, unita alla puerile attitudine a far proprie frasi e idee altrui e alla presunzione che seguirlo sia un dovere, sta facendo di Twitter un social noiosissimo.

L’omissione dell’#hashtag, per esempio, non è da rivoluzionari ma da cretini.
L’hashtag è una stanza nella quale si riuniscono tutti gli utenti che tuittano un argomento, può diventare di tendenza e, che lo vogliate oppure no, fa parte di questo gioco. Non usarlo rende l’argomento in questione di nessun interesse, e basta.
La menzione evitata (@caprone) è da ipocriti.
Se parli male di qualcuno, citalo, altrimenti fai la figura del vigliacco. I pettegolezzi trasversali possono avere un solo esito: defollow e disistima.
Le lamentele sono veramente imbarazzanti.

Twitter era il social della provocazione, oggi è il “nonluogo”dell’invidia meschina.
Non siamo tutti uguali, non siamo tutti originali, né siamo tutti capaci di usare bene le parole.
Che senso ha spendere la propria originalità se si ottengo al massimo una ventina di RT? Twitter è un bel gioco, ma se non si vince nulla allora meglio #FB.
Mettere stelline a un bel tuit, che sia di tizio, caio o tweetstar qui fa lo stesso, significa che vi piace ma non abbastanza, vi piace e per questo non lo rituittate, vi piace e non lo rituittate perché è l’utente non vi piace. Ma allora, se non vi piace, defollouatelo, e basta. Senza infrangere… la pazienza… di chi vi legge lamentarvi dell’arroganza altrui. Non siete mica bambini. Nessuno vi ha ordinato di seguire chi non si adatta ai vostri gusti (semplici).

La stellina oggi viene usata dai feisbucchiani (quelli or ora giunti, quelli con pari follouer e follouing, quelli dalla bio superumana e dai tuit mediocri) come “LIKE” di simpatia.
Un tempo, parlo dell’epoca pre feisbucchiana, le liste dei preferiti, dove finiscono le vostre insensate stelline, avevano lo scopo di mettere da parte articoli da leggere e magari rituittare in un secondo momento, ma erano anche utili al probabile follouer per decidere se seguire un utente oppure no.
Che cosa legge tizio?
Che cosa gli piace?
Siamo in sintonia?
Se oggi andiamo a scorrere le liste dei preferiti troveremo un elenco noiosissimo di emoticon e di tuit che, estrapolati da una conversazione, non hanno nessun significato.
Ma d’altra parte, poiché il neofita non legge nemmeno le bio di chi segue, mi pare improbabile possa decidere di scorrere profili per capire se vale o no la pena follouare quell’utente, che sia una tweetstar o un "ovetto" poco importa.

Il neofita ha solo uno scopo, quello di seguire chiunque lo segua, alla cieca, per fare numero, in buona sostanza non segue profili interessanti se non ottiene il follow back, e così perde tutto il bello di questo social, ossia gli interventi più originali e i tweet più belli. Ma parafrasando il caro e sempre attuale Voltaire, il popolo (la massa) non ha alcun desiderio di riscattarsi, né di prendere il buon esempio, di imparare.
Leggo frasette sgrammaticate e forzatamente comiche, concetti presi chissà dove e messi in bella copia.
Non ditemi che sono feroce ma è proprio così: la maggior parte dei nuovi utenti si comporta come chi, mentre parli pensa alla risposta da darti.


sabato 26 aprile 2014

Deriva #52 #derivaditwitter: Quando l’offerta supera la domanda

Scrivere sulla bio se, quando, dove e a che ora la “daremo”, ci renderà sicuramente divertenti, spigliate, sicure di noi stesse, in poche parole desiderabili ma #Twitter è diventato un “non luogo” affollato e l’originalità, una chimera. In meno di un mese, il nostro profilo di donne super autonome, coltissime e consapevoli del tesoro che abbiamo tra le gambe, lo avranno già copiato in duecento.
Come gli account delle “Miss”, ormai replicati a iosa: Misscortico, Misstupisco, Missdereno, Missplendida, Misstronza, Misschermisco… Misscontro.
Capisco che il nuovo mezzo di seduzione affascini, che se entri nelle grazie della twitstar e del follouer giusto potrai ottenere rituit golosi e chissà quanti follouer, ma so anche per esperienza, mia e delle altre, quelle che si lamentano il TL lanciando anatemi al Mr Sòla di turno, che l’oggetto del mio desiderio, del tuo, del loro e di tante altre, è sempre uguale a stesso. Che si chiami Valmont, Casanova o Don Giovanni, ti pubblicizzerà come la più intelligente tra le donne ma soltanto finché capirà che, di fatto, così com’è scritto sulla biografia, non gliela darai mai.
Certo ci impiegherà anche sei mesi a farsene una ragione, e non so se lo capirà per caso, per un’illuminazione improvvisa o dopo lunga meditazione, ma un giorno lo leggeremo in TL fare sperticati complimenti a un’altra Miss, gli stessi di cui era prodigo con noi, e rituittare con gioia, le sue perfette banalità messe in bella copia.

In effetti il termine “darla” mi ha sempre dato allergia. Direi che mi fa orrore, anzi, è primo in classifica nel mio elenco del lessico digitale più obbrobrioso, assieme a scopamico, sticazzi, e nano, termine affettuoso riferito ai propri figli. Ma credo che in questo caso, almeno stando alle testimonianze, trattandosi di vero e proprio commercio il verbo calzi a pennello.
Potrei fare un elenco piuttosto lungo di quanti mi hanno promesso contatti per una pubblicazione. Ma seri eh!
Devo farlo?
Posso?


Dai, dai, no, scherzo, calmati… (l’idiota si è sicuramente messo in allarme)… ora respira profondamente, e regolarizza il battito cardiaco: sto scherzando, suvvia, non farò mai il tuo nome. Almeno non adesso.
E non ti offendere, perché sei sicuramente un idiota se fai promesse per iscritto, e lo sei ancor di più se le fai soltanto perché la sconosciuta ha una foto che ti attizza. Però sei fortunato, perché almeno in questo caso hai inviato le tue mendaci parole a una donna adulta che non si è servita della propria capacità seduttiva nemmeno quando faceva teatro, figurarsi farlo oggi, in un ambito, quello dell’editoria, dove per distinguersi dalla massa non basta più nemmeno pubblicare per Einaudi.

Insomma, pare che l’acchiappo 2.0 sia ormai una lotta senza quartiere e che, sempre stando alle testimonianze, non frutta nemmeno granché.
Succede sempre così quando l’offerta supera la domanda.
E mettendo in conto che il 60% dei superuomini presenti su #twitter sono impegnati, e che se anche affermano di tenere in pugno la situazione mettono la coda tra le gambe al primo sospetto della coniuge, che il 10% dei nomi altisonanti non sono imbecilli, e che il restante 30% avrà un bug di sistema da qualche parte, da conquistare rimane ben poco.

Per cui “Keep Calm” e sii te stessa, e quando ti arriva un DM invitante e un retweet autorevole, non contarci troppo, immaginalo come un grosso amo da pesca lanciato nel mare dei pixel, un invito più che generalizzato, lanciato in contemporanea a più profili: culi, tette, selfie provocanti ce ne sono in quantità industriali, personalità degne di nota, sicuramente molte di meno.




venerdì 25 aprile 2014

Vittorio, io me lo ricordo bene

Il piacere di rivederlo fu pari alla delusione di capire che di me e di quei giorni assieme, lui non ricordava niente. È strano come tra tanti ricordi riusciamo a tenerne vivi alcuni e a ucciderne altri. Mi domando anche quale sia il criterio di scelta, se il senso di colpa, l’incuria o la più semplice indifferenza. Quante “me” esistono nel ricordo di qualcuno, e quante invece sono scomparse dalla memoria di un altro? Perché una dimenticanza equivale a un omicidio, e che Vittorio mi avesse uccisa lo capii in quell’istante, alla cassa della libreria affollata di una strada del centro, quando nel cedermi il passo, non mi rivolse che un breve sguardo e un sorriso di circostanza, quello di uno sconosciuto qualunque.

Quando Alex mi propose di andare a Mercadante per il ponte del 25 aprile gli dissi subito di sì. Non mi domandai come ci saremmo arrivati, da liceali e senza patente. Non mi chiesi nemmeno se i miei mi avrebbero dato il permesso. Ma a sedici anni si può tutto. E così mi lanciai verso l’ignoto, un viaggio che sarebbe iniziato il venerdì successivo alle otto e trenta davanti al solito bar, vestita con roba pesante e munita di sacco a pelo.

Vittorio, il fratello grande di Alex, era alla guida della sua cinquecento rossa.
Avevo sognato di pomiciare in quell’auto con lui alcune migliaia di volte, sempre durante le lezioni di Greco, mentre il professor Marvulli, dopo averci garantito un nostalgico sei politico, procedeva nel suo monologo poetico e sicuramente interessante.
Vittorio era bellissimo. Un Mastroianni intinto in Bardem e rifinito con un po’ di Bruce Willis.
Maschio, terribilmente virile e torbido. Scuro, villoso e lievemente profumato di patchouli. Litigioso, sempre in testa al corteo o nel servizio d’ordine, la bandana rossa e le clarks consumate, la borsa di cuoio piena di cicche, filtri, tabacco e fumo. Sempre pronto al confronto dialettico in assemblea, sempre in prima linea nella lotta per i diritti.
Stando agli sguardi delle sue donne, diverse e tutte belle, potei supporre fosse anche un maschio esperto.
In realtà aveva soltanto ventitré anni, ed era un maschio e basta. Di quelli che se ti prendono per mano sai già che non sarà per sempre, ma che ti fanno cedere comunque in un istante, cedere all’illusione, a quella propensione istantanea all’innamoramento, che dura un solo attimo, ma è sempre intensissimo, che bisogna godersi fino in fondo perché diventerà via via sempre più raro fino a essere dimenticato nel nulla. Ucciso, come Vittorio aveva fatto con il mio ricordo.

Anche quel mattino rise, sfiorandomi le labbra come si faceva tra compagni. Come sempre mi spettinò i ricci, e come ogni volta mi domandò di accendergli una sigaretta.
Alex, sul sedile posteriore con me, si divertiva a rollare canne, la tizia che stava con Vittorio cantava lievemente, io guardavo Vittorio, che guardava la strada piena di curve tra la campagna. Una nebbia leggera rendeva tutto surreale, anche il sorriso che Vittorio mi restituì dopo aver intercettato il mio sguardo nello specchietto, e l’espressione severa che fece poi, quando si domandò perché lo stessi fissando.
Ci conoscevamo da anni. Ci vedevamo quasi ogni giorno. A casa sua, in cucina, quando Alex ed io ci prendevamo una pausa dai libri e lui anche. Conoscevo i suoi piedi lunghi e magri, la risata che riempiva di sole anche le giornate più buie. Le sue battute sui professori. Gli slogan che la notte avrebbe scritto sui muri di una città di provincia che gli stava già stretta.
Io e il mio sguardo in estasi ai suoi racconti di guerriglia urbana… roba che a vederlo lì in libreria, più di vent’anni dopo, con ai piedi nuovissime Endless Ceremony non l’avrei nemmeno immaginato.

Comunque, già quel mattino, mi seguì con lo sguardo, in autogrill, mentre sculettavo vistosamente verso i bagni. Lo vidi chiaramente quando mi voltai verso Alex urlandogli di comprarmi birra e sigarette. Perché a sedici anni si può tutto. Anche bere una doppio malto di prima mattina.

Arrivati alla masseria, furono distribuite stanze e mozziconi di candela per la notte. Ci lanciammo sul letto. Io e suo fratello, naturalmente.
Credo di aver finto il miglior finto orgasmo della mia vita. Le camere erano adiacenti, Vittorio avrebbe potuto sentirmi e Alex, credermi. 
Poi corremmo tra i boschi. La primavera prepotente nelle narici e nella testa.
Mi finsi esperta di brace e di arrosto, così da metter Alex e la tizia in cucina, a tagliare insalata e pomodori.
Io e Vittorio restammo per un po’ in silenzio. Un silenzio pastoso e morbido che prelude sempre a qualcosa.
Di tanto in tanto mi passava da fumare. Ci guardavamo e scoppiavamo a ridere. Impacciati, come si può essere da ragazzi.
Il fuoco, il vino e la mia naturale attitudine al rischio, fecero sì che gli passassi la mano sulla nuca, che lo guardassi solo un attimo, e che quell’attimo bastasse a dirgli tutto.
Forse dissi anche un po’ troppo visto che Alex, entrando, fu costretto a interromperci tossendo, nascondendo subito in quella comicità da pagliaccio, più di una punta di dolore.

Cantammo fino all’alba. A quell’epoca una chitarra c’era sempre, e anche una voce lieve come quella della ragazza, che per tutta la sera non aveva fatto che intonarne di nuove senza badare a me a Vittorio che ci sfioravamo con ogni scusa.
Dormimmo come si può non dormire a quell’età, un’insonnia piena di sogni e non di affanni, quella che raggiungono anche i saggi, o chi non ha più niente da perdere.
Il bosco ci accolse ancora a mezzogiorno e risuonò delle nostre risate. Il pomeriggio passò pigro e lento. Alex leggeva fumetti, la ragazza disegnava, io guardavo Vittorio che fingeva di fare un solitario, e che aspettava non lo guardassi più per potermi a sua volta guardare.
A tavola mi passò un biglietto. Le strategie sono sempre le stesse, che sia Valmont o Vittorio G., che si viva settecento, nel post sessantotto o nel 2014.

Quando alle cinque del mattino mi trovai davanti alla stalla mi tremavano le gambe. Non era il freddo ma la consapevolezza di andare incontro a qualcosa di grosso.
Vittorio mi prese alle spalle e posò le sue labbra forti su ogni benedetto centimetro della mia nuca. Il freddo di un aprile battuto da una tramontana del tutto fuori luogo era un lontano ricordo. La sua sapienza di studente in medicina, no.
Fu tutto come doveva essere. Anche la luna piena che ci guardava dalle travi sconnesse della stalla.
Per una sedicenne qualcosa da ricordare a vita, per lui, evidentemente no.