Teresa quest'anno ha inventato una scusa,
il fidanzato ce l'ha ma è rinchiuso in cambusa:
è cuoco di bordo e sta in alto mare,
pare anche logico non sia potuto venire,
così i parenti non han nulla da dire
che ancora Teresa non si sia voluta sposare.
Alla grande tavolata natalizia
non è mancata nessuna primizia.
La cugina Incatenata, proprietaria terriera,
per B. chiede a gran voce la galera,
il marito, noto fascista, legge oggi il "Fatto quotidiando”
e si dichiara nemico giurato di Alfano.
Il marito di zia Cettina, temuto per i suoi loschi affari,
si dice smaccatamente di sinistra e ostile ai denari.
Ninì critica il governo Monti per la patrimoniale leggera,
e di nascosto prega papà natale che gli eviti la galera.
Peppe, l'eterno fidanzato maschilista di un'altra cugina,
fa finta di darsi da fare e di aiutarla in cucina.
Teresa li guarda e pare colpita,
-questa gente d'un colpo sembra esser guarita!-
Tutti i destrorsi son diventati mancini
citano Travaglio e parlan di rivoluzioni.
Solo nonna Teresa pare un po' fuori fase
e come da tradizione fa il brindisi al Duce.
-Bisogna scusarla è fuori tendenza-
interviene Ninetta, la solita lenza!
Si ride e si brinda a un anno di giustizia
mentre il vecchio zio Nanni aggiorna la lista.
-Ecco i nomi di quelli che si sono pentiti,
che han votato per anni Berlusconi e si sono riavuti-.
Ma è quando si scopron le carte
che si capisce qual è la loro parte.
Il marito della cugina della nuora Rosaria,
nasconde un grosso bluff guardando per aria,
Linetta che campa chiedendo il pizzo,
anche al tavolo verde presta denari a strozzo.
E così Teresa, l'unica disoccupata,
perde i pochi euro che si era portata.
-L'acqua va al mare!- dichiara piangendo,
-è solo sfortuna!- minimizza zio Nando.
Beppino, che l'anno passato viaggiava in Ferrari,
le offre un buon lavoro in nero e un po' di denari.
-Non dirlo a nessuno ma non è furberia,
è che l'Iva è troppo alta e l'azienda è roba mia!
Tu non sai, cara Teresa, cosa si fa per campare,
allungare bustarelle è ancora tradizione,
e se i soldi spariscono è solo distrazione,
van da soli oltre confine e non si chiama evasione-.
Si ride e si brinda davanti al panettone,
e fra i regali di Natale compare di Marx Il Capitale,
la borsa di "vera Tolfa” è stata resuscitata,
e Rosina la gioielliera vuol salire in barricata.
Teresa li guarda ed è proprio allibita,
l'ideologia quella vera è morta di certo o comunque è sparita.
mercoledì 28 dicembre 2011
venerdì 23 dicembre 2011
Diario di LOLA, quarto giorno. L'abito rosso
Foto di Eugenio Recuenco
Mia suocera ha deciso gli addobbi, l’albero l’ho scelto io, sono andata in un vivaio che li affitta. L’idea di sradicare una vita mi fa inorridire, è come se qualcuno mi svegliasse in piena notte per infilarmi in un carro merci e spedirmi al confino.
Max mi ha comprato un abito rosso intonato alla tovaglia. Non gli chiederò nemmeno di tirarmi su la lampo, conosco la rapidità con cui farà quel gesto, non voglio rimanere scottata dal gelo delle sue dita.
Si è tagliato i capelli, li ha rasati un po’, lasciandoli più lunghi davanti. Stamattina ho provato a passargli le dita tra la lunga ciocca bruna e si è scostato, poi mi ha sorriso come per scusarsi ed è tornato al computer.
Neanche questa settimana ha declinato gli inviti dei colleghi e ha presenziato a ogni maledetto party aziendale: festeggiano il crollo delle borse o forse, per scongiurarlo, praticano sacrifici umani.
Una volta la moglie di un suo collega mi aveva urlato dalla cabina del solarium che lei ha sempre partecipato alle feste ai piani alti. Max me lo ha detto centinaia di volte, le ho risposto io alzando gli occhi da un settimanale femminile. Poi mi sono domandata perché andare oltre in quella menzogna improvvisata e così ho troncato il discorso a metà, lasciando che quella “e” in sovracuto si disperdesse tra i vapori e i phon.
Max non mi ci ha mai portata.
Le ho già scelte le scarpe per te, le ho già ordinate. Sono di cuoio chiaro, s’intonano ai jeans che porti così spesso e al soprabito di pelle un po’ agée con cui ti ho visto entrare in redazione solo due giorni fa.
No, non ti seguo, lo giuro, è solo che mi piace immaginarti da qualche parte, sapere dove prendi il caffè, dove pranzi e con chi, a che ora esci e entri al giornale.
Ho incontrato tua moglie dall’estetista.
Mi veniva da ridere a vederla affannarsi con le maschere e la depilazione: vuol fare baldoria la notte di Capodanno.
Secondo me farai meglio a sbronzarti.
Così da darle solo un tiepido bacio e fingerti stanco.
Così penserai a me se proprio ti costringerà a toccarla, dimenandosi sul letto e mettendo in fila vecchi trucchi e le solite moine.
Mia suocera e il suo profumo di vetiver hanno anche deciso il regalo che avrei fatto a Max. Una delle più moderne appendici maschili, un super ultimo portatile che gli ricorderà anche di che pasta è fatto.
Io non lo so. Non lo so più.
Lo incontrai in Piazza Duomo dieci anni fa, circa, rincorreva il mio cappello che per una folata di vento improvviso si era alzato dalla sedia per rotolare via.
Piacere, Lola, e grazie, gli dissi come sempre tenendo gli occhi bassi, in un imbarazzo che viene scambiato per timidezza ma che è solo spirito di conservazione e difesa personale.
Da lì non ci siamo mai più lasciati.
A lui andava bene che io dicessi di sì a tutto e io amavo il suo essere distante e così preso dal lavoro.
Tua moglie l’ho incontrata anche dal fioraio.
Lo so che abito proprio dalla parte opposta, ma è proprio lì che mi servo. Solo lì trovo sempre i lilium gialli.
È lui che me li ha destinati lo so, ma sono io che devo sceglierli e poi scartarli e infilarli nel vaso.
Sono io che compro ogni cosa.
Un giorno mi domandò di comprare della corda. Voleva venti metri di corda e un paio di cesoie.
Passai tutta la notte a ipotizzare in che modo mi avrebbe fatto morire di piacere.
Quando mi disse che voleva andare in villa e mi domandò di accompagnarlo, pensai che la sapeva lunga il mio Max , e che quello era il posto più giusto, distante dalla strada e dall’abitato, a un passo dal mare in tempesta.
Non so perché ma quella grande casa sull’Aurelia la tengono sempre chiusa. È un posto che mi dà i brividi.
La prima volta che ci entrai c’erano ancora i teli bianchi sui mobili e i tarli banchettavano da almeno un paio d’anni, lasciando ovunque i resti del loro pasto.
Mi bendò gli occhi quel mattino. Forse fu per un film che aveva visto perché poi non lo fece più, e invece di bendarmi, decise di spegnere la luce e il mondo attorno, e tutto quel senso di affidamento che avrei voluto sentire finì in un tombino, come le foglie giù in strada spazzate via dal vento e da passi frettolosi e vaghi.
Quando entrai, la corda pesante mi segava il palmo della mano.
Dammela!, fece lui, e ci passò il braccio dentro e la poggiò sulla spalla.
Così si fa, pensai, fiera di quel pezzo di carne così virile.
Mi chiese di restare lì all’ingresso e che doveva prima prendere una scala.
Quando lo sentii chiamare uno del posto, un tizio che di tanto in tanto andava a fare le potature e a pulire il grande giardino e il viale di ghiaia, pensai che Max aveva superato se stesso.
Mi ferii la mano quella sera stessa, a cena.
Trovai che quel taglio profondo al centro della mano fosse la giusta punizione per quelle idee imbecilli che mi erano passate per la testa: Max doveva rafforzare alcune travi in solaio e quella corda non serviva a mettere insieme un bel gioco a due.
L’abito rosso è disteso sul letto accanto a me.
Da qui vedo uno spesso mazzetto di pezzi da cento sotto una pietra che Max usa come fermacarte.
Sollevo e metto giù il cellulare un paio di volte.
A un certo punto, anche tu spegnerai la luce per voltarti dall’altra parte.
Mia suocera ha deciso gli addobbi, l’albero l’ho scelto io, sono andata in un vivaio che li affitta. L’idea di sradicare una vita mi fa inorridire, è come se qualcuno mi svegliasse in piena notte per infilarmi in un carro merci e spedirmi al confino.
Max mi ha comprato un abito rosso intonato alla tovaglia. Non gli chiederò nemmeno di tirarmi su la lampo, conosco la rapidità con cui farà quel gesto, non voglio rimanere scottata dal gelo delle sue dita.
Si è tagliato i capelli, li ha rasati un po’, lasciandoli più lunghi davanti. Stamattina ho provato a passargli le dita tra la lunga ciocca bruna e si è scostato, poi mi ha sorriso come per scusarsi ed è tornato al computer.
Neanche questa settimana ha declinato gli inviti dei colleghi e ha presenziato a ogni maledetto party aziendale: festeggiano il crollo delle borse o forse, per scongiurarlo, praticano sacrifici umani.
Una volta la moglie di un suo collega mi aveva urlato dalla cabina del solarium che lei ha sempre partecipato alle feste ai piani alti. Max me lo ha detto centinaia di volte, le ho risposto io alzando gli occhi da un settimanale femminile. Poi mi sono domandata perché andare oltre in quella menzogna improvvisata e così ho troncato il discorso a metà, lasciando che quella “e” in sovracuto si disperdesse tra i vapori e i phon.
Max non mi ci ha mai portata.
Le ho già scelte le scarpe per te, le ho già ordinate. Sono di cuoio chiaro, s’intonano ai jeans che porti così spesso e al soprabito di pelle un po’ agée con cui ti ho visto entrare in redazione solo due giorni fa.
No, non ti seguo, lo giuro, è solo che mi piace immaginarti da qualche parte, sapere dove prendi il caffè, dove pranzi e con chi, a che ora esci e entri al giornale.
Ho incontrato tua moglie dall’estetista.
Mi veniva da ridere a vederla affannarsi con le maschere e la depilazione: vuol fare baldoria la notte di Capodanno.
Secondo me farai meglio a sbronzarti.
Così da darle solo un tiepido bacio e fingerti stanco.
Così penserai a me se proprio ti costringerà a toccarla, dimenandosi sul letto e mettendo in fila vecchi trucchi e le solite moine.
Mia suocera e il suo profumo di vetiver hanno anche deciso il regalo che avrei fatto a Max. Una delle più moderne appendici maschili, un super ultimo portatile che gli ricorderà anche di che pasta è fatto.
Io non lo so. Non lo so più.
Lo incontrai in Piazza Duomo dieci anni fa, circa, rincorreva il mio cappello che per una folata di vento improvviso si era alzato dalla sedia per rotolare via.
Piacere, Lola, e grazie, gli dissi come sempre tenendo gli occhi bassi, in un imbarazzo che viene scambiato per timidezza ma che è solo spirito di conservazione e difesa personale.
Da lì non ci siamo mai più lasciati.
A lui andava bene che io dicessi di sì a tutto e io amavo il suo essere distante e così preso dal lavoro.
Tua moglie l’ho incontrata anche dal fioraio.
Lo so che abito proprio dalla parte opposta, ma è proprio lì che mi servo. Solo lì trovo sempre i lilium gialli.
È lui che me li ha destinati lo so, ma sono io che devo sceglierli e poi scartarli e infilarli nel vaso.
Sono io che compro ogni cosa.
Un giorno mi domandò di comprare della corda. Voleva venti metri di corda e un paio di cesoie.
Passai tutta la notte a ipotizzare in che modo mi avrebbe fatto morire di piacere.
Quando mi disse che voleva andare in villa e mi domandò di accompagnarlo, pensai che la sapeva lunga il mio Max , e che quello era il posto più giusto, distante dalla strada e dall’abitato, a un passo dal mare in tempesta.
Non so perché ma quella grande casa sull’Aurelia la tengono sempre chiusa. È un posto che mi dà i brividi.
La prima volta che ci entrai c’erano ancora i teli bianchi sui mobili e i tarli banchettavano da almeno un paio d’anni, lasciando ovunque i resti del loro pasto.
Mi bendò gli occhi quel mattino. Forse fu per un film che aveva visto perché poi non lo fece più, e invece di bendarmi, decise di spegnere la luce e il mondo attorno, e tutto quel senso di affidamento che avrei voluto sentire finì in un tombino, come le foglie giù in strada spazzate via dal vento e da passi frettolosi e vaghi.
Quando entrai, la corda pesante mi segava il palmo della mano.
Dammela!, fece lui, e ci passò il braccio dentro e la poggiò sulla spalla.
Così si fa, pensai, fiera di quel pezzo di carne così virile.
Mi chiese di restare lì all’ingresso e che doveva prima prendere una scala.
Quando lo sentii chiamare uno del posto, un tizio che di tanto in tanto andava a fare le potature e a pulire il grande giardino e il viale di ghiaia, pensai che Max aveva superato se stesso.
Mi ferii la mano quella sera stessa, a cena.
Trovai che quel taglio profondo al centro della mano fosse la giusta punizione per quelle idee imbecilli che mi erano passate per la testa: Max doveva rafforzare alcune travi in solaio e quella corda non serviva a mettere insieme un bel gioco a due.
L’abito rosso è disteso sul letto accanto a me.
Da qui vedo uno spesso mazzetto di pezzi da cento sotto una pietra che Max usa come fermacarte.
Sollevo e metto giù il cellulare un paio di volte.
A un certo punto, anche tu spegnerai la luce per voltarti dall’altra parte.
giovedì 22 dicembre 2011
Diario di LOLA, terzo giorno. Le scarpe di Max
Foto di Jean Baptist Moudino:Tarantino
La settimana è cominciata bene.
Stamattina, Max ha lasciato che gli lucidassi le scarpe.
Sono fatte a mano, un regalo di un Natale di alcuni anni fa, forse sette. Gliele comprai in cambio di uno splendido diamante. Quello lo tiene in banca però.
Ho una settimana piena d’impegni davanti a me. Devo accompagnare mia suocera dal podologo, dal dentista, dal medico e a fare spese per il cenone. A me toccheranno gli inviti per capodanno.
Una casa così grande non può risuonare solo dei nostri pensieri, del ticchettio della sua tastiera e delle suonerie dei cellulari.
Stamattina mi ha presa per la vita mentre stavo di spalle, in cucina, a badare al caffè.
Si è avvicinato in silenzio e ho soltanto sentito le sue dita spostarmi i capelli da un lato, le labbra sfiorarmi appena la nuca e la sua voce domandarmi se mi dispiaceva farlo. Lucidargli le scarpe intendo.
Mi chiede sempre il permesso per ogni cosa, e lo fa con gentilezza. Sempre. In ogni occasione, anche quando non dovrebbe.
Adesso sento solo il respiro monotono della lavastoviglie, e la pendola che divora gli attimi.
Il resto non esiste.
In certi momenti mi domando se c’è veramente un mondo lì fuori o se non sia piuttosto una mia proiezione, e che io mi trovo altrove, magari di là dall’oceano e sto solo sognando. In certi momenti mi domando anche perché ho fatto certe scelte, ma non mi lascio mai il tempo di rispondere.
Riconoscere di voler vivere senza responsabilità non è ammissibile oggi per una donna, eppure è così.
Per liberarmi da questo silenzio provo a fare il tuo numero una ventina di volte senza mai lasciare che squilli, spero che prima o poi, dallo spazio buio della rete, possa sentire la tua voce dire il mio nome prima che io riattacchi.
Non voglio vederti.
Voglio lasciare la nostra storia in naftalina, nel cassetto più nascosto del mio armadio, quello in fondo, dove tengo arrotolata la mia laurea in medicina, il passaporto e la pistola di mio padre.
Lo so che non potrei tenerla ma tanto è scarica.
È una Smith & Wesson a tamburo, la teneva per difesa personale da quando avevano cercato di rapinarlo. Mio padre faceva il rappresentante di pietre preziose ma credo trafficasse anche in altro, viste le proprietà che mi ha lasciato: è solo frutto del suo lavoro, mi disse mamma prima di decidere -dopo quella mia crudele illazione- di togliermi per sempre amore e saluto.
Forse è da allora che mi sono imposta di non pensare più né di fare ipotesi.
Si sarà rivoltato nella tomba!, aveva anche urlato sbattendo la porta.
E da quel giorno il pensiero di papà a faccia in giù nella bara mi torna di continuo alla mente: ogni volta che ripenso ai bisbigli che provenivano dal suo studio o al telefono che riagganciava in fretta quando mi sentiva entrare, all’uomo che talvolta incontrava in un bar del centro dopo avermi lasciata in auto, in doppia fila.
Me lo ricordo bene quel tizio.
Aveva la mascella larga e così le spalle, era robusto e molto più alto di lui, profonde occhiaie e uno sguardo che se ne andava in giro anziché ascoltarlo. Lo so perché un giorno l’avevo seguito, mal interpretando poi una bugia mentre papà mi spingeva in malo modo fuori dal bar, gesticolando qualcosa al tizio che era rimasto in piedi al bancone con la sigaretta tra le labbra.
Chissà quanto tempo passerà prima che Max mi domandi di lucidargli ancora le scarpe. Anche la sua, in fondo, è una divisa.
Chissà se un giorno mi domanderà di farlo stando in ginocchio, di pulirgliele a fondo, magari con la lingua.
Anche la lavastoviglie adesso tace.
Accendo un incenso e aspetto di vedere il sole scomparire dietro il palazzo di fronte. Lì ci abita una vecchia che tutte le mattine ride e annuisce, lo fa guardando me, ne sono certa. Non so proprio chi sia -anche se non mi sono mai spinta a fare una ricerca vera e propria- ma comunque non l’ho mai incontrata al supermercato né in panetteria, qui all’angolo.
Aspetto che di me alla finestra e dei lilium al centro del salotto, non rimanga che la sagoma scura, poi proverò a fare di nuovo il tuo numero.
Ti spedirò un paio di scarpe fatte a mano.
Dopo Natale, per il nuovo anno.
Porti il quarantuno, me l’hai scritto a proposito del fatto che non trovi mai quella calza a pennello.
Prima, forse, dovrei misurateli bene i piedi mentre tu mi guardi dall’alto: dovresti lasciarmelo fare per tutto il tempo che occorre, fosse anche per l’eternità.
Anche davanti all’uomo che parlava con mio padre avrei voluto mettermi in ginocchio. Ci gioco spesso nella mente mentre Max dorme, dopo che una doccia con idromassaggio lo ha rilassato, dopo che le mie carezze, separate dalla sua pelle solo dall’asciugamano, lo hanno rassicurato di essere ancora in vita, di essere ancora un essere umano nonostante tre prestiti rifiutati e quattro assegni mandati in protesto.
Penso che sarebbe un’ottima ragione, questa, per fargli saltare la testa, penso, ma poi vedo mio padre a faccia in giù nella bara foderata di bianco, tra i fiori sbriciolati, ormai solo ossa nel suo abito scuro. Allora smetto di pensare e accendo la tivvù.
Max tra un’ora sarà qui.
La settimana è cominciata bene.
Stamattina, Max ha lasciato che gli lucidassi le scarpe.
Sono fatte a mano, un regalo di un Natale di alcuni anni fa, forse sette. Gliele comprai in cambio di uno splendido diamante. Quello lo tiene in banca però.
Ho una settimana piena d’impegni davanti a me. Devo accompagnare mia suocera dal podologo, dal dentista, dal medico e a fare spese per il cenone. A me toccheranno gli inviti per capodanno.
Una casa così grande non può risuonare solo dei nostri pensieri, del ticchettio della sua tastiera e delle suonerie dei cellulari.
Stamattina mi ha presa per la vita mentre stavo di spalle, in cucina, a badare al caffè.
Si è avvicinato in silenzio e ho soltanto sentito le sue dita spostarmi i capelli da un lato, le labbra sfiorarmi appena la nuca e la sua voce domandarmi se mi dispiaceva farlo. Lucidargli le scarpe intendo.
Mi chiede sempre il permesso per ogni cosa, e lo fa con gentilezza. Sempre. In ogni occasione, anche quando non dovrebbe.
Adesso sento solo il respiro monotono della lavastoviglie, e la pendola che divora gli attimi.
Il resto non esiste.
In certi momenti mi domando se c’è veramente un mondo lì fuori o se non sia piuttosto una mia proiezione, e che io mi trovo altrove, magari di là dall’oceano e sto solo sognando. In certi momenti mi domando anche perché ho fatto certe scelte, ma non mi lascio mai il tempo di rispondere.
Riconoscere di voler vivere senza responsabilità non è ammissibile oggi per una donna, eppure è così.
Per liberarmi da questo silenzio provo a fare il tuo numero una ventina di volte senza mai lasciare che squilli, spero che prima o poi, dallo spazio buio della rete, possa sentire la tua voce dire il mio nome prima che io riattacchi.
Non voglio vederti.
Voglio lasciare la nostra storia in naftalina, nel cassetto più nascosto del mio armadio, quello in fondo, dove tengo arrotolata la mia laurea in medicina, il passaporto e la pistola di mio padre.
Lo so che non potrei tenerla ma tanto è scarica.
È una Smith & Wesson a tamburo, la teneva per difesa personale da quando avevano cercato di rapinarlo. Mio padre faceva il rappresentante di pietre preziose ma credo trafficasse anche in altro, viste le proprietà che mi ha lasciato: è solo frutto del suo lavoro, mi disse mamma prima di decidere -dopo quella mia crudele illazione- di togliermi per sempre amore e saluto.
Forse è da allora che mi sono imposta di non pensare più né di fare ipotesi.
Si sarà rivoltato nella tomba!, aveva anche urlato sbattendo la porta.
E da quel giorno il pensiero di papà a faccia in giù nella bara mi torna di continuo alla mente: ogni volta che ripenso ai bisbigli che provenivano dal suo studio o al telefono che riagganciava in fretta quando mi sentiva entrare, all’uomo che talvolta incontrava in un bar del centro dopo avermi lasciata in auto, in doppia fila.
Me lo ricordo bene quel tizio.
Aveva la mascella larga e così le spalle, era robusto e molto più alto di lui, profonde occhiaie e uno sguardo che se ne andava in giro anziché ascoltarlo. Lo so perché un giorno l’avevo seguito, mal interpretando poi una bugia mentre papà mi spingeva in malo modo fuori dal bar, gesticolando qualcosa al tizio che era rimasto in piedi al bancone con la sigaretta tra le labbra.
Chissà quanto tempo passerà prima che Max mi domandi di lucidargli ancora le scarpe. Anche la sua, in fondo, è una divisa.
Chissà se un giorno mi domanderà di farlo stando in ginocchio, di pulirgliele a fondo, magari con la lingua.
Anche la lavastoviglie adesso tace.
Accendo un incenso e aspetto di vedere il sole scomparire dietro il palazzo di fronte. Lì ci abita una vecchia che tutte le mattine ride e annuisce, lo fa guardando me, ne sono certa. Non so proprio chi sia -anche se non mi sono mai spinta a fare una ricerca vera e propria- ma comunque non l’ho mai incontrata al supermercato né in panetteria, qui all’angolo.
Aspetto che di me alla finestra e dei lilium al centro del salotto, non rimanga che la sagoma scura, poi proverò a fare di nuovo il tuo numero.
Ti spedirò un paio di scarpe fatte a mano.
Dopo Natale, per il nuovo anno.
Porti il quarantuno, me l’hai scritto a proposito del fatto che non trovi mai quella calza a pennello.
Prima, forse, dovrei misurateli bene i piedi mentre tu mi guardi dall’alto: dovresti lasciarmelo fare per tutto il tempo che occorre, fosse anche per l’eternità.
Anche davanti all’uomo che parlava con mio padre avrei voluto mettermi in ginocchio. Ci gioco spesso nella mente mentre Max dorme, dopo che una doccia con idromassaggio lo ha rilassato, dopo che le mie carezze, separate dalla sua pelle solo dall’asciugamano, lo hanno rassicurato di essere ancora in vita, di essere ancora un essere umano nonostante tre prestiti rifiutati e quattro assegni mandati in protesto.
Penso che sarebbe un’ottima ragione, questa, per fargli saltare la testa, penso, ma poi vedo mio padre a faccia in giù nella bara foderata di bianco, tra i fiori sbriciolati, ormai solo ossa nel suo abito scuro. Allora smetto di pensare e accendo la tivvù.
Max tra un’ora sarà qui.
mercoledì 21 dicembre 2011
Teresa e il post di Natale
Anch’io voglio entrare nella lista nera del gruppo neonazista,
inizio quindi questo post di fine anno, porgendo le mie sentite condoglianze
alle famiglie di Mor Diop e Modou Samb, vittime innocenti di inutili guerriglie.
Degli scandali del calcio scommesse non me ne frega niente,
m’importa solo dell’anno che verrà, ed è già super tassato,
prima ancora di essere nato.
Le lettere a Babbo Natale lasciatele scrivere a chi ha qualcosa da domandare,
a chi non ha da lavorare e non sa come campare,
non a comici prezzolati e ormai ripetitivi
che stanno sempre in tivvù a far finta di esser pieni di casini.
I casini li abbiamo io e Teresa che con un fallimento alle spalle,
abbiamo ancora le banche che ci rompono le balle.
Mi preoccupa che una come Ruby Rubacuori passerà alla storia,
e che avremo una ex mignotta a futura memoria
come simbolo di una certa epoca e un modo di pensare,
che ha rimesso noi donne in un’odiosa situazione
quella per cui, e dopo anni di lotte e di cortei, ci troviamo a esser valutate,
per come siamo vestite e non per ciò che siamo state.
Che l’Italia sia ancora classista dobbiamo ficcarcelo in testa,
si chiama oligarchia e non democrazia questo stato di cose,
dove senza un triplo cognome o un giornalista in famiglia,
ci si ritrova per strada o sui social network a darci battaglia,
destinati a uniformarci alla cultura riciclata
e a vedere la nostra intelligenza sottovalutata.
Non sei niente e puoi urlare finché vuoi le tue ragioni,
ma è l’informazione che fa la differenza,
ed è una roba marcia e manipolata di cui, però, non si può fare senza.
Li vedo su twitter i colorati pavoni -di cui non c’è bisogno di fare i nomi-
che distendono le loro piume colorate
certi che le proprie opinioni saranno ritwittate.
Sono loro i fari delle nostre coscienze assopite,
che ci dicono se e cosa fare fingendosi solidali alla rivoluzione,
nonostante il loro conto in banca sta quasi per scoppiare.
Abbassiamo una volta per tutte lo share a lor signori e spegniamo i televisori,
mettiamoci in testa che non sono loro che risolveranno i nostri problemi
guardiamo piuttosto alla storia passata e da cosa l’ideologia è stata rimpiazzata.
Più mi guardo indietro più mi sembra che nulla sia cambiato,
è come il gioco dei quattro cantoni,
con il cretino che sta nel mezzo e che non trova una collocazione,
e quelli siamo noi, gli illusi che senza un santo in paradiso,
pensano che ci sarà un nuovo anno, un domani o un direttore generale
che ci accoglierà con un sorriso e ci darà da lavorare.
inizio quindi questo post di fine anno, porgendo le mie sentite condoglianze
alle famiglie di Mor Diop e Modou Samb, vittime innocenti di inutili guerriglie.
Degli scandali del calcio scommesse non me ne frega niente,
m’importa solo dell’anno che verrà, ed è già super tassato,
prima ancora di essere nato.
Le lettere a Babbo Natale lasciatele scrivere a chi ha qualcosa da domandare,
a chi non ha da lavorare e non sa come campare,
non a comici prezzolati e ormai ripetitivi
che stanno sempre in tivvù a far finta di esser pieni di casini.
I casini li abbiamo io e Teresa che con un fallimento alle spalle,
abbiamo ancora le banche che ci rompono le balle.
Mi preoccupa che una come Ruby Rubacuori passerà alla storia,
e che avremo una ex mignotta a futura memoria
come simbolo di una certa epoca e un modo di pensare,
che ha rimesso noi donne in un’odiosa situazione
quella per cui, e dopo anni di lotte e di cortei, ci troviamo a esser valutate,
per come siamo vestite e non per ciò che siamo state.
Che l’Italia sia ancora classista dobbiamo ficcarcelo in testa,
si chiama oligarchia e non democrazia questo stato di cose,
dove senza un triplo cognome o un giornalista in famiglia,
ci si ritrova per strada o sui social network a darci battaglia,
destinati a uniformarci alla cultura riciclata
e a vedere la nostra intelligenza sottovalutata.
Non sei niente e puoi urlare finché vuoi le tue ragioni,
ma è l’informazione che fa la differenza,
ed è una roba marcia e manipolata di cui, però, non si può fare senza.
Li vedo su twitter i colorati pavoni -di cui non c’è bisogno di fare i nomi-
che distendono le loro piume colorate
certi che le proprie opinioni saranno ritwittate.
Sono loro i fari delle nostre coscienze assopite,
che ci dicono se e cosa fare fingendosi solidali alla rivoluzione,
nonostante il loro conto in banca sta quasi per scoppiare.
Abbassiamo una volta per tutte lo share a lor signori e spegniamo i televisori,
mettiamoci in testa che non sono loro che risolveranno i nostri problemi
guardiamo piuttosto alla storia passata e da cosa l’ideologia è stata rimpiazzata.
Più mi guardo indietro più mi sembra che nulla sia cambiato,
è come il gioco dei quattro cantoni,
con il cretino che sta nel mezzo e che non trova una collocazione,
e quelli siamo noi, gli illusi che senza un santo in paradiso,
pensano che ci sarà un nuovo anno, un domani o un direttore generale
che ci accoglierà con un sorriso e ci darà da lavorare.
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