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mercoledì 28 settembre 2011

Teresa e l'onestà intellettuale


La mia Teresa ormai non è più la stessa, basta che apra un giornale e si sente depressa.
«Credo che il troppo parlare di queste faccende ne aumenti la gloria, la storia della “patonza” alla fin fine non annoia.
L’italiano medio ci sguazza in questa storia e c’è chi lo ammira, ne sono sicura. Acclarato il fatto che lui le pagava, il maschio medio si attizza fino alla bava: basta fare un giro per la Salaria per capire cos’è che in questo paese tira.
Non è parlando di puttane che lo mandiamo in galera, messa così, questa, non è più una cosa seria.
E se parliamo di “questione morale”, credo che la chiesa farebbe meglio a esimersi dal parlare, le accuse fatte al vaticano non mi paiono poi così leggere, da poter fare ancora finta che non siano vere.
E poi basta andare in un qualunque bar dello stivale e ascoltarli un attimo parlare: se non è roba di donne, è di evasione fiscale di multe non pagate o di una fregatura –data agli altri, s’intende- qui un cuore tenero non dura».
«Basta Teresa non voglio che ti deprima con questa storia, lo sai come sei nata, sai perché ti ho inventata: per parlare d’amore e non di patata».
«Ma tu sei tutta matta, te l’ho già detto, qui non lavorerai mai se non chiacchieri di letto, di scandali e di storture, se non racconti le cose come sono andate, se non elimini la poesia dalla tua vita, le frasi edulcorate».
«Ma quello è il loro mondo e proprio non mi appartiene, forse vengo sul serio dalla montagna del sapone».
«Il problema vero è che in questo paese in molti hanno qualcosa per cui tremare, a ben guardare nella vita di ognuno c’è qualcosa su cui indagare, siamo stati abituati a cedere al compromesso e anche quando onesti ci troviamo a dover gettare il nostro onore dentro al cesso!»
«Ti ho detto mille volte di parlare in altro modo, ti ho fatta per dirle in rima e usare un linguaggio diverso non perché tu ti avvilisca a parlare di sesso».
«Allora facciamo una cosa: se da domani nessuno più parla più delle storie di sesso del nano, scriviamo soltanto racconti rosa . E non guardarmi così che lo sai bene che a troppi piace sguazzare nel pattume».
«Non dire così Terry, che chi ti legge si offende!»
«Io dico solo quello che penso, ognuno poi fa i conti con se stesso, non accuso nessuno di posporre la morale al sesso. E poi sai che non è questo il problema, che la morale è un fatto personale: se si parlasse invece di onestà intellettuale?».

lunedì 26 settembre 2011

L'attesa


Alla fine aveva deciso di andarci.
Ci aveva girato attorno per anni, era stato abilissimo a evitare qualunque occasione, a cambiare repentinamente argomento, a simulare una vibrazione improvvisa del cellulare pur di guadagnare il tempo necessario, affinché quel punto di domanda si dileguasse.
Dall’altra parte della città o del tavolo di un ristorante, della scrivania, in aula, separati solo da mezzo metro sulla panchina di una fermata d’autobus, lui la evitava.
Ma quella volta non era stato possibile.

L’aveva chiamata lui, di nascosto, dall’ufficio.
Quel numero non era riuscito a cancellarlo. In realtà l’aveva prima trascritto su un post it, un post it rosa, di sua moglie, e poi lo aveva ripiegato facendone un coriandolo minuscolo che, infilato in una piccola crepa della scrivania, sotto la tastiera del computer, era invisibile persino a lui.
E quel minuscolo segreto era rimasto sepolto lì finché non l’aveva rivista, per caso, mentre sceglieva delle frutta al banco del mercato.

Adesso era lì.
Già due inverni fa lei era sul punto di finirla, con l’altro, suo marito, quello che da giovane “figgiccino” pseudo intellettuale si era trasformato in un dentista di grido dedito alle donne –nemmeno sempre belle- e al gioco d’azzardo, e che puzzava di alcol dozzinale e di gomma di profilattico.

Sul vagone della metro Paolo guardava la sua faccia riflessa a intermittenza, assieme all’unico neon semifunzionante, e cercava di ricomporne l’espressione, i tratti di allora, i suoi e quelli di lei.
Avrebbe fatto meglio ad aspettare l’altro treno, li conosceva uno per uno quei convogli, ne sentiva il respiro sin dal fondo del tunnel. Erano così tanti anni che Paolo saliva su quei vagoni, da poter distinguere di ognuno il diverso tocco sulle rotaie, come i pellerossa le gigantesche mandrie di bufali o di cavalli.

Scese a una stazione prima.
Voleva entrare in un bar e con la scusa del caffè andare in bagno. Voleva guardarsi in faccia, stare a un centimetro da se stesso e riflettere ancora un poco.
Ormai aveva detto di sì, fu l’unica constatazione che riuscì a fare con i polsi sotto l’acqua gelata e la saliva latitante in bocca.
L’avrebbe comunque presa alla larga, lei lo avrebbe aspettato lì, al solito posto, e sicuramente si sarebbe messa a spulciare tra i libri delle bancarelle, alla ricerca di qualcosa sullo yoga, di parapsicologia, sulla cucina macrobiotica o gli effetti dello zucchero raffinato sull’organismo.

Mara sarebbe stata lì ad aspettarlo con i capelli bagnati di luce, gli occhi stretti per il sole ancora forte, la vita abbracciata dalla cintura in un cappotto chiaro, mosso dal vento che viene dal mare e che li avrebbe schiaffeggiati a lungo, prima che riprendessero la ragione fuggita via a quel contatto troppo a lungo rimandato, atteso tanto da togliere il fiato.
Quel dirsi ogni cosa per non dire niente, per occupare di parole lo spazio che li aveva separati, non era bastato a tenerli lontani, lei sarebbe stata lì, in piedi, tra le bancarelle, lo sguardo in cerca, i piedi appena alzati sulle punte, negli stivali neri.

Paolo voleva prenderla alle spalle per non lasciarle il tempo di sorprendersi. Perché Mara si sarebbe sorpresa a vederselo venire incontro con quella faccia che si era visto nello specchio e che aveva ben poco della forza e del coraggio che aveva fin lì dimostrato. Una resistenza messa alla prova per una vita intera, per lasciarla al suo migliore amico, perché lei credesse a tutt’altro, per ignorarla a bella posta come una spiacevole love story da dimenticare.

Mancavano soltanto due isolati e avrebbe intravisto il rosso brillante che usava sulla bocca, gli orecchini, dei cerchi larghi in sintonia con i capelli ricci sempre in disordine, con le collane da zingara in contrasto con gli stretti tailleur che indossava per andare al lavoro.
Mancava soltanto un isolato e avrebbe svoltato l’angolo, e lei sarebbe stata lì, in piedi, tra l’azzurro del mare e il marciapiede.

Mancava un isolato e le avrebbe detto tutto.
Avrebbe confessato che sì, l’aveva sempre amata e voluta, aveva domandato di lei a chiunque, sempre con un’aria superficiale e distratta, che sì aveva sposato Giovanna solo perché le somigliava un poco, perché usava il suo stesso profumo, perché aveva la stessa auto, una vecchia Dianne arancione.

Svoltato l’angolo Paolo non la vide, la cercò tra le bancarelle, al bar di fronte, nel panificio prima della frutteria.
Aspettò all’angolo un buon quarto d’ora e alla fine si convinse che Mara non era lì ad aspettare, non l'avrebbe vista nel cappotto chiaro, i capelli bagnati di luce, un paio di libri usati in mano.
Arrivò fino al faro e si accese una sigaretta: forse, aveva aspettato troppo.

giovedì 22 settembre 2011

Rimpatriata


«Ola... sì, ciao amore, sì, dormivo ancora... no, no, no, hai fatto benissimo tesoro.
Sì... sì predo il treno più tardi... mah, pensavo dopo pranzo, con calma...
No, oggi niente scuola, certo... beh non mi sarei mai mossa se non avessi avuto la giornata libera.
Lì, com’è il tempo?
Alice?
Dai coprila bene che poi stasera, dopo scuola, va a danza.
Io sì, tutto bene.
... Ma no, ma no, non abbiamo sbevazzato più di tanto, siamo stati in un locale, quello che ancora resiste, il primo Pub a nascere e l'ultimo a sparire da questa città...
Monica dorme, sì, sì sta qui, dorme ancora.
Sì, partiamo assieme.
Dimmi...
Ma certo che c’erano tutti... anzi no, scusa, mancavano Giuliana, e Titti.
Mah... già tanto che eravamo in venti.
Giuliana è a casa che ha la figlia con gli orecchioni e il marito in volo... sì, è ancora in Alitalia lui, grazie a Dio.
Titti lo sai... mah, lei... lei è sempre stata una così schiva, non ama immergersi nel passato, odia feisbuc e nemmeno ce l’ha... lo sapevo che avrebbe dato forfait, ma sì... io sono felice sì.
Incontrarli tutti assieme è stato emozionante come il giorno della maturità, forse di più.
Paolo? No, Paolo alla fine l’ha lasciata a casa sua moglie... è venuto con l’amante! Ah... ah... ah... credimi tesoro, quel ragazzo è senza vergogna! Ha quasi cinquant’anni e si comporta esattamente come allora, una al mese ed è felice.
Sì, è ancora carino anzi, come dice Anna è un gran figaccio. Ieri è arrivato su una due cavalli d’epoca... da urlo. Sì, ci ho fatto un giretto sul Lungomare, sai che non resisto a certe macchine.
... ma oggi non hai l’incontro con Trovato? Beh tesoro, allora tanta merda! ... Cosa? Ma no, ma stai tranquillo tesoro mio, il progetto è bellissimo e la sua azienda ha bisogno di idee così, di flessibilità delle macchine, possibilità che sia tutto multitasking...
Vai sereno, amore. Chiama mia madre piuttosto, e dille di passare a prendere Alice alle quattro.
Sì, lo so che ci vai tu, ma metti che ritardi, che ti scordi... lo so, lo so, ma con una giornata come questa può anche capitare no?
Guarda... io ho un treno ogni ora, penso che me la prenderò comoda, visto che ci sono, volevo comunque andare a trovare Giuliana e salutarla, poi volevo andare da Lucia.
... come non ti ricordi di Lucia...
quella grassottella tutta pepe... ma sì, la tipa che al matrimonio di Dado ha fatto quel tale casino. Ah, ecco, e certo, come si può dimenticarla?
Ma no, ma stai tranquillo...
Ma che ti viene in mente, ma certo che sono qui con Monica, vuoi che te la passi? Ma stai scherzando? Veramente vuoi parlare con lei?
La sveglio?
Ah... ecco.
Dai non è che ogni volta che capita un’occasione così dobbiamo fare tutta questa manfrina? Ma certo che anch’io sono gelosa... ma... ma sì, ma... ma io non sto dicendo niente, è solo che lo trovo assurdo che dopo più di vent’anni tu abbia ancora problemi con Claudio.
Ma è sposato...
...ma come “che cazzo c’entra”?
C’entra amore mio!, ci sono ancora persone che come noi pensano al matrimonio nel modo giusto e non come un lavoro a tempo determinato... sì, sì, Claudio è uno di quelli, sì, ieri non faceva che mostrare a tutti le foto della piccola Chicca.
Che vuol dire che l’ha chiamata come me... ma no... ma l’ha chiamata come sua madre, Francesca Romana... e va bene, e va bene, come vuoi tu: l’ha chiamata come sua madre perché si chiamasse come me!
Ma certo che a sapere che dovevi fare tutte queste storie non ci sarei venuta!
...ma dai, ma ti prego, dimmi che stai scherzando... se vuoi la sveglio così ci parli! Guarda che mi fai fare una figura di quelle che difficilmente mi riprenderò... allora te la sveglio?
Monica?... Moni?... ah... ti sei ripreso? Meno male tesoro mio che non mi pare carino non aver fiducia in tua moglie. E poi così, davanti a tutti... beh certo che se lo sa Monica poi lo sanno tutti... e sai che prese per il culo?
Ok bambinone mio... sì, ti chiamo appena so quale treno prendo.
Ma sì, dai, tanto chiamerai ancora duecento volte... ti bacio tesoro... ciao, a dopo... ciao amore... sì anch’io, tanto... a dopo, ciao...».

«Sempre così geloso?»
«Lascia perdere... è dotato di sesto senso... »
«Dio mio che bello averti rivista...»
«Riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato... »
«Anni fa sarebbe stato diverso... »
«Anche per me Monica»
«Ma potevi passarmelo no?»
«Baciami e basta, non perdiamo altro tempo...»
«Ti amo Francesca»
«Anch’io piccolina... ».

domenica 18 settembre 2011

Questa, è ancora la ragazza di tutti.

Questa ragazza è di tutti –USA 1966

Tennessee Williams dà a Willie, un’adolescente che arriva in scena in bilico sui binari di una ferrovia abbandonata, il compito di raccontare a un suo coetaneo la storia di Alva, sua sorella, morta di una “malattia di petto” alcuni anni prima.
In origine, “Forbidden”, un lungo flash back riscritto per John Huston, è stato poi trattato da Coppola, Coe e Summer per Sidney Pollak aggiungendo alla storia romantico/drammatica, il tema della grande depressione da Williams appena sfiorato.



La storia è quella di Owen Legate, uno splendido Robert Redford, che arriva nella piccola cittadina di Dodson nei pressi di Menphis per ridurre, fino a chiudere definitivamente, la ferrovia, unica fonte di guadagno per gli abitanti del posto.
Appena sistemato nella pensione - la madre di Alva e Willie, Hazel Star/ Kete Reid, ha trasformato la grande villa in una pensione-, la protagonista, in una sottile vestaglietta azzurra, si presenta al pubblico e al giovane che viene dalla città, facendo un quadro di sé che spaventerebbe chiunque.
Alva, in realtà non è una “sgualdrinella qualunque” come in molti la considerano, vuole solo scappare, andare via da un posto come quello dove una ragazza così– una Natalie Wood bellissima e “in parte”- rischia di essere troppo chiacchierata e, come scopriremo più tardi, cerca disperatamente di sfuggire a sua madre che vuole farla prostituire con l'arma del senso di colpa “Ho sacrificato tutto per te, e ora che ti chiedo di essere solo un po' gentile con qualcuno fai tante storie!”.

Il testo è drammatico come tutte le pieces di Williams che, nato nel 1911 a Columbus è stato l’autore di storie come “Un Tram chiamato desiderio”, “La gatta sul tetto che scotta”, “Lo zoo di vetro”, “Improvvisamente l’estate scorsa”, “Baby Doll”, solo per citare le più conosciute e con forti implicazioni psicoanalitiche e sociali.
L’alcolismo, le nevrosi che nascono dai rapporti familiari, dalla frustrazione di una vita che non si è scelta, sono protagonisti indiscussi di dialoghi costruiti con maestria tra digressioni poetiche e scontri dialettici.
“No Alva, il cielo non è bianco, è azzurro, e questo vagone non andrà da nessuna parte, è su un binario morto, e questo non è talco, è soltanto polvere” dirà Owen per riportare alla realtà Alva che vive in un presente sempre trasfigurato.

Forse perché Tomas diventato poi Tennesse, soffriva di forti crisi di panico, perché era stato deriso dal padre che non trovava il lui la giusta dose di “machismo”, perché aveva una sorella psicotica, la sua penna si riconosce dalle prime battute, dall’atmosfera, da un dramma che è sempre dietro l’angolo nella vita di ognuno, una tragedia che alla fine si dovrà consumare.


Alva, abbandonata dal padre, uomo di cui conserva un ricordo forse non proprio aderente alla realtà, è una donna che offre il proprio corpo come unica moneta di scambio: è la sola che ha.
Ma che cosa c’è di male in questo?
Di male c’è il moralismo di Redford, le chiacchiere di Dodson e di tutti quelli che proprio perché non l’hanno avuta, vogliono distruggerla.
Perché Alva è vergine, ci rassicura Williams durante un dialogo tra la protagonista e la piccola Willie, Alva è pura, è un angelo che qualcuno vuole insozzare.
Se Williams fosse ancora in vita, eviterebbe di porre l’accento su questo aspetto.
Perché il vero perno del dramma, è che Alva non esiste senza gli altri.
Il problema, la “stortura” psicoanalitica di questa “ragazza di tutti” è che non può fare a meno di un uomo, e che va in cerca di un padre che la porti via, come molte donne che allora aspettavano il marito in casa, tra forno e radio e poi tra tivvù e aspirapolvere.

Ma le protagoniste di Williams sono donne dalla personalità ambigua, apparentemente fragili ma in possesso della forza e della consapevolezza che porterà Maggie “la gatta” ad aiutare Brick, un maschio dalla rabbia repressa e dalla rimozione facile, a reagire a suo padre, al fratello e all’odiosa cognata. Le donne di questo grande drammaturgo potrebbero in ogni momento emanciparsi e mandare tutti a quel paese, ma così non è.



Le donne di Williams sono schiacciate dal bigottismo che le vuole madri e mogli condannate a sopperire alla mancanza di virilità del compagno.
Sono loro che, prigioniere di una femminilità stereotipata ma necessaria, si liberano da quella sensualità imposta e fanno il lavoro di entrambi: sollevano l’uomo dall’ubriachezza molesta, dalla mancanza di autocontrollo e di coraggio, mentono e uccidono.

E oggi cos’è cambiato?
Forse qualcosa, ma solo per l’uomo.
Credo che oggi l’uomo si sia liberato dalla paura di non essere più un maschio Alpha e di mostrarsi debole e pieno d’incertezze.
Per noi, invece, non è cambiato nulla, anzi, forti eravamo e forti siamo rimaste, ancora schiave di un corpo perfetto e di una sensualità sempre più esibita e sempre meno naturale, in prima pagina non per il lavoro che ogni giorno siamo costrette a fare - dilaniate tra famiglia e carriera-, ma per la squallida mercificazione del nostro corpo e che, una volta per un matrimonio perfetto e una volta per una marchetta con il Premier, ci fa essere le più clikkate sul web come protagoniste dell’ultimo scandalo sessuale. Con la differenza che oggi, sono sparite dal viso di queste "ragazze di tutti” la tenerezza e la buona fede, la voglia di fuggire da una realtà che ci vuole oggetti, per di renderci finalmente protagoniste della nostra vita.
Oggi, si vive non solo una quieta rassegnazione al ruolo di "sgualdrinelle” ma si arriva addirittura ad esaltarlo, come se un abito di Prada fosse la sola aspirazione di una bella donna.
Per fortuna non è così per molte.
Per fortuna, per andare a Memphis, e da sole, c'è più di un treno.