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domenica 21 luglio 2013

Una meta ideale

Ho visto troppe persone lasciare questa forma terrena dopo aver saldato l’ultima rata del mutuo, una volta realizzato l’unico sogno che avevano in mente e senza averne goduto neanche per un giorno, in luna di miele –perché la vita è un po’ puttana e molto stronza-, durante uno splendido e costoso viaggio al di là dell’equatore.
Chiamiamolo pure fatalismo, e non illudiamoci neppure per un attimo di poterlo dominare con la legge di causalità. L’occidente in cui viviamo è troppo caotico per permetterci di leggere le trame che il futuro ci riserva, e non si diventa saggi in un battito di mani.
È perciò che non ho mai messo tende da nessuna parte, né le ho mai piantate in un giardino. Nemmeno nella casa dove mi atteggiavo a moglie perfetta ho mai messo tende alle finestre. Per un presentimento, forse, per una volontà segreta, una reminiscenza, più probabilmente per un desiderio realizzato soltanto a metà: essere la stella del trapezio in un circo alla fine del mondo e poco prima dell’universo.
Forse non ho mai messo le tende per non doverle togliere. Perché se salgo su una scala, so che cadrò facilmente, perché ho perso anni della mia vita con il ferro da stiro in mano. Per un atto di ribellione al tempo che passa mentre io sono impegnata a scegliere le tende più giuste.
Non ho mai messo tende, perché aria e luce possano circolare liberamente, perché nessun assassino ci si possa nascondere dietro con un lungo coltello tra le mani.  Forse, non le ho mai messe perché mancano ogni volta i bastoni e non saprei nemmeno in base a cosa sceglierli. Perché dovrei prendere le misure mettendomi a una certa distanza e non è una facile, prima dovrei inforcare gli occhiali, e trovarli è già un’impresa.
Persino ricordarle, le dimensioni di una tenda, è un’impresa titanica per me, anche andando a grandi linee e per misure standard; (come per i sacchetti della spazzatura o per le lenzuola che devo sempre andare a cambiare). È difficile come calcolare la distanza tra il punto “x” e il punto “y”, una distanza che misuro in passi, ma che scordo un attimo dopo aver superato il traguardo o raggiunto la meta.
Mettere tende è per me difficile quanto imparare la geografia, io che non so tracciare il mio confine più prossimo e non conosco il nome del mare dove scompare la terra che calpesto -o dove nasce-, non posso comprare tende.
Forse perché i miei passi sono mossi dalla necessità di sentire più che di vedere. Perché ho la bussola rotta e non ricordo mai quale sia la stella da seguire.
Eppure non ho mai avuto bisogno di cartine, non le so leggere, volano via, si strappano, si macchiano. Così, le strade che percorro sono spesso soltanto un’opportunità da seguire, un incrocio di sguardi da ricordare e di odori, quello pungente e scuro della muffa annidata in un sottoscala, di un soffritto di cipolle che nella mia mente sa già di arrosto, di domenica e di famiglia. Quasi sempre un odore di nostalgia pungente. Una domenica che sa d’impossibile concordia familiare.
Le strade in cui mi perdo hanno luci e silenzi, una statua votiva piena di fiori freschi, o un carretto con sopra gerani rosso sangue disposti casualmente.
Sono voci lontane quelle che seguo per le vie sconosciute del mondo, ricordi in bianco e nero, che dalle vetrine di un vecchio negozio di articoli da regalo mi guardano da cornici sobrie o costose, dagherrotipi di un vecchio zio della proprietaria che, nella bottega, colleziona storie e cianfrusaglie.
Eppure, perfino a Denpasar sono riuscita a non perdermi. In una periferia fatta di strade tutte uguali e dai nomi impossibili, tra negozi identici e che esponevano gli stessi souvenir, ho camminato per delle ore per tornare, puntuale, lì dove ero partita. Ho seguito pozzanghere e fango, il gracidio assordante delle rane e il passo degli altri che, come me, andavano “jalan jalan”. E “camminando camminando”, e strada dopo strada non trovo mai tende da piantare, mai case veramente giuste, mai un punto di arrivo.
Tutta la mia vita può stare in un borsone.
Davanti al mondo degli adulti, che ancora mi respinge così pieno di problemi e sofferenze ingiuste, penso che se tutto andrà per il verso sbagliato, arriverò a piedi al polo nord con una sacca in spalla. Non c’è un perché in questo pensiero che di notte mi salva dalla paura infantile di una morte ingiusta o prematura. È un’uscita di sicurezza, uno “dove” possibile, verso cui incamminarmi comunque vada, in caso non riuscissi a trovare tende da piantare.

venerdì 12 luglio 2013

Il ragazzo del Forte Prenestino

Barbara mi chiamò che erano le tre del mattino.
«La Pergola ha grossi problemi tecnici, cazzo!, cerca di fare qualcosa, cazzo!, Judith Malina ha dieci giorni liberi e non sa dove andare, cazzo!, fai qualcosa e sbrigati!», e riagganciò senza lasciarmi il tempo di emettere un fiato.
Mi rimisi a letto mentre lui (un lui, purtroppo, c’è sempre stato nella mia vita) continuava beatamente a russare. Pensai che “Barbie” avesse avuto una visione notturna o, più realisticamente, che fosse ubriaca. Così mi rimisi giù certa che il giorno dopo, verso le due del pomeriggio, all’ora della sveglia degli attori, mi avrebbe richiamata per scusarsi.
Invece, alle tre del pomeriggio, squillò potente il telefono di casa di marca Bell. «Cazzo!, allora?» era ancora lei, nervosissima. «No problem» le dissi con una calma esagerata per quella situazione che avrebbe richiesto, invece, una sana preoccupazione. «Entro stasera ti faccio sapere». Riagganciai e mi misi a passeggiare per la terrazza, unico spazio ampio che il miniappartamento sulla Cassia offriva.
In un’epoca in cui il web ancora non esisteva, trovare una soluzione a un problema così, richiedeva un vero colpo di genio o un’agenda piena di numeri utili.
A: Antonio, figlio di puttana, Alberto, grandissimo vigliacco, Anna, lasciamo stare, Antonella, la devo chiamare, Annalisa, prima o poi le metterò le mani addosso... Zeno... tecnico delle luci.
Niente.
Dalla “A” alla “Z”, la mia rubrica era un pieno di ex fidanzati e false amiche, ma un deserto di soluzioni.
Riuscire a piazzare Malina e il Living Theatre avrebbe rappresentato un goal pazzesco per un’attrice squattrinata, sconosciuta e al momento senza l’ombra di un lavoro. Soprattutto, quel favore immenso a Barbara, poteva preludere a importanti inviti a cena nella sua splendida casa in centro, sempre piena di registi e produttori. Organizzare, cercare e prenotare alberghi, e soprattutto avere accesso alle prove di quella storica compagnia, era il non plus ultra in quel momento di magra, con “lui” che, in sovraprezzo, preso da depressione da inattività, stava sul letto impegnato dalla mattina alla sera a nascondermi giornaletti porno e tutto il suo desiderio di tradirmi.

Ma la soluzione mi cadde sotto gli occhi mentre scorrevo di nuovo l’agenda e la lettera “D”. Davide.
Dio mio come lo trattavo male quel ragazzo e il suo vespone. Credo che il Buddha stesso, se mai arriverò a parlargli di persona e nonostante abbia i calli ossei alle ginocchia (per le preghiere non per altro), non potrà mai essere clemente con me per ciò che gli combinai quella volta. Perché sì, all’epoca avevo l’abitudine di servirmi degli uomini che mi amavano, per abbandonarli poi un po’ dove capitava e senza tante spiegazioni. Grazie al cielo nessuno di loro è mai venuto sotto casa a domandarmele, le spiegazioni, ma certamente ho lasciato dietro di me qualche malumore e pessime cause manifeste.
Alle sei in punto del pomeriggio, Davide era sotto casa.
«Ti porto in questo centro sociale appena occupato, in cambio voglio soltanto che tu diriga una performance sugli orrori della guerra in Bosnia... » e continuando a raccontarmi di chi voleva coinvolgere, di come aveva ideato l’iniziativa, e di quanto fosse innamorato di me, arrivammo sulla Prenestina.

Era primavera, e il Centro non era che una baracca disorganizzata e piena di erbacce. Un grande cancello col lenzuolo bianco con la scritta “Centro occupato” era l’unica forma di vita umana visibile all’orizzonte.
I capi, ragazzi e ragazze con chiodo e capelli lunghi, accolsero con entusiasmo la mia proposta mettendomi subito una scopa in mano. Io e Davide spazzammo assieme a loro finché a notte fonda, e passandoci qualcosa da fumare, ci accordammo per la settimana seguente con l’apertura del centro sociale al vecchio, significativo e super politicizzato mondo del Living Theatre.
Con tremila lire, centinaia di persone avrebbero avuto accesso allo spettacolo, della durata di circa quattro ore, a un panino con salsiccia e a un bicchiere di vino. Da Marketing manager in erba e novella esperta in comunicazione, girai con Davide tutte le università romane distribuendo volantini. Con Davide non dormii che quattro ore per notte, quelle rosicchiate alla frenetica e complicatissima ricerca di alberghi convenienti e abbastanza capienti per la Compagnia al completo che, salva da un buco lavorativo di dieci giorni, ci aveva concesso l’onore di assistere alle prove. Con Davide iniziai a buttar giù un’idea per la sua performance e mangiai i pranzi che lui stesso preparava.

La sera della prima mi misero a far panini. Accanto al fuoco il vino scorreva a fiumi, di tanto in tanto scostavo l’immenso telone nero messo all’ingresso del capannone spoglio, e guardavo svelarsi sotto i miei occhi, la magia del Teatro. Un uomo vestito da soldato stava immobile al centro della scena completamente spoglia e potentemente illuminata da fari bianchi. Passarono tre minuti, poi cinque, poi otto, poi dieci interminabili minuti di silenzio e inazione. Allora, il silenzio si fece dapprima brusio indistinto, poi mormorio di protesta e infine, flebile ma armonioso, il fischio continuo di uno spettatore si fece due, poi cinque, poi trenta, poi cinquanta, poi duecento fischi intonati, che come un’onda divenne melodia. Allora, a vent’anni, potevo anche essere certa, guardando quella performance, che sarebbe stato semplicissimo cambiare il mondo tutti assieme. Semplice come trovare uno spazio giusto per il Living Theatre e riempirlo in soli cinque giorni.
Toccai il culmine della felicità, quando Barbara mi abbracciò con uno sguardo pieno di riconoscenza e appena velato da un dubbio per quella che lei definiva, cocciutamente e per partito preso, la mia ilare stupidità.

Lì davanti al fuoco, Davide mi guardava con sospetto mentre io, con simpatia, guardavo un ragazzo moro dai capelli corti e ricci che da un’ora non faceva che sorridermi, passandomi fette di pane abbrustolito. Lì davanti al fuoco e con un bicchiere di vino rosso tra le mani, dimenticai il mio “lui”, che nemmeno si era degnato di venire a vedere lo spettacolo, per abbandonarmi al ragazzo del Forte Prenestino, prestato per una sera ai compagni della ex SNIA, per far servizio d’ordine.
Davide mi vide andare verso una zona oscura mano nella mano col ragazzo appena conosciuto. Lì sulla Prenestina, in quella zona franca che sembrava parte di una città appena bombardata, tra i ruderi della ex fabbrica e i cocci di bottiglia, io e il ragazzo del Forte facemmo l’amore fino all’alba. Ricordo che era alto e magro, che aveva occhi neri e un bel naso importante, dritto e sottile. Nel buio di quella notte senza luna, risplendevano i suoi denti che le labbra carnose scoprivano quando mi sussurravano parole d’amore. Invece era con lui, era col mio fedele amico che avrei dovuto fare l’amore quella notte, era a Davide che dovevo qualcosa per avermi portata in giro per una settimana intera in groppa al suo vespone. Ma la vita è ingiusta, e l’amore, anche quello di una notte sola, colpisce a caso con le sue frecce imbevute nell’egoismo.
Se mai Davide passerà da qui, saprà almeno che non l’ho dimenticato, che ancora penso al suo sguardo triste illuminato dal fuoco e dalla fiamma corrosiva del desiderio vano.



mercoledì 10 luglio 2013

Justine 2.0 -dicono di lei e di me



Justine 2.0 è uscito il 13 Giugno per INK  Edizioni  http://www.inkedizioni.com/justine-2-0/ neonata e coraggiosa casa Editrice diretta da Francesco Bogliari e la sua trentennale esperienza. Il Romanzo, che potete acquistare su Amazon, IBS e Feltrinelli on line si trova anche nelle seguenti librerie http://www.bibolotty.blogspot.it/2013/06/justine-20-ink-edizioni-punti-vendita.html 

NOTE DI COPERTINA

"Elena Bibolotti ha lavorato a questo libro per anni. Senza narcisismi. Senza fretta. Con dolore, ripensamenti, attese, tempi che rimangono sospesi. Ha cercato di raccontare l'erotismo guardandolo da lontano e con distacco. Ha cercato di negare il distacco amando i suoi personaggi. Ha abbandonato la scrittura compiaciuta per ferirsi il più possibile con righe autentiche e vere. Il risultato è frutto di strati di coscienza, di letteratura che ama se stessa e cerca di amare il mondo attraverso le parole. È raro tanto rispetto per la scrittura e tanto rispetto per un proprio testo. Ed è per questo motivo che Justine 2.0 non sarà mai un libro come gli altri. E merita attenzione". Roberto Cotroneo




"Elena Bibolotti ha la rara capacità di trattare il tema erotico rispettando l'immaginario femminile e andando a fondo di tematiche scabrose con la visione originale - trattata seriamente da pochissime autrici (penso a Helena Jelinek e Catherine Millet) - che appartiene al sentire delle donne. Il risultato è una scrittura ferma e dolorosa che graffia e, a tratti, sconvolge il lettore/lettrice per la verità fisica e insieme sentimentale raggiunta". Sandra Petrignani



RECENSIONI

UN LIBRO IN UN MINUTO (di Mariablu Scaringella) https://www.youtube.com/watch?v=WYJwF-uWYNs


"Non ci sono miliardari belli, alti e biondi che si trastullano in camere dei giochi, ma un rapporto di master/slave di totale sottomissione e devozione, stretto come con un cinghia i cui fori si trovano prima di tutto nella mente di Justine. Tra ricerca di denaro e di indipendenza, si corre verso un finale dalle molteplici sorprese. Per arrivare alla conclusione che il cuore, in fondo, è soltanto un muscolo. E che, anche l'eros, lo si può raccontare senza lasciare da parte la letteratura". 
Massimo Longoni TGGcom (3-07-2013)

"Infatti la Bibolotti, come la sua Teresa, colpisce più per un certo candore che perché abbia atteggiamenti da viziosa. È  piccola e graziosa, con un visetto Anni ‘30 coronato di riccioli neri e due occhi come carboni ardenti. È colta e affettuosa. Ha fatto l’attrice, con buoni studi accademici alle spalle e buoni risultati. Ma poi si è sentita più a suo agio in mezzo alla letteratura. Ed eccola qui. Con questo romanzo di cui ho scritto (sempre in quarta di copertina e tanto vale che mi citi testuale): «Bibolotti ha la rara capacità di trattare il tema erotico rispettando l’immaginario femminile e andando a fondo di tematiche scabrose con la visione originale – trattata seriamente da pochissime autrici (penso a Elfriede Jelinek e Catherine Millet) – che appartiene al sentire delle donne. Il risultato è una scrittura ferma e dolorosa che graffia e, a tratti, sconvolge il lettore….». 
Sandra Petrignani "Succede Oggi" (4-07-2013)

“Il sesso ai tempi di Internet. Nella versione 2.0, un termine utilizzato per rappresentare l’evoluzione della rete che permette un elevato livello di interazione tra il sito web e l’utente con i blog, i forum, i social network.

Modalità e spazi che la protagonista di ”Justine 2.0 Il cuore è soltanto un muscolo” di Elena Bibolotti edito da Ink, impara a conoscere e utilizzare molto bene per soddisfare il suo bisogno di amore e di denaro. Un romanzo  erotico contemporaneo che si ispira al romanzo libertino del ‘700, con tutti gli ingredienti di narrativa e sadismo. Ma se il cuore è solamente un muscolo, allora a cosa serve l’amore?” Elisabetta Rossi "Italia Magazine" (21-06-2013)

"Non aspettatevi prima volte romantiche nelle quale i due protagonisti giungono insieme al culmine del piacere o poggiano labbra frementi sul fiore non colto. Qui le prime volte non sono rosa, ma sono color ruggine, bistrate di rimmel e rossetto sfatti dalla passione, scudisciate da un bisogno impellente di colmare un vuoto a colpi di pienezza". 
Emanuela Cerri "Pianeta Donna" (8-07-2013)



L.M. Lettere Magazine
"Perdersi nella rete, dentro e fuori, per poi ricomporsi con se stessi. 7 giorni di viaggio, di su e giù interiori, di ricordi e speranze, anche tradite. Come il fulmine che uccide, salvando, la Justine settecentesca, qui è un colloquio di lavoro, ormai insperato, il deus ex machina che infonde nuova vita all’eroina, ora capace anche di radunare il suo passato – il guscio che si portava appresso – in un unico fardello destinato al rogo, a una nuvola di fumo, ché i ricordi, i frammenti di vissuto veri, quelli abiteranno sempre sottopelle, incisi e arrotolati nella carne, anche senza segni tangibili a ospitarli"



CRITICA LETTERARIA. ORG Ottobre 2013
"Justine 2.0 - Il cuore è soltanto un muscolo non mancherà di sorprendere chi suole identificare la letteratura erotica con i volumi dalle copertine ammiccanti che invadono la sezione “best seller” di ogni libreria. La sua giovane autrice si tiene lontana dalle pseudotrasgressioni spacciate da molti scrittori come necessarie per rompere l'opprimente muro di conformismo e puntualmente rivelatisi, agli occhi di ogni lettore minimamente smaliziato, come meno nobili tentativi di conquistare le vette delle classifiche facendo leva sulle pruderie di chi, peraltro, in quel conformismo ci sguazza appieno e ne interiorizza tabù e resistenze. Elena Bibolotti costruisce una narrazione equilibrata dove gli ingredienti marcatamente erotici non sono, o in ogni caso non sono soltanto, ami disseminati qua e là per adescare il lettore e indurlo all'acquisto del libro."

INTERVISTA: GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO Ottobre 2013

PUGLIA IN Ottobre 2013
"E' la storia di un amore estremo, che non ha nulla a che vedere con le “sfumature” della signora James. In questo romanzo c'è uno sfondo di grottesco come la società che vede la protagonista, Justine, o meglio, Justine 2.0 per il web, e di nero come l'eyeliner che disegna i suoi occhi, profondi e tristi".
http://www.pugliain.net/eventi/2515-cuore-muscolo

INFORMARE PER RESISTERE Ottobre 2013
http://www.informarexresistere.fr/2013/09/18/justine-2-0-il-nuovo-libro-di-elena-bibolotti/
"In ultima analisi Justine 2.0 può essere visto come un buon esempio dei risultati interessanti che l’editoria italiana potrebbe ottenere se solo si prendesse il fastidio di coltivare un po’ di più i talenti di casa nostra. E speriamo che, almeno in questo caso, non si lasci sfuggire l’occasione e dia all’autrice la possibilità di continuare a crescere. La storia di Justine è solo un inizio e, francamente, mi piacerebbe molto leggere il resto".

TWEET INTERVISTA Dicembre 2013

BISCEGLIE 24 Luglio 2014 
http://bisceglie24.it/presentato-justine-2-0-un-romanzo-a-forti-tinte-erotiche-senza-moralismi-ma-con-moralita/
"Il libro della Bibolotti, affrontando una tematica controversa, sviluppa un’attenta analisi sociale e psicologica che non mancherà di stupire il lettore per la sua lucidità ed attualità".

INTERVISTA di Micaela Ferrara
https://www.youtube.com/watch?v=gmSdu7f7dQM&feature=youtu.be



Nota dell’autrice
Potrei scrivere che questa è una storia di pura invenzione così come fatti e personaggi narrati, che
qualunque allusione ad avvenimenti o persone è puramente casuale. Ma non lo farò, assumendomene ogni responsa- bilità. Perché fino a quando ci saranno donne costrette a inginocchiarsi davanti a un uomo per ottenere un contratto di lavoro, vorrà dire che la questione morale non sarà risolta e che l’uomo, abusa del proprio potere ogni volta che può. L’abuso non è mai amore estremo, ma fare del corpo di una donna merce di scambio. 































Su Donna Moderna citata tra i colossi dell'Editoria




Ho deciso di acquistare questo libro in meno di un secondo per un semplice motivo: volevo sapere se l’unico modo di parlare di sadomaso nella letteratura moderna è quello affrontato dalla famosa serie delle cinquanta sfumature, oppure se era possibile farlo in una maniera più seria e realistica. Ovvero partendo da ciò che l’s/m è: una passione, una condizione mentale che va ben al di là di ciò che si fa ma da come lo si affronta.
Incuriosito anche dall’ovvio (per chi conosce la letteratura di questo genere non può ignorare il parallelo con la Justine di sadiana memoria) richiamo al romanzo del Marchese De Sade, mi son detto che dovevo leggerlo per forza.
Il fatto poi che fosse scritto da una donna di una intelligenza, curiosità e schiettezza sublime hanno solo catalizzato la mia voglia di leggerlo.
Elena Bibolotti (su twitter @Bibolotty) accompagna tranquillamente il lettore per tutta la durata del romanzo”
.
http://bromarock.wordpress.com/2013/07/17/justine-2-0-il-cuore-e-soltanto-un-muscolo/



"La lettura superficiale porrebbe questa sequenza di sesso, rapporti particolari, esperienze border-line, nell'ambito della letteratura erotica: invece credo che sia letteratura tout-court proprio perchè Elena riesce con la sua scrittura a descrivere l'evoluzione di Justine  come risultato di esperienze che - in modo forte - servono a togliere ciò che è in eccesso"
 http://laforzadegliaquiloni.blogspot.it/2013/07/justine-20.html




sabato 6 luglio 2013

Spanking

Era il passo principale e lui lo sapeva. L’avamposto “Vanilla” a certe pratiche oscure e perverse, che soltanto a pensarle si sentiva avvampare, roba di cui al momento chiacchieravano in molti e in molti sembravano esperti, anche se, personalmente, non aveva afferrato ancora il senso di tutti quei codici e termini da dizionario.
Una cosa però gli era chiara: la paura fottuta per quella specie di animaletto furente di passione e desideri inconsueti, che da un bel po’ gli girava attorno, ma pensava anche –o si obbligava a farlo- che se gli era capitata per le mani con tanto entusiasmo e così casualmente, lasciar stare equivaleva a dare un calcio alla fortuna.
È roba che si vede anche nei filmetti di serie zeta, si diceva, non ci vuole tutta questa maestria, pensava lisciandosi la barba e guardando ciò che di lei aveva trovato in rete, ossia una quantità imbarazzante di poesiole sgrammaticate e foto, in perizoma volgari, che la ritraevano (a volte assai sfuocata) in mille posizioni diverse. Fotografarsi di schiena per mostrarsi a un pubblico di sconosciuti significa già qualcosa, pensava. Però, l’espressione uguale a quella di tante altre ritratte alla stessa maniera e ormai convinte che bastava rendersi disponibili per essere irrinunciabili, gli faceva venire una gran voglia di punirla. Che lei avesse soltanto ventitré anni, invece, era un ostacolo.
Che cosa avrebbe dovuto fare per liberarsene, dopo? Che cosa recitare –in tono drammatico- per togliersela di dosso e ritornare al proprio noioso, ma assai più rassicurante, menage coniugale?
Ma era così evidente il segno del destino, così inconsueta la sua uscita senza moglie e l’incontro con quella furia di donna, annoiata e immusonita, che proprio non se la sentiva di dirle addio. Non dopo due mesi di relazione elettronica e scambi di roba sconcia. Non dopo tanti sogni e proiezioni così efficaci, almeno nei movimenti sotto il suo pantalone, che lo costringevano alla scrivania anche durante la pausa pranzo.


L’appuntamento sarebbe stato per l’indomani alle diciotto in via dei Giubbonari, in un piccolo appartamento che il suo capo usava come pied a terre, e che lui aveva trovato il coraggio di domandargli in prestito.
E adesso stava davanti al PC come un cretino, domandandosi se fosse veramente il caso di premere il tasto “invio” e lanciarsi in quella sordida storia, oppure infilare la mail nel cestino e dimenticare per sempre la possibile avventura.
Da buon esperto in ingegneria meccanica, da buon padre di famiglia che gestisce i conti di tutti evitando eccessi, da analista finanziario dei propri investimenti, l’uomo pensava che per una buona sculacciata ci volessero soltanto un bel paio di chiappe –possibilmente piene e sode- e la propria mano ben aperta.
Non le aveva nemmeno cercate, in rete, certe cose.  Non immaginava che per farlo bisognasse studiare, che ci fossero strumenti adatti, che si filosofeggiasse sull’impugnatura, il suono che ognuno di essi produceva e sul tipo di risultato da ottenere, di rossore e di segno da lasciare, di punti esatti da colpire, di pause da allungare e parole da usare.
Per lui, sculacciata voleva dire una tizia da tenere sulle sue ginocchia col culo bene in vista -anche sulla spalliera del divano andava bene- con le mutandine abbassate sulle cosce -o fino alle caviglie- pronta a prenderle di santa ragione. Che ne sapeva lui dei novelli cultori degli strumenti e della mano aperta, che su E- bay si vendessero spazzole adatte e strumenti d’epoca, originali o riprodotti. Non aveva mai sentito parlare di “Cane” o “Paddle” o “Tawse”, conosceva il battipanni di sua nonna con il manico di cuoio e la cintura che portava ai pantaloni.

Quel gesto così consueto, che usava con sua moglie giusto per eccitarsi un po’ durante quel su e giù poco entusiasmante e ormai solo mensile, e che gli costava una fatica immensa da pillola blu, non era che un buon riscaldamento, e nient’altro. Non era mai andato oltre. Ovvio che quel tremolio di carne lo eccitava mortalmente: l’arrossamento procurato dallo schiaffo sulla pelle chiara, il suono, normalmente secco e brillante, ma anche più scuro, secondo la posizione di mano e dita, se usate di palmo o di dorso, di sguincio o a mano piena, con slancio o da vicino. L’eccitazione si accendeva immediatamente anche solo all’idea d’infliggere una punizione dal sapore paterno e per cui sempre giusta, indiscutibile e sempre ben accolta, perfino da una ribelle come sua moglie -per non parlare della ventenne rossa con Edipo massiccio.
Prendere in esame solo una parte del corpo, quello che aveva immediatamente sotto gli occhi, pronto ad accogliere il colpo, ma un po’ teso, gli faceva salire l’acquolina in bocca. Come un regista con cinepresa poteva allargare o stringere l’inquadratura fino a vederne anche le imperfezioni, di quel culo, un foruncolo amabilmente sensuale e umano, la pelle, lucida di olio o sudore, che brilla sotto una luce piena ma anche nella semioscurità. Poteva usare anche il grandangolo, se necessario, affinché quella porzione di corpo diventasse un corpo infinito, ma anche infinite porzioni di corpo. Un numero incalcolabile di culi rotondi, tutti a sua disposizione, utili a trasformare il piacere dello sguardo in flussi sanguigni più forti sotto la cintura e ridurre il tutto a un unico concetto, a un’idea semplice e in perfetto accordo con il proprio cazzo.

L’uomo fece ancora un paio di giri sul blog della ragazza e infine cestinò la mail. Riguardandola, sfacciata e così evidentemente disponibile, l’aveva trovata arrogante e un tantino stupida. Uguale a tutte le altre in quel darsi trasgressivo e falsamente irruento.
Fosse stato lui o un altro, per lei sarebbe stato lo stesso, pensava, gliel’avevano detto lo sguardo di lei al suo polso e al Patek Philippe ereditato dal padre, alle scarpe fatte a mano per il proprio piede fuori misura, all’auto, la sua vecchia Jaguar “E”, sulla quale avevano fatto assurdi progetti di viaggio, a soltanto a un paio d’ore di distanza dal party e da quell’incontro casuale.
Meglio lasciar perdere, si era detto spegnando il computer. Meglio lasciar stare, si era ripetuto dando la solita doppia mandata alla porta blindata del suo studio.