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venerdì 31 gennaio 2014

Deriva #47 #derivaditwitter: Il tuit del vicino mi fa ombra.

È chiaro che ognuno fa ciò che vuole, e ribadirlo ogni volta che esce una nuova #deriva non fa che confermarmi una certa mancanza di argomenti e, sempre più spesso, anche di vocaboli. Che nel pan di Spagna ci si possa anche inzuppare del bourbon è fuori di dubbio. Ma ogni ingrediente vuole la sua giusta dose e la sua ricetta così come ogni social ha le sue regole. Twitter non è FB, e se anche non ve ne farete una ragione, io sono sempre liberissima di non seguirvi. Come voi di non leggermi.
Se siamo a posto con le banalità vi invito a leggermi solo se vi interessa capire il mio punto di vista che, lo dico ancora una volta: non pretende essere altro.
Tuitter è il tapis roulant dei nostri attimi, scrissi mesi fa su un’altra #deriva. Ciò significa che la TL scorre, e anche velocemente.
Non è una HOME ferma nel tempo che qualcuno si prende la briga di venire a visitare. Sulla Home di Tw appaiono per lo più interazioni, e talvolta arrivare ai tuit è un viaggio negli inferi delle emoticon. Passiamo molto tempo più sulla TL (Time line) dove leggiamo interazioni e litigi, amori che nascono e pessimi maestri, mentre su #FB stazioniamo sulla nostra Home facendo poi rapide scorrerie sulla bacheca a leggere ciò che gli altri scrivono e commentarli.
Su Tw, al contrario che su #FB, se non sei Stephen King non puoi permetterti di non interagire. Se ti limiti a “seguire” qualcuno, senza “esserci”, commentare o rituittare, mi domando perché un utente con molti fan dovrebbe seguire proprio te, anche se non hai alcuna peculiarità interessante. O per lo meno non la mostri. Ma questa è la presunzione che ormai contraddistingue il 2.0, cioè la nostra epoca, e che fa di ognuno di noi un genio indiscusso. Troppo spesso ignorato, solo a causa della cecità altrui.
Perché se siamo tutti speciali dobbiamo anche essere in grado di farci notare, e senza necessariamente insultare. È complicato, lo so, ma ci si arriva.


Dal 1° gennaio 2014 ho “bannato” dalla mia esistenza le polemiche. Mi fanno perdere tempo, sono inutili, danno di me un’immagine indecente. Ma sono comunque libera di dissentire, defollouando, senza dover necessariamente discutere, lasciando che lo facciano gli altri, alle mie spalle, credendo di non essere letti, come il gattino che nasconde solo la testa e crede di essere invisibile.
Ci sono poche cose che mi fanno partire il defollou. I retweet di frasi banali, fatti per lo più per piaggeria o gratitudine (tu retuitti me io retuitto te), le battute sessiste spesso, purtroppo, digitate proprio da donne (cagna, puttana, troia, bagascia, zoccola), e il continuo giudizio verso gli altri, frasi in prima persona singolare che suonano un po’ come “io sò io e voi nun sete un cazzo”, tuittate da chi dubito lascerà un segno nella storia, come me intediamoci, che però evito di indirizzare il mio diro inquisitore verso “la gente” dicendo loro come comportarsi o vestirsi. Cerco sempre di includermi e mai di giudicare dall’alto. Non ho l’autorità per farlo, né l’indole.
Così, defollouo, e basta. E nemmeno mi permetto di dare consigli editoriali o di self marketing, non richiesti. Soprattutto se ho appena pubblicato il mio primo romanzo, che potrebbe comunque essere l’ultimo.
Ho la sensazione che il linguaggio per molti sia solo un mezzo. Che in tanti, fermi al semaforo, scrivano frasette d’amore, per poi urlare “vaffanculo”, e con tanto di bava alla bocca, al primo che gli taglia la strada. Per me non c’è differenza tra forma e contenuto. E non ci sono battute che tengano.
Non possiamo indignarci sui social ogni qual volta una donna viene uccisa, e poi, due giorni dopo, chiamare “cagna” l’altra, una qualunque, quella che ha appena pubblicato un autoscatto che ci ha fatto salire una botta di invidia. Se ciò accade, significa che esiste una chiara contraddizione tra un’esistenza on line in cui ci vestiamo di carità e umanità, e una vita off line dove i pregiudizi sul prossimo incarnano la verità, la nostra, sempre parziale ma che costituisce il vero vivere sociale. E quella verità, presto o tardi, si rivelerà anche sui social.

Fino a pochi mesi fa si ottenevano anche settanta retweet. Per ottenerli oggi devi essere una vera tweetstar.
Il Retweet di un bel post arricchisce la nostra Home. Ma per la maggior parte dei tuitteri sposta l’attenzione su qualcun altro. Fa ombra al nostro talento. La soluzione c’è: scrivere bei tuit e senza copiarli.
Nella vita si può scegliere se innalzarsi denigrando il migliore, o fare di più, e superarlo.
Ma come mi ha giustamente appena risposto su #FB un saggio musicista, grande pianista e compositore, Amedeo Tommasi, si può anche decidere di consolidarsi e capire che al mondo c’è posto per tutti.
Ma alla fine, ed è triste, come mi fa notare @MicheleCiotti (le mie derive le scrivo “live”, gettando un occhio alla TL) ci vuole umiltà per riconoscere la superiorità altrui, e se non ci si può misurare nelle azioni si prova a denigrarli a parole.


E così mi riaggancio al discorso iniziale: se seguiamo un utente dobbiamo farlo solo se ci piace, se ci arricchisce in qualche modo, se il tizio in questione ha un blog che ci interessa, se posta belle foto o pubblica notizie interessanti. L’obbligo al follou back non ha senso.
Perché se mi segui solo perché io ti restituisca il favore, allora non mi rituitterai, né verrai a leggere il mio Blog, una delle ragioni per cui sto sui social. Perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, per giudicare qualcuno “un amico” ci vuole ben altro che qualche DM. Tanto più su #Twitter dove il 90% degli utenti sono anonimi.
Allora, caro sconosciuto, se mi segui per primo e io ti do il follouback non mi dare il “Benvenuto”, perché potrei defollouarti al primo tuit sconveniente. Twitter non è “per sempre”.
E l’unico modo per dire “mi piace” a qualcuno è il retweet, che ormai, come ha digitato @RobertoRenga, è una malattia rara, quella dei generosi, di chi non ha paura di dare spazio agli altri.

venerdì 24 gennaio 2014

Deriva #46 #derivadellaseduzione: Gelosia 2.0


Fino a una settimana fa, quando inviavamo “Selfie” porno a mezza TL, nemmeno ce ne ricordavamo del nostro super uomo in tuta di acetato. Stavamo tranquille, impigrite nella nostra relazione stabile, più che altro granitica, finché non lo abbiamo sorpreso alle tre del mattino, di venerdì sera, illuminato dal monitor, con l’espressione colpevole e la mano molto lontana dal mouse.
Solo in quel momento il nostro "tesoro" ha smesso tutti i nomignoli possibili, compreso quello del gattone di casa, per riprendere il proprio nome di battesimo, severo e rispettabile.
E dopo un allarmato “... Che cosa stai facendo?”, nella perfetta mogliettina digitale, che fino a tre minuti prima chattava con l’amante trentenne, nasce il sospetto che, dall’altra parte del monitor, donne bellissime abbiamo deciso di “rubarle” il maschio.
Ma la gelosia, che sia preventiva, competitiva o motivata dal passato, non è mai immaginaria, ma sempre inutile. E ve lo garantisce una cornuta DOC.
Il tradimento è un’ansia montante che nasce da microscopici indizi, come nominare troppo spesso una persona e le sue peculiarità, una certa svogliatezza a letto, o appunto, sorprenderlo in chat alle tre del mattino. La gelosia è un presentimento chiaro che non vuole prove, che basta a se stessa, che urla per essere ascoltata.
Perché le corna fanno rumore, sempre.
Il cellulare poggiato sul tavolo, ma con il display faccia in giù è un pessimo segno.
Il cellulare sempre nel taschino anche.
Password inviolabili sul computer di casa non ne parliamo.


Se in India, come afferma la divorzista Mrinalini Deshmuk, stare su Facebook mina la solidità dei matrimoni più che stare a guardare un porno, in Italia la storia non è così diversa. Le donne italiane però, al contrario di quelle indiane, non si limitano a richiedere il divorzio perché il marito ha omesso di inserire il nome della sposa sulle info, e dopo aver intentato causa, arrivano al divorzio nel 60% dei casi anziché alla riappacificazione, come succede alle sorelle indiane, ghettizzate da una società che non vede di buon occhio la donna divorziata e la penalizza anche economicamente, mettendola al margine come una lebbrosa.
Ma per accorgersi che ci tradisce non serve controllare quanto tempo sta on line. Per metterlo alle strette quando afferma che una tizia con la quale chatta di continuo è “soltanto” un’amica, è inutile domandargli di leggere il contenuto della corrispondenza. Non ce lo permetterà mai. O ci farà trovare cartelle e cronologia immacolate.
Qui siamo alla multi personalità. Al Fantomas digitale che apre cinque account su cinque social diversi.
È acclarato, il 2.0 è il paese di Bengodi per uomini e donne, sposati o single.

Nemiche sono appostate in ogni dove.
Immaginarie “zoccole virtuali” e “puttanelle elettroniche” (così chiamiamo le nostre sorelle, quando colte dalla rabbia passiamo sopra qualunque credo femminista), sono pronte a tutto pur di darla proprio a lui, il nostro, solo in apparenza, mansueto maschio di casa, che non vede l’ora di svagarsi con qualche signorina ben disposta.
Ma lo abbiamo guardato bene?
Sicure sicure?
Mah.
Infatti, nonostante il nostro compagno analogico sia pingue quanto il gattone di famiglia, dal carattere pigro e la timidezza innata, siamo ormai certe che nasconda qualcosa dietro l’innocua TL o la bacheca di FB piena di “like” sospetti. Potremmo scommetterci una mano che, il nostro maschio alfa, finalmente libero dal nostro sguardo indagatore, possa dare una spolverata a vecchi ricordi di una gioventù all’insegna del vizio, e rivenderli come attuali alla nuova arrivata. Che, privato del proprio corpo ingombrante, delle spalle piccole e dell’astigmatismo evidente, il nostro “lui” inappagato possa darsi alla pazza gioia con altre donne, facendo con loro una quantità di cose indicibili e tutte terribilmente zozze.
Probabilmente le stesse che facciamo noi (eh... eh... ).
Culi, tette e bocche carnose, occhieggiano dalla TL in un continuo: stai attenta, allarme rosso, BADA!
Quanto pagheremmo per avere accesso ai loro account?
E cosa potrebbe accadere una volta precipitate nel suo mondo privato?
Certe di volerlo sapere?
Io, no. Sicura di leggere un cretino che annaspa tra timidi “che fai ancora sveglia a quest’ora” e prevedibili e banali “ci vediamo per un caffè qualche volta”, preferisco evitarlo.

Ho visto uomini armeggiare con il cellulare nascosti dietro caschi di banane mentre le loro signore testavano la maturità delle zucchine...
Ho chattato con signori, che al mare con famiglia, nascondevano il cellulare tra l’asciugamano e il best sellerone ancora intonso.
Il fedifrago ce la fa sempre.
Si fa anche sorprendere, ma se ciò accade non sarà mai un caso. La vigliaccheria rende il maschio preda del proprio subconscio e tradirsi sarà sempre meglio che confessare.
Complicato è beccarlo sotto anonimato.
Impossibile tra mille nickname da imbecilli, trovare quello del nostro imbecille.
Ma se la relazione è nata on line e si è poi realizzata, finalmente, in uno squallido lungomare di periferia, allora, tenere sotto controllo MrMuscolo79 sarà un gioco da ragazze.
Attenzione quindi agli account appena nati. Alle tizie che fanno subito le amicone e che dopo averci seguito, senza obbligo di follouback, chiedono informazioni sugli account maschili. Sicuramente, dietro la PIC in bianco e nero di un paio di gambe mozzafiato (non sue) si nasconde la Signora “x” o la “Signorina “y” in veste di agente segreto.


Ma la gelosia non serve a niente.
Seguirlo, spiarlo e perseguitarlo, renderanno l’oggetto del piacere, al quale prima che glielo facessimo notare nemmeno avevano pensato, qualcosa di sublime, da scoprire a tutti i costi, da avere qualunque cosa accada.
La rottura di scatole del: Ancora on line? Con chi chatti? Che stai facendo?, urlato da dietro la porta dopo un “toc toc” risentito, mentre è in bagno compreso in ben altre faccende, lo renderanno nervoso e ipersensensibili, accrescendo di un bel po’ il suo ego che, fino a quel momento, sonnecchiava tra le incombenze quotidiane.
Quindi, continuiamo a inviare autoscatti sconci a tutti i maschi papabili della TL. Almeno gli avremo reso la pariglia.





sabato 18 gennaio 2014

Deriva #45 #derivaditwitter: Nemmeno più una piacevole risacca

Tra le tante storture che stanno mandando #Twitter in malora, più che alla deriva, ossia mancanza di generosità nei retweet, abitudine a far propri i tweet altrui, stellinamenti di tweet che non rileggerete mai, obbligo d’interazione pena defollou immediato, pretesa del follouback obbligatorio senza che nemmeno ci sia stata l’ombra di un’interazione, c’è un fenomeno assai curioso, anzi, un orsetto, anzi no... un pinguino... insomma un account con le cuffiette da dee Jay che sta diffondendo un’usanza tutta particolare e che piace tanto ai novelli tuitteri.
È il morbo del confessionale del "COME MI SENTO OGGI": “Lo dico a te che davanti agli altri mi vergogno”, “Ti do il buongiorno sennò mi sento sola”, “Piove a dirotto e sto sotto al piumone”, “Sono un po’ stitica oggi”, “Ho voglia di pizza e credo che a i tuitteri possa interessare”, “La ragazza mi ha lasciato... mi devo sfogare” , “Buon sabato”, “Buongiorno”, “Buonanotte”... e giù poesiole, frasi zuccherose, foto che starebbero meglio sulla home di #FB, non su un social che, almeno fino a pochi mesi fa, era più veloce dell’ANSA nel comunicare notizie importanti e punti di vista che diventavano “opinione pubblica”.
Anche i tigì, anche talkshow parlano sempre meno di ciò che pensa e digita il popolo della rete.
#Twitter, come scrissi ormai più di un anno fa, ha perso la sua caratteristica di originalità nei commenti, nei giochi di parole, nello scovare notizie sconcertanti, nel farci sorridere. È diventato loffio come un marito abitudinario, pedante come un suocero militare, noioso come un home video. Pare che basti un nickname accattivante, nomi che abbiano a che fare con il sesso per le neotuittere sotto i quaranta (troietta, patatinagolosa, losucchiobenone), o che facciano percepire virilità per i maschietti (ganzo, bonzo... stronzo), bio rigorosamente in inglese (writer, journalist, opinionist, tuttologist) per quelli di mezza età, ironia stile Lucarelli per le ultraquarantenni in vena di acchiappo, e ci si sente in diritto, complice anche uno sfottò spesso fuori luogo, la chiosa polemica e l'ultima parola, di entrare nella hit dei più fighi del web.

Naturalmente i migliori se la danno a gambe come @marcosalvati, ormai sempre più spesso off line e altri, sconosciuti ai più ma dai tweet esilaranti e che non digitano da Settembre.
Chi tuittava solo per sé, per pubblicizzare Blog o Romanzi in uscita, resiste distribuendo perle di saggezza un paio di volte al giorno, perché si sa che anche il numero di tweet fa la tweetstar (meno tuitti più sei figo). E chi tuittava per sé, non ha nemmeno bisogno di aumentare follouer giacché ha già nome e seguito, per cui poco gli importa.
Ma quelli che i follouer se li sudano, si trovano penalizzati, fermi, bloccati.
Perché l’individualismo, e la paura di “avvantaggiare” chi è più bravo di noi, a pensare e a scrivere, soprattutto se quel qualcuno ha molti follouer e ha un piglio da “divo”, ci impedisce il retweet. E non parlo di me. Io giro, osservo, spio. Scorro TL, cerco spunti. E non ne trovo più, nemmeno per le mie derive.

Anche questa è una novità da non sottovalutare: l’effetto simpatia.
Perché se prima valeva chi digitava frasi all’acido muriatico, oggi vince la banalità comprensibile alle masse. Il populismo ha preso in ostaggio anche #Twitter.
Leggo sempre più spesso che i neofiti rituittano solo chi sta loro simpatico, perché certo, come su FB, si diventa follouer anche di chi non ci piace: un followback val bene un follouing antipatico. Il che significa poi rituittami che ti rituitto, effeeffami che ti effeffeffo.
Ed ecco che tutto perde valore.
Ecco che, un #FF che fino a sei mesi fa mi valeva almeno quindici nuovi follouer, oggi vale zero.
La famosa reciprocità con l’amichetta diventa tutta un’emoticon stellinata. Un fiorire di cuoricini del cazzo (perché poi, alla fine, ma chi ti conosce?).
Scrive @gplexousted “Twitter è il tavernello della letteratura” ed è vero, almeno stando alle banalità che leggo ogni giorno.
L’hashtag questo sconosciuto.
Le regole son per gli idioti.
Ognuno fa come gli pare.
Ed ecco il risultato, la Jaguar del #forcone rituittata all’infinito, fino alla noia, cambiando aggettivi e verbi, lasciando il contenuto intatto, quello del primo tuit, l’originale, the best, rituittato soltanto tre volte. Per non parlare del dilagare dei "non fidatevi di chi" o dei dialoghetti comici, di moda due anni fa.
E allora compare la poltrona del “Grande Fratello”, il confessionale, un referente sconosciuto cui sussurrare la propria stipsi sentimentale, perché la comunicazione one to many sembra da idioti a chi non è abituato a parlare da solo e con gli dei.
Certo, perché senza nulla togliere all'account in questione Comemisentooggi (ironico e mansueto*), sarebbe stato meglio fosse stato un hashtag, la frase preceduta da cancelletto (#) che ormai, in piena #derivaditwitter ha perso ogni senso di esistere. Perché quando si approda su #Twitter ci si sente come dei poveri pazzi che tuittano al nulla, l’interazione, invece, dà sicurezza al neofita del mezzo, e la certezza di essere rituittato, perché il nostro furbo account anonimo Comemisentooggi li rituitta proprio tutti, sia belli che brutti.

(P.S. Per molti stare sulle mi #DERIVE è un onore, non per il POCO IRONICO pinguino che non mi ha nemmeno ringraziata per la pubblicità defollouandomi... che sia una donna? Poverino).

giovedì 16 gennaio 2014

THE RED LIST #Laura

A guardarla da qui la sua vita sembrerebbe un cerchio perfetto, come la forma del suo corpo, che Laura osserva ogni mattina e sembra averla sopraffatta. Una rotondità sensuale che si sente odiata dal mondo, quello dei settimanali patinati e della televisione, una sensualità che come mi scrive lei stessa “nessuno mai abborderebbe per strada o in ascensore”, cui si aggiunge una morbidezza esistenziale che è noia, da sgonfiare infilandoci dentro asperità e pungoli dolorosi, spilli e aghi, lievi disperazioni, i suoi amanti da una scopata e via, maschi che frugano in lei con curiosità e passione per una volta e basta, in tutta fretta: a che serve andare avanti? Perché rivedersi?
Il suo nickname è “Insospettabile77”, posta frasi qualunque, un'ironia equilibrata, lascia intravedere assai poco di sé. Moglie perfetta di un marito che non la sorprende più, tesse tele in DM e su ogni possibile social network, siti di incontri e chat private.
Lì, nelle stanze colorate di un passato che mai è stato, né mai sarà futuro, inventa una vita non sua, quella di una ragazza magra, libera e creativa, che veste in modo frivolo e danza sulla spiaggia attorno al falò. Lì, la ragazza immaginaria scopre quanto per lei, donna sovrappeso, sedurre sia di per sé un piacere perfetto. Ma non lo è forse per tutti?

Così inizia a rincorrere sogni, uomini che poi la cancellano, la bannano, la defollouano, uomini che la deludono, che la usano.
Ma tanto è perché tanto lei vuole, per non guardare il baratro che vede davanti a sé e il tracollo di cui sente l’odore: un ufficio sempre uguale, una quotidianità più che soddisfacente che lei non riconosce come sua.
Laura vuole un altrove sconosciuto, in un mondo di pixel dove tutto è possibile, fatto di mezze verità, di emozioni che durano una manciata di giorni, che perdono importanza già a pochi attimi da lì, da quel -a suo dire- irrinunciabile batticuore, dall’albergo, dal motel, dalla strada sterrata, dalla piazza affollata, dalla cabina dello stabilimento balneare, dal caffè surriscaldato, dal bagno del treno regionale, dall’automobile ferma in un autogrill in costruzione su una statale qualunque, in orario d’ufficio, dopo una fuga rocambolesca, attuata grazie a un mucchio di scuse inventate all’ultimo istante.
Laura corre verso la fine del tunnel.
Ma la ruota che ha messo in moto gira senza sosta nel suo personale Luna Park di menzogne che lavano via altre menzogne, un dolore che svanisce finalmente solo aggiungendo umiliazione, un coltello infilato nella sua carne morbida e bianca, che vuole farsi chiamare puttana da maschi per lo più poco speciali, il più delle volte mediocri, troppo spesso vigliacchi.
Belli, intellettuali, simpatici, sportivi, coetanei o molto più vecchi: l’importante è che siano tanti, l’importante che siano virili, l’importante è che accettino d’incontrarla e non si sorprendano a quella rotondità che il mondo non accetta, ma può essere estasi.
Laura non sa che la rete (e il mondo intero) è stracolma di uomini che non diranno mai di no a un’offerta speciale.
Perché la rete è piena di uomini che confermeranno l'odio che prova per se stessa, accampando scuse che lei già conosce: fa troppo male, sei troppo intelligente, sei troppo bella.
Perché è inutile, sì, è sempre inutile continuare a vedersi. Inutile farlo un’altra volta.
A casa suo marito l’aspetta.
Nel letto, ai suoi giochi più hard, lui riderà, affettuosamente, un po’ impacciato davanti a quella passione improvvisa e inusuale: che fai? Dai? Sei ammattita?
Un’altra Bovary che calpesta ciò che la vita le ha dato: tre splendidi figli già pieni dei loro difetti, un uomo gentile, un lavoro di dirigenza, una vita tranquilla.
Perché la felicità non è mai felicità se non sai riconoscerla.


E non è più nemmeno uno sport estremo. Certi incontri off line non le danno più piacere né riservano sorprese, così come li aveva immaginati, uguali ai film che gira nella sua testa quando di notte si distende accanto a suo marito, uguali allo storyboard che prepara la sera precedente all’incontro, che lei crede obbligatorio, necessario, irrinunciabile.
La felicità che è un ulteriore travestimento. Il batticuore che si nasconde al di là del monitor, incurante delle frustrazioni che nella vita reale pesano come macigni.
Essere qualcun altro, consapevole del rischio, come un serial killer desiderosa di confessarsi, di raccontarsi a una sconosciuta come me, di mostrarsi nuda attraverso la lente deformante della parola, del proprio “io” ipertrofico, delle lettere, che messe una accanto all’altra non troveranno comunque risposta.
Vai Laura, ferma la ruota del Luna Park e corri verso la fine del tunnel, dov’è la tua vita reale e tutto il colore che cerchi, quello di un tramonto e di un’alba, disegnati dalle minuscole dita dei tuoi figli.