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sabato 29 giugno 2013

Il Clown

Lì in montagna ci andavo tutte le estati costretta dagli esami di riparazione e da mio padre, che non vedevo quasi mai.
Mi annoiavo nonostante le passeggiate, i miei sedici anni e il grande gruppo di amici che ritrovavo, cresciuti ogni anno un po’, al bar sotto il portico sulla piazza, l’unica. Mi annoiavo nonostante tra noi ragazze ci si scambiasse fidanzati, esperienze e ripetizioni di greco, nonostante avessi il permesso di restare fuori fino a mezzanotte, nonostante il cinema parrocchiale e le feste in piazza.
Mi annoiavano le gite ad alta quota e le lunghe passeggiate in piano. Il gelato, ogni sera di un gusto diverso e il baretto fuori porta, dove un ragazzone biondo, gentile solo per  provarci, offriva boccali di birra a tutte.
Così passavo molte ore in solitaria su un’altalena nascosta tra gli alberi, un vecchio e solido copertone messo lì non so quando né da chi, e che mi cullava per ore. Ci andavo dopo il pranzo generoso cucinato dalle mani esperte e creative di mio padre, quando tutto era silenzio e ogni cosa riposava, anche le campane della chiesa, l’unica, che dominava la Piazza. Andavo lì col mio diario e una radiolina per guardare il cielo muoversi sopra di me come un fondale teatrale malfermo, per sentire la resina sotto le dita e per piangere. Piangevo ciò che non sapevo, forse l’adolescenza, il corpo stretto in una mutazione iniziata da troppi anni e che ancora non finiva né sarebbe mai terminata. Piangevo un lieto fine che mi sembrava già irreale.
Piangevo un rimpianto mai provato ma che vedevo nello sguardo degli adulti, la premonizione di una vita che sarebbe stata un gran bordello, piangevo tutte le morti che avrei pianto.
Singhiozzavo per un po’ lasciando che l’aria asciugasse le mie guance ancora troppo piene, gli occhi sorpresi, spalancati sul mondo delle ambiguità, su quel “parlar dietro”, che origliavo dagli adulti seduti al grande tavolo dell’albergo, e mi faceva vergognare per loro e un po’ per me, per ciò che sarei diventata anch’io, forse.

Ho sempre trovato la bugia un atto creativo, il pettegolezzo un’aberrazione. Ma ho imparato troppo tardi a non fidarmi di chi mi sussurrava segreti altrui all’orecchio, la logica non è mai stata il mio forte, la mia è stata troppo a lungo una visione soggettiva dell’esistenza, un misurare l’altro col mio stesso cuore, così come il passo, cui cerco sempre di star dietro, che sia di un bambino o di un vecchio.
Le mie bugie sono diventate storie. Una volta compreso che la tridimensionalità è anche mentale, una volta vista l’altra faccia della medaglia e dei miei errori, ho cercato di scovare nei personaggi l’orrore e la meschinità di cui tutti siamo fatti.
Eppure continua a sorprendermi il giro di parole che non arriva mai al punto. Frasi esatte che poi, magari a dieci anni da lì, scopro che volevano dire ben altro –peccato- penso –non poter registrare in diretta la propria vita e riascoltare le parole poi negate, fatti, interi episodi, che ognuno ricorda in modo diverso: Ti ho picchiata soltanto una volta, quella volta che ero ubriaco.
No, è successo per anni. Mi hai picchiata ogni giorno della tua esistenza.
Ognuno prende di sé la versione migliore. Perdiamo tempo a rimuovere le nostre nefandezze additando di continuo quelle degli altri.

Mi ritrovo a pensarci per giorni interi alla perfidia di certi, e ogni volta mi domando se anch’io so essere così crudele. Mi rispondo che sì, nessuno è perfetto e io per prima, che sto qui a giudicare.
Ma un segreto è un segreto. Sicuro come la morte che puoi raccontarlo soltanto a te stessa.
Per questo mi svelo mentendo. Perciò creo corpi e li seziono, abomini spaventosi che possano sorprendermi con la propria umanità più intima.
C’è sempre una ragione per fare del male. In chiunque è nascosta la motivazione più comprensibile, che sia ignoranza o una vita in galera, un paio di genitori violenti, o una malformazione che ci ha reso storpi.
Eppure la mancanza di franchezza continua a disturbarmi. Le vie traverse che troppo spesso prendiamo per non dire: non mi piaci, non ne ho voglia, non mi va, sono perdite di tempo. Ambiguità oscene che nulla hanno a che fare con una bugia divertente, con una festa a sorpresa che mi ha tenuta sveglia tutta la notte impedendomi di arrivare in tempo a un appuntamento. Oppure l’incontro con un clown, nel fitto di un bosco di montagna, un ventenne riccio e bruno dagli occhi ancora truccati dalla performance, e che nel piccolo circo faceva anche l’attrezzista. Un incontro (vero o presunto che importanza ha?) e che quel giorno m’impedì di arrivare a casa per cena, di chiamare papà e di mentirgli, di muovere un passo da quell’altalena e dal clown che mi teneva stretta, intrappolata tra baci profondi e “ti amo” sinceri, assurdi ma veri, impossibili ma fin troppo reali.
Nessuno ci ha mai creduto a quell’amore iniziato a sole due ore dall’obbligatorio addio, a quel tizio così bello da sembrare una ragazza che, baciandomi nel buio del portone, si dichiarò mio per l’eternità.

Eppure queste sono le sole bugie che varrebbe la pena dire e ricordare. Non il pettegolezzo sulla presunta malattia di qualcuno che nemmeno conosco. Non le scuse che nascondono paure nemmeno tanto vere, un secondo fine grande e chiaro come la luna, una luna che è un sipario teatrale basculante nel buio, che guardo ogni notte cullata da una fresca serata estiva e dall’altalena, fissata a una quercia secolare.

domenica 23 giugno 2013

Panico

Forse, il panico è un’aggressione emotiva e irrazionale di una parte di sé, una parte dormiente e oscura, sulle altre. Oppure è la felicità che si ribella quando noi la rendiamo infelice, costringendola a una vita non nostra. Non so nemmeno quali origini abbia, il panico, né quale sia l’avvenimento, immagine, odore o suono, che lo risveglia.
Di lui, maschile e singolare, conosco forma e colore, voce e passo.
È arrivato un giorno prendendomi alle spalle, con violenza. Come un innamorato molesto mi lascia ancora senza fiato, a volte, sempre meno. Forse è stata la mia reazione indifferente ad aver placato i suoi bollenti spiriti, forse la propensione ad arrendermi a ciò che non posso vincere, o l’attitudine spirituale all’accettazione del dolore come pagamento per il male inflitto (chissà quando a chi o perché). Forse è stato il mio desiderio di accoglierlo e capirlo, anziché combatterlo, a renderlo sempre più tollerabile.
Il Panico è un film dell’orrore di cui ognuno costruisce la trama. Un Thriller mozzafiato che si arricchisce ogni volta di uno o più particolari. Il mio panico è una pellicola tagliata in più punti e di cui non vedo mai il finale.
Il mio horror inizia in ascensore con titoli di testa appena sfocati e un suono disturbato, una stazione radio che perde d’improvviso la frequenza. La luce è sempre pallida, lampadine a basso consumo appena accese, neon che frigge zanzare e falene e che sa tanto di obitorio.
Il pavimento -casa, strada, vicolo o piazza- si muove nonostante me. È un terremoto psichico in cui, senza più punti d’appoggio, barcollo verso una direzione incerta. La casa diventa estranea e così la strada –sempre quella sotto casa- una prova di coraggio piena zeppa di tranelli.
Il semaforo, ad esempio, lampeggia un giallo per pedoni che sa di tradimento, che nasconde l’intenzione di diventare rosso proprio quando mi trovo a metà tragitto. No, non lo ammetto, è ovvio, nascondo anche a me stessa la fobia pazzesca che mi tiene in ostaggio e prendo tempo, mi metto alla ricerca del cellulare che proprio non serve, delle chiavi, che ho appena riposto nella tasca esterna, della scusa più giusta per costringermi ad aspettare e passare con il verde fisso. Il vicolo, che conosco come le mie tasche, pare non avere fine e volersi gettare nell’oscurità, e quei pochi passi, la distanza tra il portone e la panetteria che normalmente percorro in un fiato, diventa un oceano di angoscia. Il panico è terrore infantile che suda freddo.
Il panico non si può raccontare, se sono ancora viva non posso dichiarare di essermi appena vista morta.
La piazza, assolata o imbrunita da un tardo pomeriggio pieno di gente, diventa crudele. La piazza di sempre, a due passi da casa e che di notte guarda la luna, si contrae e si espande. Per effetto di un grandangolo mentale diventa nemica, e anche il bar, quello solito, assume un aspetto spettrale. Il tempo perde battiti (e così il cuore), e già lo vedo espandersi per diventare oblio di morte.
Non ho corso, ma mi sento in affanno.
Il mio panico dai colori spenti brilla, nell’oscurità o in piena luce, di rosso sangue: l’auto m’investirà, il vicolo m’ingoierà, la piazza mi soffocherà. Nel bar, dove vado ogni mattina, qualcuno mi accoltellerà. Il gatto, nella mia mente ormai una tigre, mi sbranerà. Allora immagino ambulanze e il mio corpo disteso, la mia bara e gli amici attorno che piangono.
Il mio panico ha rumori ovattati o fortissimi. Dura manciate di secondi che sembrano anni. Nel bar decido di usare il rallenty e molte comparse. C’è gente che conosco, sì, ma sembra che proprio tutti mi guardino. Nel bar, anche la solita battuta suona volgare e rozza.
Pago. Nonostante abbia toccato il portafogli già diverse volte, penso di averlo perso. No, è qui, eccolo finalmente. Conto il resto, ma stavolta con angoscia.
Mi defilo stando un po’ curva e rasentando finché posso la parete, guardo il vuoto che ho davanti e che si fa più desolante. Rimbombano troppo i miei passi nel vicolo stretto. Lì, in quell’angolo oscuro accanto alla siepe, un nemico è in agguato.
Anche le chiavi di casa –toccate un istante prima- si nascondono in borsa e tra le mie stesse mani.
In ascensore riprendo a respirare. Chiusa la porta mi sento di nuovo al sicuro. Mi lascio scivolare sul pavimento: non ho più forze. Mi domando se la prossima volta saprò riconoscerlo.

mercoledì 19 giugno 2013

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venerdì 14 giugno 2013

Miserabili 2.0


Oggi è il mio compleanno e ieri è uscito il mio primo romanzo. La mia felicità, dunque, dovrebbe e potrebbe essere completa, ma così non è, e a meno che non mi capiti un grosso colpo di fortuna, alla quale però non credo e che comunque, sin qui, non mi ha mai regalato niente, la mia situazione non potrà cambiare.
Comunque, Big Giove è entrato nei gemelli della terza decade soltanto due giorni fa e allora, poiché non ho niente da perdere, scrivo questa lettera aperta affinché le Banche la finiscano con questa persecuzione.

Sono fallita nel 2007.
Non vi starò a raccontare il perché e il come, non ho memoria per le date, e poi la mia storia l’ho già trasfigurata e distillata nella vita di un altro, nell’esistenza di un personaggio diverso da me e che mi auguro sarà in grado, al più presto, di raccontarsi attraverso le pagine di un romanzo.
Non posso dirvi che cosa è successo a Elena in quegli anni. Nemmeno sono capace di riassumere in poche righe quali e quante siano state le ingenuità e gli errori che hanno trasformato il più bello dei sogni nel più spaventoso degli incubi. Non ho voglia neppure di riassumere in tre parole la quantità di ore perse nelle sale d’aspetto delle varie e inutili associazioni di categoria, che non sono state in grado nemmeno di indicarmi la strada per uscire dal paradosso nel quale la mia esistenza era stata gettata. Non vale la pena puntare il dito contro la sordità della politica, o raccontare per filo e per segno di come Comune, Regione e Provincia, non siano stati in grado, e non abbiano voluto, nonostante avessi trovato un importante finanziatore, affidarmi una sede scalcagnata da rimettere a posto e a disposizione della comunità. Inutile rivangare il passato andando a ripescare la mia “Lettera di resistenza imprenditoriale” che nel 2006 mi fece arrivare alla segreteria di Bertinotti, allora Presidente della Camera, e che si risolse in un nulla di fatto. La pena di svegliarsi a poco più di trent’anni con l’incubo del protesto, del distacco della luce e dei brutti musi (giustificati) di chi mi lavorava accanto, è qualcosa che ho già delegato a Paolo Moretti, il mio protagonista, affinché questa brutta storia si allontanasse da me prendendo un’altra forma e un altro finale.

Sono fallita, e anziché limitare la mia responsabilità alla srl, ho voluto pagare gli amici che avevano lavorato per me, vendendo l’attico in centro che mia madre mi aveva regalato. Conclusa la vendita, avrei potuto –la legge me lo consentiva- pagare solo i debiti legati ai fidi sulla casa e con il rimanente comprarmi un’altra proprietà, sempre in centro, per ricominciare una nuova vita. Invece, per onestà, e poiché credo sia fondamentale pagare in vita i propri creditori, ho fatto fuori tutto il capitale saldando ognuno almeno per la metà del debito: onesti saldo e stralcio.
Così, in un mattino di Luglio mi recai all’Eur per firmare tre assegni dell’ammontare di circa quattrocentomila euro (la cifra non è esatta e forse anche maggiore) al distinto Manager in cravatta il quale poi, mi consegnò una quietanza.
Ero felice. Avevo eliminato l’ipotesi di avere ancora una volta qualsiasi rapporto con un Istituto di credito. D’altra parte anche le banche sono aziende, non Istituti di carità.

Così sono rinata a nuova vita. Il lavoro in Luiss, la scrittura, un nuovo amore, una nuova via da percorrere.
Ma un mattino di ottobre di due anni fa, quando di nuovo ero senza occupazione, vedo arrivare nella nebbia e sotto una pioggia sottile, due ufficiali giudiziari con una cartolina azzurra tra le mani.
E chi se la ricordava più quella maledetta fideiussione.
L’avevo firmata appena entrata nella mia microazienda alla fine del 1999. L’avevamo firmata in tre, perfettamente consapevoli e così ottimisti da non pensarci nemmeno più. Poi, passati alcuni anni, non ci ho pensato più perché così presa dal parare i colpi giornalieri, troppi e sempre più gravi, gli avvisi dell’istituto di Credito mi sembravano l’ultimo dei problemi. Rimandavo, come tutti rimandiamo di fronte alla Segretaria cui pagare la tredicesima e il fornitore della carta per le stampanti. Ma questi sono meccanismi che soltanto chi ha un’impresa può conoscere, capire e giustificare.
Ho fatto opposizione al decreto ingiuntivo. L’ho fatta perché mi sono ingenuamente domandata come mai, quel giorno, il ligio Manager non mi avesse fatto presente anche di quel vecchio debituccio dimenticato. Avrebbe potuto dirmi, poiché sapeva che l’azienda stava fallendo, di saldare anche quella cifra, tra l’altro irrisoria in confronto agli assegni appena firmati, un saldo e stralcio di diecimila euro e la mia vita ora filerebbe liscia.
Invece no.
Il debito ha continuato ad accumulare interessi.
Quando ho cercato una mediazione, proponendo loro un pagamento rateale minimo mi hanno proposto, ovviamente, un piano di rientro impossibile. O una finanziaria e un saldo e stralcio altissimo oppure niente. Oppure si procede. Si procede a cosa?
A parte i cerchietti che porto alle orecchie e un piccolo anello, ho venduto ogni altro bene, per pagare l’avvocato, s’intende, perché almeno cinquecento euro a udienza glieli devi dare. I mobili anche, antichi e di famiglia, li ho svenduti al prezzo di niente perché non potevo permettermi un magazzino e perché in casa del mio compagno non avrebbero trovato posto.
Mi rimangono i libri, e basta.

Nemmeno i miserabili di Victor Hugo, Signore e Signori, nemmeno quando c’era la galera per debiti, si procedeva verso chi aveva onestamente dato fondo a ogni bene per pagare i propri insoluti.
O forse succede perché per me il denaro non ha mai avuto una grande importanza, perché per me il denaro è niente anzi, è il peggio.
Ora vi chiederete il perché di questo post così scandalosamente personale.
Perché sono incazzata nera, e non sono la sola a vivere una situazione di “pignoramento mobiliare” del nulla. Perché vorrei che questo post, questa confessione amara e questa ulteriore pubblica umiliazione, andasse in giro come emblema della situazione di tanti.
Perché tra qualche giorno i due ufficiali giudiziari si ripresenteranno in una casa che non è mia, rischiando di far crollare anche la sola certezza che mi rimane: quella di potermi svegliare con serenità e a mente sgombra per scrivere delle storie. Perché questo incubo, che porterà comunque a un nulla di fatto, mi toglie il sonno e la voglia di andare avanti, di affermarmi, magari, e di poterli saldare, finalmente, e in monete da un euro.
Ma le Banche italiane sono sorde e cieche.
Diversamente dagli istituti di credito di altre nazioni non si domandano mai come aiutare qualcuno a pagare il proprio debito: non ci aiutano a crescere, ma a fallire. Ma su questo ci ho scritto una storia di duecento pagine, e tanto basta.
Scrivo e pubblico questo post perché l’Unicredit, dopo il mio Tweet di stamattina, è venuto già due volte sul BLOG per leggere di cosa si trattava: si tratta che o mi mettete in galera o non vi posso saldare.

Scrivo questo post perché capiti nelle mani di qualche politico di buona volontà, che assieme ad altri e in nome degli aiuti dati dallo Stato (ossia da noi) alle Banche, decidano di proporre un disegno di legge che blocchi o che congeli, non dico cartolarizzi, i debiti di chi come me è un imprenditore fallito e non ha né una prima né una seconda casa e neppure un conto corrente bancario. Domando che almeno per le aziende fallite si abbia un po’ di riguardo, che gli istituti di Debito la finiscano di cercare di cavare sangue dalle rape. Le ragioni sono infinite, a partire dalle spese giudiziarie che per ogni causa come la mia, per ogni impugnazione fatta per prendere tempo e cercare soldi, corrispondono una marea di quattrini e di tempo buttati.
Scrivo questo post perché pretendo che la mia felicità sia completa.
Ma siamo dei Miserabili 2.0.
E adesso venite a pignorare il niente che mi rimane. Io non cerco pietà né prestiti, voglio la giustizia che mi spetta, voglio lo stesso trattamento di chi si permette fidi milionari e di chi, passando sottobanco del cash, riceve i prestiti che vuole e senza garanzie. Ho già pagato. Lasciatemi vivere.

(Postilla: Oggi, lunedì 17 giugno alle 11:00 circa ho ricevuto un'altra visita dall'Unicredit. Lo so che è follia parlarsi da qui, ma poiché vi ho incuriosito rilancio la mia offerta di un rientro minimo (e miserabile) mensile, che mi sollevi dall'essere debitrice e dal mettere in difficoltà chi mi ospita. Contattatemi su bibolotty@gmail.com. ne trarremo vantaggio entrambi. Siate ragionevoli per una volta. E siate umani).