Pagine

giovedì 28 marzo 2013

Deriva #23 Deriva della seduzione: il cinquantenne



Prima parte... 


Perché il chiosatore non sprechi inutili commenti –che tra l’altro mi fanno perdere tempo con altrettante inutili risposte- faccio presente che le seguenti opinioni, storie e fatti, sono personalissimi punti di vista, frutto di costante osservazione della realtà. Inoltre, ed è bene sottolinearlo ogni volta e con doppio tratto blu, le mie opinioni non riguardano certamente il 100% della popolazione maschile, ma la parte di essa che io ho conosciuto. Nel caso vi sentiate colpiti personalmente da uno di questi ritratti, e crediate di essere voi uno degli uomini presi a modello per questa breve e ironica #deriva, state sereni: è proprio così. Ma non farò mai il vostro nome.

Le dinamiche sono sempre le stesse e anche i personaggi.
C’è l’attempato romanticone, l’uomo gentile e premuroso che si è preso la cotta adolescenziale e non ti molla più, che ti rincorre su FB, su Google plus e su qualunque social esistente nella speranza di non si sa bene cosa visto che, alla fine, al punto saliente non arriva mai.
C’è il cinquantenne di successo che plana di profilo in profilo tra avvenenti trenta-quaranta-cinquantenni di spessore e da cui sa, che prima o poi, potrà ottenere qualcosa e senza troppo impegno.
C’è il trenta - quarantenne, in pre pre crisi di mezza età, che ci prova giusto per un po’ e poi si ritira in buon ordine consapevole che:
a        a)    La Signora in questione, che brandisce con esperienza sarcasmo e appuntita ironia, difficilmente si mostrerà a lui così come mamma l’ha fatta senza che ci sia una “base” solida su cui avviare la “liaison digital”.
b        b) Se anche ci riuscisse, sarà difficile non farsi coinvolgere e, poiché la vita è già complicata, il lavoro manca e i figli crescono, preferirà rinunciare o avventurarsi in una più sbrigativa chattata hard core.


E infine c’è il ventenne, che se la sbriga in un singolo DM e poi, giustamente, scappa.

Andrea Camilleri, mio ex insegnante di recitazione, amico e maestro, me l’aveva detto chiaro e tondo che il mio destino sarebbe stato d’interpretare Mirandolina a vita. Al massimo, aveva puntualizzato ridendo sadicamente, farai personaggi drammatici di nascita mitteleuropea alle prese con mariti dall’ego prorompente: così è stato, e non solo sulla scena.
Sapevo anche che il mio karma di donna ragionevole mi avrebbe costretto a dipanare le numerose nevrosi del maschio che, una volta riconosciuta in me la virtù della forza, mi avrebbe scaricato addosso.
Mai e poi mai mi sono illusa che mi sarebbe stato servito del tè nel bel salotto arredato da un costoso interior designer all’ultimo piano del palazzo ottocento di via dei Condotti: troppo semplice.
Ma ritrovarmi in un Vaudeville -tra i più divertenti certo- dove però già dalla PIC e dal tono dei tuit, so quale sarà la battuta d’inizio e quella in chiusura di sipario... Clap clap clap... applausi, ma nessuna sorpresa.
Come sono prevedibili certi personaggi!
Così, in questa commedia dal gusto parigino che è la mia TL, mi diverto a stare dabbasso, nel grande ingresso tinteggiato di colori chiari, a guardare manovre di seduzione, che de Laclos potrebbe anche impallidire. Sempre da qui, distesa sulla dormeuse e con l’iPad in mano, osservo abbordaggi, li subisco, e li provoco.
D’altra parte cosa c’è di più divertente che sedurre?

L’abbordaggio di Mr “x”.
La notte è il momento più giusto per farsi sorprendere dal Signore in questione, quello che svolazza con sicumera tra un profilo e l’altro alla ricerca –mai spasmodica- di trenta/quaranta/cinquantenni dalla testa funzionante (e non solo).
È lui quello che abbiamo adocchiato già da alcune settimane svolazzando a nostra volta attorno al suo account con quieti “Ola”, sorrisini e rituit.
E’ interessante, e per molte ragioni che non sono né la tartaruga addominale –il maschio italiano perde tonicità dai quaranta se non prima- e neppure l’indole romantica.

All’una di notte, quando la luce fioca dell’elegante abtjour d’epoca illumina le sue mani vissute e ben curate, appoggiate sulla scrivania anch’essa d’epoca, e mentre la consorte dorme tra morbidi guanciali, il cinquantenne alfa approfondisce i fatti del giorno leggendo tutto il leggibile: sull’altra finestra twitter, sull’altra FB e sull’altra... beh, fate un po’ voi.
Se il Signore non è un “x” qualunque, non si esporrà mai al pubblico sguardo: ma basterà un brano postato ad arte in TL o sulla bacheca, un sospiro tuittato senza troppa energia ma con esperto tempismo, perché l’esca risulti appetibile.
Un brano anni settanta di Mina, per esempio, Fossati va bene tutto, Paoli anche, del jazz molto soft è ottimo, ma sarà sempre Paolo Conte che farà del radical chic in cachemire (ma dell’intellettuale in genere) un uomo pronto a qualsiasi imprudenza.

Ecco partire il DM fatale: “Cosa fai ancora sveglia?”.
In un tuit così breve ci sono le seguenti domande:
                  - Sei a letto sola?
          . Sei a letto sola e nuda?
          . Dove e con chi vorresti essere adesso?

Secondo la quantità di sostanze benefiche messe in circolo nel suo corpo (adrenalina, endorfina, serotonina...) e della risposta che le dita della Signora digiterà con la dovuta calma, si avrà un abbordaggio di successo.

Scrivere qualcosa che faccia supporre un “sì”, ma non abbastanza, che alluda, ma non troppo. Esattamente come la camicia da notte che lui stesso m’immagina addosso.
Perché il Mr “x” in carriera è furbo, e se sposato starà anche molto attento.
Se politicamente moderato farà finta di cascare dalle nuvole, se di sinistra farà il superficiale, se di destra ci tratterà con sadico distacco.
Per un maschio alfa con potere acclarto, la seduzione deve essere appena più rapida della sua capacità di rendersi conto di ciò che accade.
Lanciare il sasso e nascondere la mano come fa lui sarebbe la tecnica più giusta.
Mai concedergli troppo: mai più su del bordo della sottoveste, come direbbe la mia saggia nonna.

Il maschio è notoriamente lento a capire, o è pigro, spesso un tantino vigliacco. Non ama il rifiuto, è vanesio.
Perché comprenda l’invito è necessario che la donna esponga cartelli con una freccia –grande-che indichino la camera da letto.
Bisogna agire d’istinto, perché è normalmente anche sensibile, ma mai con la tipica generosità d’impulso dei brani in questione appena postati in TL.
Se arriva alla richiesta di foto, non esultate, no, potrebbe essere un inizio, sì, ma anche la fine.

(continua...) 

sabato 23 marzo 2013

Amici per la pelle




(Foto di: Elena Oganesyan)

Mentre si preparava a quell’insolita uscita infrasettimanale, pensava che non ci sarebbe stato nulla di strano se li avesse incontrati tutti e due, assieme. Se, insomma, a quel benedetto appuntamento al buio ci fossero andati entrambi.
Anche attraverso i pixel era evidente che i due uomini avevano un legame speciale.
In realtà a lei piaceva l’avvocato ma era stato il commercialista a braccarla a ogni singolo tuit. Era anche evidente che poi, uno l’aveva ceduta all’altro: più timido, meno brillante, meno bello. Forse gli aveva fatto leggere anche le sue mail più hot mostrandogli, magari per convincerlo, e forse commentandole ridendo, le foto più che sconce che nel lungo periodo di frequentazione lei gli aveva inviato. Due mesi di messaggi costanti sono quasi un matrimonio, si disse la donna ripensando a quelle immagini hard.
Provò un senso di vergogna.
Ripensò a un’estate rovente, alla grande comitiva che frequentava lì al mare, ai ragazzi che si passavano voce su quella che ci stava, raccontandosi nel dettaglio fin dove la tizia si era spinta, affibbiando a ognuna di loro inequivocabili nomignoli.
Brutta razza, pensò, e scosse la testa augurandosi che fosse almeno in via d’estinzione.
Seduta sul letto e avvolta nel telo da bagno, si mise a formulare ipotesi, e guardando il cassetto pieno di biancheria di classe, pensò di evitare qualunque accoppiata vincente. Niente reggicalze, nessuna culottes particolarmente trasparente. Non era nemmeno andata dall’estetista.
La realtà era negli ultimi mesi aveva preso soltanto molte buche: quello che ha la moglie gelosa, quello che si scopre improvvisamente fedele, quello che alla fine si nega, e basta.
Ogni volta per lei si trattava di fare mille manovre pericolose: fuga dall’ufficio almeno un’ora prima, corsa dal parrucchiere e depilazione dolorosa, e infine la lunga preparazione davanti allo specchio per ingraziarsi gli dei.
Rise gettandosi all’indietro sul grande letto rifatto con cura e tra i suoi amati peluche, una quantità enorme di peluche che raccoglievano da sempre le sue confidenze più intime, ascoltavano i suoi sospiri più amari e asciugavano una buona quantità di lacrime.

Ma sì. Erano due anni che al termine di mesi e mesi di messaggi e mezze scopate su skype, era costretta a sorbirsi cene noiose e dopo cena imbarazzanti. Quasi tutti, e non ne aveva incontrati pochi, credevano che il racconto particolareggiato delle proprie frustrazioni lavorative e amorose, potesse servire a creare il giusto pathos per un dopocena spumeggiante e che, ovviamente, naufragava ogni volta in un nulla di fatto. Alcuni rimandavano l’assalto adolescenziale fin dopo la mezzanotte, quando arrivavano sotto il suo portone, tanto per non doversi nemmeno scomodare a prenotare un albergo o l’appartamentino dell’amico single. Gli altri, la maggior parte, chiudevano con un “ci vediamo” e scomparivano nel nulla.
Che cosa cercavano?
In fondo era una di quelle donne che in molti si voltavano a guardare con interesse quando di sabato pomeriggio andava a far spese o in giro per Musei. Una quarantenne elegante, autonoma, priva di pregiudizi: aperta.
Per evitare equivoci la sua disponibilità non era così evidente on line: nickname e foto professionali e mai una battuta sopra le righe.  Erano sempre loro che si spingevano oltre la reply, che entravano in confidenza con DM che trasudavano passione.
Mezza nuda sul letto, aveva voglia d’inventarla lei una buona scusa: emicrania improvvisa causa maltempo. Oppure... mia madre mi ha fatto un’improvvisata, perdonami.

I due maschi liquidi, che di lì a due ore avrebbe incontrato in carne e ossa, erano cresciuti assieme. Stesso palazzo, padri colleghi di lavoro, feste comandate e settimane bianche in condivisione così come le vacanze nel grande camper e i fine settimana nelle città d’arte.
Solo la scelta dell’università li aveva divisi per unirli poi nel lavoro: uno si occupava di diritto aziendale e l’altro aveva ereditato lo studio di commercialista dal padre. 
Donne e abiti, invece, se li scambiavano volentieri. Così almeno le avevano fatto capire. Era forse per questo motivo che alla soglia dei cinquanta nessuno dei due aveva ancora messo su famiglia nonostante le rimostranze dei padri, entrambi anziani, entrambi vedovi, entrambi tifosi della Roma con abbonamento annuale nel portafogli, entrambi legati alla vecchia destra “missina”.
Dovevano formare un quadretto davvero insolito la domenica a pranzo o al club, dove avevano il doppio a tennis con campo prenotato per le quattro.
Era convinta parlassero anche all’unisono, come gemelli.

Sì, nessuno le toglieva dalla mente l’idea che si era fatta della situazione cui andava incontro giuliva come un’oca: l’avrebbero accolta in due, e in due, a casa di uno o dell’altro e, dopo un paio di bicchieri l’avrebbero coinvolta in giochetti sporchi.
Ci avrebbe scommesso metà del suo stipendio.
Certo che guardare la faccenda da lì, da quel letto e al termine di quella una grigia e noiosa, non ci sarebbe stato proprio nulla di male.
A quando risaliva l’ultima volta in cui aveva sperimentato quel genere di menage? Forse doveva tornare con la mente fino al periodo del liceo, rimandare il nastro indietro fino a sentire i Talking Heads batterle nelle vene, per trovare serate veramente divertenti, storie vissute in totale spensieratezza, prive della presenza ingombrante di tutti quei “come” e soprattutto dei “perché” che oggi, invece, metteva tristemente in fila come se fossero determinanti per la riuscita di una relazione.
Perché è single, perché ha un buon lavoro, perché ha una casa.
Calcoli e strategie che alla fine portavano a pessimi risultati, a incontri con maschi capaci solo di perdersi in un bicchier d’acqua o di portarne a secchiate al proprio mulino con risultati mediocri.
Nevrosi, tic, paure, mani messe avanti, storie passate così maledettamente presenti da infilarsi tra loro ancor prima di un bacio passionale o di un petting un po’ più adulto in un vicolo buio.
Ogni volta che incontrava qualcuno on line, ci costruiva così tanti sogni sopra per poi lasciarli frantumare in un colpo solo al solo vederli lisciati come scolaretti il primo giorno di scuola. Perché di un altro è l’energia che ci colpisce, ciò che traspare è l’humus interiore. L’altro ci deve incuriosire come la copertina un libro, che quando poi lo prendi in mano e lo soppesi si mostra consistente eppure leggero, e se lo apri, è soffice e così profumato che lo devi comprare a tutti i costi. Invece, i suoi incontri erano sempre stati orribili raccolte di fascicoli, volumi rilegati alla meglio, pieni di pagine mancanti -se non interi argomenti. Pesanti e scomodi.

La donna si rimise su per guardarsi nello specchio, prese i capelli tra le mani e li legò in una coda bassa, infilò un paio di jeans e un maglione a collo alto. Un filo di trucco. Niente scarpe nuove comprate augurandosi in un incontro veramente gustoso. Le scarpe da ginnastica, invece, erano perfette per una fuga in piena notte per il centro di Milano, casomai i due avessero assaltato la fortezza senza il dovuto rispetto.
Eppure, anche adesso, per strada e nel traffico serale del mercoledì, la donna immaginava qualcosa di veramente hard core: due maschi fisicamente simili e abbastanza virili la palpavano senza sosta nell’ingresso dell’appartamento in questione. Denti forti mordevano e labbra succhiavano, barbe incolte graffiavano, mani potenti -quattro e sicuramente grandi- stringevano e accarezzavano su e giù solo per rallegrare fino all’alba il suo animo triste di single.
Cosa poteva domandare di più?, pensava camminando a passo veloce per le strade deserte, attraversando le piazze, tra i palazzi ottocento illuminati, e silenziosi di quiete ottobrina. Voleva forse un matrimonio? Voleva una relazione stabile con un tizio che di lì a poche settimane avrebbe certamente abbandonato abiti e calzini per il suo lungo e ordinatissimo corridoio da single? Voleva un uomo ogni sera sotto casa sua, e alle otto in punto, che domandava un piatto di pasta? Uno che le propinasse ogni benedetto giorno noiosi problemi d’ufficio? Un tizio con cui organizzare le vacanze e che magari odiava il mare e le avrebbe propinato la montagna durante l’unica settimana in cui piove a dirotto? Voleva dover abbandonare le pomeridiane al Piccolo Teatro a favore di psichedelici action movie in 3D e con popcorn?
Voleva solo una serata diversa e divertente da passare con due sconosciuti, maschi e adulti.
Così pensava camminando sotto i portici quando il cellulare vibrò.
“Preso in contropiede da una riunione di lavoro, stanotte ti racconto per mail”.
Alzò lo sguardo dal cellulare e guardò il nulla, poi si diresse a passi lunghi verso il Pub all’angolo: magari, tra i vivi, avrebbe incontrato qualcuno.

venerdì 22 marzo 2013

Salve, sono un'alcolista e non bevo da otto anni



Sono rimasta colpita per il gran numero di mail ricevute dopo aver postato la mia storia di alcolista.
Di norma preferisco che siano i miei personaggi a raccontare i propri orrori interiori, ma so anche che un racconto – testimonianza fa un altro effetto: allora è vero, allora se ne può uscire!, è stata la risposta di molti.
È di oggi la notizia di una tredicenne finita in coma etilico e in pericolo di vita: non posso fingere che il problema non mi riguardi più.

Non sono un medico e non sono mai stata a una riunione degli Alcolisti Anonimi, ma so che ho cercato di smettere da subito, fin da quando ancora ragazzina rubavo il vino dalla damigiana che poi annacquavo perché mia madre non si accorgesse del mio problema.
Sono sempre stata brava a dissimulare la sbronza, la vita itinerante da attrice mi ha poi consentito di unirmi a compagnie che bevevano quanto e più di me e di dimenticare il problema.
Quando ho capito di aver toccato il fondo avevo una sola via d’uscita: smettere. Mi sono detta che se non ce l’avessi fatta quella sera ci avrei riprovato il giorno dopo e ancora l’altro, e così è stato finché ho smesso.
Bisogna ammettere di essere alcolisti per primi a se stessi, e senza vergogna, poi alla famiglia e agli amici.
L’alcolismo non è un vizio, è una malattia.
In tanti mi hanno domandato se un giorno sarà possibile bere qualcosa, così per festeggiare l’ultimo dell’anno o che so, un’importante ricorrenza. Io, come tanti esperti, credo proprio di no, siamo nati alcolisti non bevitori occasionali. Bere, ci piace da morire. Anche adesso, e dopo otto anni, se vedo una birra gelata, mi prende una gran voglia di buttarla giù di un fiato: eppure resisto anche nei Pub londinesi.
No, non si può bere occasionalmente, credo anzi che sia fondamentale continuare a dichiararsi alcolisti e farlo pubblicamente. Non ci si deve vergognare di una debolezza e si possono aiutare gli altri testimoniando la propria vittoria sulla dipendenza; anche il vecchio zio che da lì, dal fondo tavolata pasquale, ci ha guardato con invidia rifiutare più di un maledetto bicchiere.

Si chiama “circolo vizioso” il cerchio che il fondo del bicchiere disegna sul bancone del bar e che, normalmente, noi alcolisti ci ritroviamo a guardare moltiplicarsi, per quel vezzo di poggiarlo e riportarlo alla bocca di continuo e per la voglia che ci prende, dopo il secondo bicchiere, di ordinarne un terzo, un quarto e così via.
Mi hanno insegnato che l’alcolismo è un fondo da non toccare, ma soltanto adesso che sono sobria so quanto sia intollerabile vedere qualcuno che barcolla e straparla, e riconosco, in tutta quella confusione, l’inutile tentativo di superare una sofferenza attuale o un antico dolore.
Io sono arrivata a quella confusione e anche oltre. Come chiunque beva ho fatto e detto cose di cui, ancora oggi e dopo anni, mi vergogno.
Perché il “circolo vizioso” non è che senso di colpa.
Chi non beve non conosce la vergogna che si prova al ricordo di certe nottate. Parenti che accorrono alla festa dove l’alcolista balla nuda sui tavoli, mariti che si consolano nell’altra stanza con una qualunque mentre la signora è impegnata a svuotare bicchieri altrui lasciati qua e là sul mobilio di casa, figli che preferiscono fare un giro on line pur di non sentire la solita barzelletta biascicata per la centesima volta.
Si chiama vergogna quella che il giorno dopo, spinge l’alcolista a entrare di nuovo nel bar.


Perché da effetto il bere diventa l’unica causa dei nostri problemi.
Beviamo per sanare insicurezze, tamponare dolori, rimarginare ferite poi, però, dimentichiamo il perché abbiamo iniziato, e quando per caso ci guardiamo in una vetrina senza riconoscere il nostro corpo ormai trasfigurato, l’alcol occupa già tutta la nostra esistenza.
Ci sono i bevitori del fine settimana, che contano i giorni e lasciano che il tempo passi il più rapidamente possibile affinché arrivi il venerdì assieme a una scusa plausibile. Ci sono gli alcolisti serali, che fanno lo stesso con la propria giornata dimenticando tutto, tralasciando gran parte dei propri doveri, distratti dall’ansia di arrivare all’aperitivo e dissetarsi con roba forte. Ci sono le casalinghe, che bevono già dal mattino, ben protette dalle mura domestiche e in fuga dalla frustrazione che le insegue dal giorno delle nozze.
Quando si sta nel mezzo del circolo vizioso non si riesce più a vedere la bellezza che c’è al di là di esso.
Guardando il mondo girare attorno alla disistima di sé non si può vedere oltre il muro di vergogna che da soli abbiamo innalzato: per i capelli tagliati a zero una sera di qualche giorno fa, per lo schiaffo dato in un moto di gelosia del tutto irrazionale, per quella strada a senso unico presa alla massima velocità e per il verso sbagliato.

Tutta l’esistenza viene organizzata in funzione della bottiglia.
Si decide di andare a cena da amici se sono generosi nelle mescite e se no, ci si porta dietro una buona dose con la scusa dell’occasione speciale. Anche le amicizie sono asservite al dio Bumba.
Bere in compagnia è meglio, restare sino alle sei del mattino a raccontarsi cazzate e solo per quel goccio in più è più piacevole che restarsene ipnotizzati davanti a Ghezzi e film in giapponese e senza sottotitoli. A un certo punto si diventa dei veri esperti in “cose mai viste”.
Perfino lo specchio diventa clemente: anche lui si ubriaca delle nostre scuse banali, delle giustificazioni e dei buoni propositi, anche lui vede nel gonfiore un che di positivo.

Anche la famiglia non vede, e se vede partecipa di buon grado alla recita: è Natale, la ragazza l’ha lasciato, il lavoro non si trova. Ci sono troppe buone scuse per non vedere il dramma. Ci sono mille motivi per rimuovere.
Il nostro tempo è scandito dai sorsi, la pendola dell’alcolista si muove assieme all’ossessione di bere, e una volta col bicchiere in mano, si ferma.
Perché lì al bancone del bar diventiamo tutti giganti.
Improvvisamente tutto è chiaro e lampante, la nostra debolezza e il lerciume sono da addebitare solo all’altro: a quella stronza che ci ha lasciato, al Natale di merda, ai raccomandati che ci rubano il posto di lavoro. Tutto si aggiusta quando si sta seduti in vineria con il gomito appoggiato al bancone, ma il giorno dopo la vita tornerà a metterci davanti allo specchio e ci domanderà di mostrargli la lingua.
Quando lo feci io, quel mattino di otto anni fa, mi dissi che se non avessi smesso sarei morta prestissimo. Di alcol si muore e di alcol si uccide.

venerdì 15 marzo 2013

Deriva #22 Chincaglieria

Ci sono due modi per presentarsi alla festa su nell’attico di via dei Condotti, sempre ammesso che ci si voglia andare, nessuno è obbligato e ognuno può rimanere legato alle proprie abitudini, cattive o buone che siano. Comunque, se vi arrivasse l’invito a un Party ai piani alti, potrete scegliere di spendere tutto il vostro stipendio (ammesso che l’abbiate e sperando che basti) per comprare a saldo un abitino firmato e fare la questua tra i parenti per mettere assieme più oro possibile, oppure, affidandovi al vostro buon gusto, potreste decidere di andare per negozi dell’usato in cerca di capi originali.
Parliamo quindi di autoreferenzialità e di ego smisurato. È ovvio che la strada meno rischiosa sarebbe di omologarsi al jeans firmato e alla camicetta nude look, se mi vesto con uno Chanel anni sessanta, invece, rischio che qualcuno dei camerieri in livrea mi sbatta la porta in faccia.
Alla fine cosa conta veramente? Che io mi senta a mio agio quando il signore inglese dalle scarpe inglesi e dall’inglese incomprensibile mi si avvicinerà per presentarsi o che, specchiandomi in uno dei sobri pendagli di platino della padrona di casa, mi sorprenda boccheggiante come un pesce fuor d’acqua? Tra una biografia forzatamente divertente, che stride con una quantità sorprendente di "buongiorno", e un semplice e grigiastro uomo qualunque, io scelgo sicuramente il secondo: essere consapevoli della propria normalità è già una vittoria rispetto a fingersi qualcun altro. (E per quanto riguarda la questione “normalità e giudizi” vi consiglio la #deriva 18).
Quando, recalcitrante verso la mondanità, mi sono dovuta presentare davanti alla porta blindata dell’attico, sapevo già che non avrei potuto competere con acque marine grandi quanto delle noci grandi e tempestate di diamanti purissimi, e anziché mettere al collo tutto l’oro che avevo in casa, ho scelto una parure fantasia Made in Dior di mia nonna: unica e originale.
Cerchiamo di essere sempre noi stessi.
Se qualcuno non ti segue, è perché non gli piaci abbastanza o perché gli piaci troppo.

Ci sono diversi generi di tuitteri. Tanti, sono quelli che s’iscrivono per attrarre un buon numero di “follouer”, e sono blogger, scrittori, fotografi, Aziende, case Editrici eccetera, altri desiderano fare nuove amicizie e confrontarsi sulla nostra ridicola attualità. Ma non solo: alla fine si parla sempre di tuitter, e una buona percentuale di utenti non fa che spettegolare sulle abitudini altrui, come d’altra parte faccio io con queste #derive.
Un paio di giorni fa mi sono scontrata con una tizia che parlava di “leccaculo”a proposito di chi fa complimenti alle tuitstar per ottenere rituit.
Personalmente, e al contrario di ciò che molti hanno dichiarato sulla mia TL, non credo che avere molti o pochi follouer sia un dato secondario. Fosse così, non leggerei anatemi quotidiani sui defollou inaspettati, brindisi per il raggiungimento dei tremila inseguitori o la tristissima conta giornaliera di chi ci ha seguiti e chi no. Non lanceremmo decine di accuse al vetriolo verso chi si rituitta vicendevolmente, o su chi cancella dalla TL interazioni sgradevoli o critiche aspre -a proposto io, sono una di quelli. Se, come tanti dichiarano, fosse così indifferente il numero di persone che ci seguono, non scorrerei decine e decine di tuit che raccontano di comportamenti “mafiosi” che mirano solo all’accumulo di follouer, di #FF sottobanco e Blogger che pubblicizzano altri Blogger.
Non facciamo i bambini: twitter è un gioco e in un gioco i punti sono importanti!
Suona stonato al mio orecchio sensibile e diffido da chi tuona digitando: assolutamente no, non sono qui per avere più follouer. Eh, no, non ti credo visto che poco tempo fa mi hai fatto notare che eravamo arrivati a mille follouer contemporaneamente e che tu, adesso, ne hai circa quattromila.
Ciò che desideriamo, sia che si metta in primo piano il lato B o delle labbra carnose, è soltanto l’approvazione degli altri, del pubblico, e il pubblico, si sa, applaude solo se si è credibili.

È vero che le interazioni creano maggiore collante tra i profili, e anche credibilità (io mi rapporto direttamente con qualcuno per sapere chi è) ma è anche vero che un’affettività esagerata, certi “tvb” e milioni di baci, tante dichiarazioni di stima e mielosi complimenti, cadono nel nulla se non suffragati dalla costanza, dal famoso rituit e possibilmente da più di un incontro off line. E al di là del fatto che l’amicizia si misura concretamente nei momenti di gioia o di bisogno e fuori dal web, credo che la “cyberempatia” sia un sentimento del tutto unidirezionale: siamo noi che cerchiamo amore e lo riversiamo su chiunque ci mostri simpatia.
Ho un elenco lunghissimo di persone che per mesi mi hanno menzionata e applaudita e, lautamente ricambiate, sono poi sparite nel nulla: olè.
Ma non solo, ho avuto contatti con profili che hanno finto pubblicamente di volersi prodigare per me, domandandomi anche il curriculum da far visionare a chissà chi per poi defollouarmi al primo diverbio in TL. Allora dico: attenzione, dietro ogni Picture c’è un essere umano e una vita vera. C’è qualche imbecille, come la sottoscritta, che se fosse stata meno sensibile, oggi non sarebbe nemmeno disoccupata.
Cerchiamo di non essere così emotivamente coinvolti dalle storie che leggiamo e, prima di dichiararci affettivamente coinvolti, misuriamo con attenzione l’oggetto del nostro amore, magari, come succede nel 90% dei casi, non è che un fuoco fatuo e chincaglieria senza valore.

Perché quindi accusare gli altri di essere “accumulatori compulsivi” di consenso e con tanto accanimento? Facciamo come le donnette che segnano a dito la più bella del paese? A parte l’uso del termine “compulsivo” che in termini di usura fa il paio con “bipolare”, mi domando perché prima di tuittare disprezzo, non guardiamo come siamo messi noi “in fondo in fondo”? Io lo faccio, e riesco anche a dirmi che sono un’inguaribile invidiosa. Se l’accusa di voler accumulare follouer mi arriva da una pseudo tuitstar (il profilo che ha maggiore scarto numerico tra follouing e follouer) mi viene semplicemente da ridere.
Perché nascondere la vera finalità di questa giornaliera perdita di tempo e dichiarare che siamo qui soltanto per conoscere belle anime? E inoltre, se sono su un social network dove la stragrande maggioranza dei profili è anonima, che genere di conoscenza posso avere dell’altro se non conosco neppure il suo nome.
Tuitter è un mezzo potente per comunicare ma è anche un portatore sano di perdite di tempo, amori usa e getta, dichiarazioni d’amicizia sopra le righe e troppe personalità da manuale che tuittano banalità. Proviamo almeno a usarlo con la massima onestà e con le migliori intenzioni, magari, evitando tutta questa ipocrisia.