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venerdì 10 maggio 2013

Morire di Gioia




Era normale quell'attesa anzi: potrebbe anche non arrivare!, si disse l’uomo ordinando con un breve cenno il secondo drink. Poi ruotò un paio di volte con gesti decisi il posacenere già pieno di cicche, e si mise ad ascoltare il tizio che cantava un intonato medley di pop inglese.
Non la vedeva da oltre un mese, erano passati esattamente trentasette giorni dall’ultima volta che l’aveva incontrata. Dopo, era sparita nel nulla cancellando account su social network –numerosi e dai nickname significativi- e cambiando numero telefono.
Pensare che ci aveva messo una vita a ottenerlo, il numero di cellulare, si disse l’uomo in penombra mentre di nuovo la voce del cantante veniva inghiottita dal rumore di fondo del locale, e lui cercava di riprendere possesso di sé, del suo cuore, almeno di una fetta piccola piccola di quell’organo vitale, che all’idea di rivederla pompava a più non posso.
Da tre anni impazziva per Gioia.
Incredibile!, e scosse la testa per un po’, passando lo sguardo chiaro sulla tovaglia dozzinale e sugli arredi anonimi di quel piccolo ristorante sul mare.
Era incredibile che una donna con quel nome si portasse addosso un carico così importante di sventure: le volte in cui gli aveva sorriso poteva contarle sulle dita della mano. Una volta in barca, quando tirò su una roba bella grossa, sul Monte Bianco davanti al sublime, al Museo d’Orsay davanti a un Manet, e a Viterbo, quando gli concesse di passare la Pasqua assieme e un microscopico bimbetto bruno vestito a festa, durante la processione le aveva abbracciato le gambe scambiandola per la madre.
Per il resto del tempo, Gioia era sempre imbronciata e scontenta. Normalmente spariva prima dell’alba e senza salutare, almeno così succedeva le rare volte che restava da lui dopo il sesso. Nemmeno i viaggi, che l’uomo organizzava senza risparmio di energie e denaro, lasciavano trasparire in lei tracce di entusiasmo, di curiosità, per non dire di gioia.
Gioia. Chissà com’era da bambina, si chiese concentrandosi sul drink e sui cubetti di ghiaccio che si scioglievano sotto il suo sguardo.
Non sapeva niente di lei. Viveva sotto falso nome da sempre. Che poi poteva chiamarsi anche Anna, Antonella, Francesca, Alessia.  Roberta. Cambiava città e abitazione di continuo, look e colore di capelli. Perfino per lui era stato difficile rintracciarla, e sì che di latitanti ne aveva catturati parecchi.
L’uomo diede un’occhiata al display del cellulare come per un’abitudine involontaria, senza ansia né aspettative, cercando di non fermare il tempo con un “non è detto che venga” che l’avrebbe gettato nel panico. Il fatto che fosse anche ritardataria era un buon calmante per il bruciore che già gli infiammava lo stomaco, la ferita che si faceva più profonda ogni volta che entrava in contatto con lei. Anche se non lo ammetteva, passarci sopra e lasciar correre era difficile. Lasciare che quella donna nemmeno bellissima rimanesse del tutto indifferente al suo fascino era del tutto inammissibile.

Fu la vibrazione del cellulare a salvarlo dall’angoscia nascente.
Ma non rispose e mise in mute, così come non rispose alla chiamata seguente e all’altra ancora.
Era sempre lei, la solita, quella di cui nemmeno ricordava il nome e che per una scopata gustosa, ma non irrinunciabile, gli si era attaccata alle ginocchia come una martire e non lo mollava più. Una volta se l’era ritrovata in commissariato con una falsa denuncia di stupro in mano. Urlava che doveva assolutamente conferire con l’Ispettore tal dei tali (ossia lui) altrimenti sarebbe andata via senza firmare. E prese per il culo tutti, psicologo compreso. Gli fece una gran pena vederla in preda a quel vulnus passionale, l’odore acre e lo sguardo temibile, ottuso e impenetrabile, ma d’altra parte lui aveva messo bene in chiaro la faccenda. Ma niente da fare.
Un maschio single, affascinante e oggettivamente bello era ovvio ne avesse a grappoli. Se poi faceva un mestiere misterioso e un’esistenza tutta segreti e azioni pericolose, indagini e pedinamenti... e si specchiò nel display buio del cellulare.
Andava fiero della sua collezione di femmine, come le chiamava solo e soltanto riferendosi all’aspetto più pittoresco del termine, senza malizia o sessismo, anche se poi, in fondo in fondo, non ci aveva mai creduto alla presunta parità raggiunta, e naturalmente sorrise tra sé, mentre, per un’improvvisa accensione del desiderio dovuta forse al collage di sorrisi femminili che gli era passato per un istante nella mente, scorreva con sguardo da profiler le donne sedute ai tavoli.
Era stato per quel desiderio ossessivo di scoprirle prima che fossero nude che aveva deciso di fare l’investigatore. Solo per quella ragione –che anche il padre considerava ottima- aveva preso il massimo dei voti in psicologia. L’idea che bastasse un solo gesto o uno sguardo a svelare la vera natura di un individuo lo mandava in estasi.
Tutta la sua vita ruotava attorno a quell’ossessione, la preparazione atletica (mens sana in corpore sano), la meditazione: camminata, zazen, steineriana, arti marziali e alimentazione.
L’uomo in giacca di pelle nera, che poggiava e sollevava il cellulare dal tavolo facendogli fare casuali piroette tra le dita, curava ogni aspetto di corpo e mente e le donne, facevano parte integrante dell’esercizio quotidiano, incidenti compresi, ossia tutte quelle che non si arrendevano alla realtà dei fatti, e che in guanti di lattice si prodigavano per casa già dopo la prima scopata, assottigliandosi di giorno in giorno per quella brutta abitudine di voler esserci sì, ma senza disturbare.
Invece lui avrebbe dato qualsiasi cosa per trovare una donna che gli fosse di peso, che gli togliesse il respiro, che lo facesse allontanare per un po’ da se stesso a e da quella ricerca costante di perfezione. Avrebbe perfino svenduto la sua collezione di scacchiere per una che avesse il rumore dentro, naturale, potente come la risacca dell’oceano, pur di metter via agenda e telefono, di dimenticare qualunque cosa per un paio d’ore. Per una come Gioia, per esempio, si sarebbe fatto anche ammazzare.
E adesso che quella strana emozione era diventata una leggera ansia, percepì un pericolo imminente uno di cui ancora non conosceva né entità né natura del danno: era l’effetto “ferita” procurato da Gioia, dal suo pensiero e dal suo ricordo!

Prese il telefono con aria accigliata, scrollò un paio di volte il “registro chiamate” e lo rimise sul tavolo, poggiandolo con cura e cercando poi la simmetria con tovagliolo e forchetta.
Domandò il terzo drink e si avviò in bagno.
Si diede uno sguardo nello specchio dalle luci oscene e andò a pisciare. Mentre ascoltava il gocciolio irregolare – il proprio e del tizio nel bagno accanto- immaginò che al suo ritorno avrebbe visto Gioia seduta al tavolo, anzi no, ancora in piedi, abbracciata come sempre a qualcosa di caldo e pesante anche d’estate, e alla sua malinconia, al freddo onnipresente che le faceva tremare appena il labbro. Vestita come sempre in pantaloni classici e camicetta, niente di speciale a parte l’aria da eterna scontenta, lo sguardo diffidente e duro, le labbra piccole e pallide. Niente di speciale a parte quel fragore di onde che lui sentiva risuonarle dentro e che s’infrangeva in uno sguardo per lo più immobile e assente.
In realtà poteva anche essere desiderio, quello.
In realtà sapeva benissimo di cosa si trattava, ma soltanto pensarlo che un giorno Gioia l’avrebbe voluto sul serio, gli procurava un dolore ancora più intenso che la sua assenza. Amava i silenzi punitivi della donna, le parole dure che uscivano dalla sua bocca senza nemmeno assumere un’espressione, un colore, una tonalità appena più alta, un volume poco più forte, come non fosse degno nemmeno di un suo insulto. Era quel senso d’impotenza che lo teneva ancora in vita, che gli dava la certezza di non poter riuscire in tutto, della propria natura fallace.
Solo se si sa di poter perdere si vince, si ripeteva sempre. Forse glielo diceva suo nonno, o il padre, non lo ricordava. O forse l’aveva letto su uno di quegli orrendi manuali del perfetto seduttore.

Domandò ancora un drink che erano passate le undici e venti. Un’ora di ritardo non era un record per Gioia...
Decise comunque che dopo quel drink se ne sarebbe andato. L’ultima stranezza di Gioia era stata quella del numero privato: e fine della discussione, gli aveva detto. Se vuoi è così altrimenti niente!, aveva ripetuto la donna guardandolo da sotto in su come faceva sempre, con lo sguardo annoiato, le gambe accavallate come un maschio e la vittoria già in tasca.
L’ultima volta che ne avevano discusso, aveva un baschetto rosso, che risaltava tra il mare scuro come la pece e i suoi capelli. In realtà era lui che spiegava le sue numerose ragioni mentre lei si limitava a scuotere la testa come una ragazzina cocciuta.
E di nuovo guardò il display del cellulare e il ghiaccio nel drink.
Quando domandò il conto era quasi mezzanotte.
Quando, per eccesso di velocità e alcol, l’uomo sfondò il guard rail per morire sul colpo, era mezzanotte e un quarto.





sabato 4 maggio 2013

Deriva #28 Deriva della seduzione: il cinquantenne

Quarta e ultima parte...


Quel “Dimmi...” significa attesa e asservimento. È un uomo che la guarda scomposto al di là del tavolo, e che tra i rimasugli di una cena lunga e piacevole, le domanda di parlare ancora e di non fermarsi mai. È un uomo assetato, che vuole scoprirla anziché mettersi in mostra. Uno che, nonostante i mille impegni da uomo rampante, manager, giornalista, scrittore, parlamentare o ex comunista, vuole scavare in lei per trovare finalmente una fonte dissetante, labbra che dicano cose intelligenti, certo, ma che lui tra poco impegnerà in altro, fra meno di un quarto d’ora, forse, nel suo bagno pieno di specchi.

O più probabilmente non è nulla di tutto questo. È plausibile, invece, che il cinquantenne abbia digitato quel “Dimmi... ” così caldo ad almeno altri tre contatti, e ora aspetta la risposta più in linea con il proprio stato d’animo. Più che sapere vita, morte e miracoli della tizia in questione, l’uomo ha bisogno di frasi sibilline che lo distraggano per un po’ dalla noia che se ne sta aggrappata alle sue giornate e che da anni assedia la sua vita coniugale: tranquilla, perfetta, apparentemente sana.
La relazione liquida ha su di lui lo stesso effetto benefico che le domeniche della sua infanzia passate in campagna, ore di svago consumate tra il pigro dondolio dell’amaca, corse a perdifiato nei campi inondati dal sole e la certezza, rassicurante, che nessuno l’avrebbe mai abbandonato lì da solo.  Quei DM (direct message), rari e brevissimi, sono la meritata conclusione di una lunga giornata di lavoro, il cioccolatino fondente che accompagna il Brandy appena versato e che ancora fluttua pastoso a pochi centimetri dalle sue dita, nel bicchiere giusto, proprio lì accanto a una pila di libri, primo tra tutti “Massa e Potere”, ultimo, ma soltanto per caso, “L’uomo senza qualità”, volume primo, edizione Einaudi, copertina color carta da zucchero.
Una relazione liquida deve avere lo stesso sapore di una gita al lago per la gara annuale di pesca. Breve, divertente e non dispendiosa. Una storiella on line ha lo stesso effetto relax di un’andata al cinema, ma evitando traffico, dispendio di denaro e nessun commento di sua moglie (o amante) durante la pizza post film nel solito locale affollato.

Il nostro cinquantenne rampante ha conosciuto bene il tempo analogico e mai e poi mai tornerebbe lì, anzi, ci pensa con orrore: appuntamenti tediosi con la tizia sbagliata, soldi spesi a palate per sperare in una scopata che si rivelava spesso algida e brevissima, l’opera omnia di Fassbinder per rimediare quella di sinistra –che si diceva normalmente più generosa, che usava la pillola e che al mare faceva vedere le tette.
Con il digitale l’uomo moderno mette fine all’incubo del “pre”, a tutte quelle chiacchiere che raramente si risolvevano al primo appuntamento, e significavano: “dobbiamo conoscerci meglio prima di farlo”.
Farlo... sì.
Che poi è anche una bella fatica, oggi soprattutto, pensa l’uomo tamburellando sulla scrivania un vago ritmo d’impazienza, oggi che le donne si sono fatte più scaltre e raramente la danno via per niente. Farlo... sì, è una parola con queste che sono così ben preparate, pensa l’uomo, tamburellando adesso un ritmo più sincopato al pensiero di certe bellezze aggressive che cercano la prestazione alternativa, quella sadomaso magari, una performance dalle mille posizioni cui lui, forse, non si sente più adeguato.
Ma finalmente non è più così, conclude l’uomo sorridendo (forse, credo, così mi pare di vedere da qui).
Ora si può liberamente sognare per mezz’ora anche grazie a un significativo “Dimmi...”, cui potrebbe seguire un di lei un politico “di questi tempi cosa vuoi che ti dica”, un pragmatico “avrei troppe cose da dirti, ma non in centoquaranta caratteri”, un simpatico “è una parola... ”, un cameratesco “inizia tu che a me viene da ridere”, un passivo “suggerisci tu il tema”, un creativo “facciamo il gioco delle frasi spezzate”, un pudico “non amo le confessioni”, un romantico “se tu fossi il custode dei miei segreti!”, un sibillino “vuoi che ti dica quanti amanti ho avuto”, un sensuale “però tu tienimi per mano”.
Sono passati sì e no dieci minuti e venticinque secondi dall’inizio della seduzione e l’attesa si è fatta rovente: il tempo digitale passa più in fretta, brucia le tappe, e spesso si consuma in un istante con una sveltina mentale che si conclude per azzeramento naturale di argomenti.

La donna, dall’altra parte della città e forse dello stivale, continua a guardare Zombie in mute e aggiunge un po’ di salato al dolce.
Nel frattempo, infatti, -quello giusto per un’attesa da social network- è corsa in cucina per metter fine a un serio attacco di fame nervosa. Le aspettative: villa a Capalbio con servitù, barca a Porto Venere e colpi di estetista e di sole necessari, le hanno scavato un tunnel anche nello stomaco. 
Mortadella e birra saranno la sua fine!
Mi verrebbe da dirle di stare attenta, urlarle di farsene una soltanto: l’effetto ebbrezza “doppio malto” potrebbe far seguire a quel “Dimmi... ” una serie di pericolose, ma soprattutto noiosissime confessioni.
La prima: il racconto particolareggiato della propria infanzia triste. In centoquaranta caratteri diluiti in venti DM (pieni di refusi dovuti a emozione e fretta), la quarantenne dall’aria distratta potrebbe distillare, per esempio, l’episodio del cugino di terzo grado, il terribile Ivan, che pare l’avesse importunata in un campo di pannocchie.
La seconda: gli amori passati, sempre troppi per il finto progressista attempato, che confonde passionalità con leggerezza, curiosità con imprudenza e coraggio con aggressività.
La terza e temibile ipotesi: la storia del suo primo matrimonio. Perdendosi in quella saga familiare che sa di telenovela, la donna inciamperà in frasi retoriche sulla fiducia tradita, perdendosi tra i labirinti della psicanalisi da spiaggia, cadendo infine, e rovinosamente, in un buon numero di luoghi comuni certamente mal visti dall’intellettuale.
Ma non sarà così.
La mia Calipso duepuntozero, che tesse giornalmente on line il proprio desiderio di amare, digiterà qualcosa che non lascerà andare così facilmente l’Ulisse postmoderno, che aspetta impaziente dall’altra parte del monitor.
Perché il sogno è sempre una zattera resistente sulla quale azzardarsi a solcare l’ampio oceano del sesso virtuale. Nella narrazione onirica, cui non dovranno mancare particolari piccanti, la donna potrà far passare un’immagine di sé arrendevole ma anche forte, colta ma non più di lui, pragmatica sì, ma assai romantica, sicuramente impudica –quel tanto che non lo spaventi- e passionale al punto giusto. Tra degli incauti ma funzionali “le tue mani grandi”, “la tua bocca sanguigna”, “il tuo sguardo severo”, “la tua voce sensuale”, la nostra cacciatrice di cuori lo terrà attaccato alla tastiera per almeno un’ora buona, lo stordirà con l’analisi di due o tre immagini simboliche, e farà sì che si addormenti accanto a sua moglie con un largo sorriso sulle labbra, e senza alcun senso di colpa.
Tutti quei particolari femminili visti in foto e certe risposte piene di sospensione faranno sì che possa lui stesso completarne il ritratto.
Quanto durerà?
Sicuramente non più di un attimo, il tempo che servirà alla curiosità del maschio di esaurirsi del tutto, e finché il desiderio che lei avrà d’incontrarlo non diventerà molesto tanto da meritare un definitivo BAN (cancellazione del contatto). Come se al di là di quell’antro oscuro e ancestrale ormai svelato, non ci fosse niente di più che una donna uguale a tutte. Come se al di là di qualche PIC un po’ hard, non ci fosse più niente da scoprire.
Se così non sarà, gioirò per loro, per un amore clandestino nato tra i pixel e finalmente consumato tra le lenzuola umide di saliva, sperma e ottimo champagne.

mercoledì 1 maggio 2013

Deriva #27 Quando un bel social diventa un sanguinoso campo di battaglia


Ad agosto la mia #derivaditwitter (minigalateto anti cafone) compirà un anno.
Quando scrissi il primo pezzo provai un brivido intenso pensando che certamente, la maggior parte dei tuitteri non l’avrebbe capita, e che per essa mi avrebbero anche insultata. Così è stato, è, e sarà.  Ma non potevo lasciare inutilizzati gli anni passati con le mie nonne tra circoli velici e case ottocento, dove vecchie ingioiellate che sapevano di antico, si riunivano tra mille convenevoli e riti per giocare a qualcosa, non potevo non raccontare l’esperienza accumulata tra feste esclusive in case da sogno e Boutique di gioielli in via dei Condotti. La mia missione è sempre stata quella di osservare e raccontare. Lo facevo quando recitavo e lo faccio oggi, mentre provo a restare a galla in questo mare di squali e di merda, di pettegolezzi e di piccole mafie, materia prima di cui è composta la nostra esistenza. Viviamo in una società classista, e che non lo si voglia accettare mi fa ancora più paura.
Non c’è da offendersi, ma soltanto da prendere atto che se c’è qualcuno che scrive e qualcuno che copia vuol dire che non siamo tutti uguali. C’è chi crea e c’è chi ruba. Che poi sono gli stessi che pur di fare una battuta o di umiliare pubblicamente uno sconosciuto a proprio vantaggio, sarebbero disposti a vendere la propria madre. Insomma come ripeterebbe mia nonna cresciuta in collegio svizzero e vestita soltanto Chanel, Twitter è ormai “alla strada”. La violenza è così diffusa, che anche chi è in possesso di sale in zucca si offende per un nonnulla. Sarà colpa della dipendenza da social network che forse ci opprime con strane ansie da prestazione, ma assisto a uscite di senno clamorose. Come la tizia, che dopo un anno di MIEI RT e di MIEI #FF, è andata in bestia per un mio tuit innocente, e certamente non rivolto a lei che grazie a dio nemmeno conosco, e che ha iniziato a farmi la guerra scrivendo TUIT senza menzione ma evidentemente pieni di astio e livore –del tutto gratuito- verso la mia persona. Bannata subito. Eliminata e senza spiegazioni. Dimenticata con la stessa rapidità con la quale l’ho conosciuta. Chi aggredisce a quel modo e senza una ragione seria ha veramente bisogno di una buona vacanza al mare. Dimentico con molta rapidità il male che gli altri mi fanno e pago a vita la mia disattenzione di un attimo.
C’è ancora chi s’infuria nel non voler ammettere che Twitter è di fatto un mezzo diverso da FB e diversamente va trattato, ma contemporaneamente soffre –senza ammetterlo- di avere pochi follouer, e si vendica insultando di continuo chicchessia, come chi si ostina a non dare il Follou Back per non avere sotto gli occhi una sequela di tuit insulsi e volgari. Non c’è bisogno di salutare la TL, di avvisare cha andiamo e torniamo dal lavoro, che mangiamo e andiamo al cesso. Ve lo immaginate il tizio al Party nell’attico che si affaccia in salone annunciando a tutti il proprio arrivo?
Io esprimo la mia opinione e basta, ed è ovvio che tu sei libero di fare come ti pare, e non dobbiamo nemmeno dirlo ogni volta: è implicito. Ma non lamentarti del se poi ti seguono in dieci. Fai la stessa figura del tizio vestito da Sioux alla festa in maschera con tema “Pirati dei Caraibi”, se sei vestito fuori tema è un problema tuo, non sono gli altri a doversi adeguare a te. Io non mi adeguerò mai alla maleducazione altrui. La TL scorre, come ho scritto un giorno dovrebbe essere il nastro trasportatore dei nostri attimi. Magari attimi belli, poetici, significativi. Ma molto probabilmente gli attimi di tanti di noi sono fatti soltanto di questo: del ruttino del bimbo e di scarpe acquistate, di parcheggi da trovare e di battute volgari.
Così come io sono pur libera di non volerli leggere questi attimi o di denigrarli, libera di non trovarli interessanti e di voler rimanere a guardare il mio cortile di magnolie piuttosto che una discarica di parole inutili, di giudizi su un politico o un altro digitati alla meglio, letti su tuit altrui –i post sono troppo lunghi perché si vada oltre il titolo. Personalmente voglio leggere tuit di qualcuno che ne sappia più di me, e non per sentito dire, e non eco di eco di qualcosa che alla fine non ha più nemmeno un senso. Twitter ha dato a chiunque la possibilità di sparare. Si prende di mira un profilo e si sparano parole.
Non si dice che ferisce più la lingua che la spada? Voilà. Ci si sfoga così della frustrazione accumulata, si puntano i piedi sul fatto che ormai la democrazia è partecipata, ci si elegge da soli a statisti e a grandi esperti di Costituzione. Con la scusa della mala politica, dei ladri e dei corrotti a Palazzo, chiunque si sente in diritto di vestire l’abito del vendicatore mascherato e di dare colpi di fioretto alla cieca. Con la scusa che non esiste meritocrazia chiunque, si sveglia e s’incorona Re, chirurgo, filosofo, intellettuale e attore. E guai a negarla o a metterla in discussione la potenzialità creativa altrui.  Guai a dire che magari si dovrebbe anche studiare, che forse per fare certi mestieri almeno Molière bisogna averlo letto, sapere qualcosa sul Teatro d’avanguardia o sulla commedia dell’arte, sull’uso del corpo o della voce.
Oggi non servono più accademie, non più Maestri, nessuna guida è necessaria: almeno così mi è capitato di leggere sul tuit di una ventenne. Siamo una popolazione di uomini e donne fatte, di persone che possono fare a meno di chiunque, tranne che di se stessi. Ebbene per me non è così.
Ci sono persone che ne sanno più di me, tante. O persone più spiritose di me, tantissime. E grazie a dio è così, se io fossi il massimo della conoscenza, saremmo messi malissimo. Ma ormai non è più importante scrivere tuit sagaci. Non li rituitta più nessuno. La massa di quelli che ti fottono il resto, il posto e magari anche la moglie, sono tutti on line con la propria sicumera da brutti ceffi.
Twitter è diventato un posto troppo chiassoso per me. Non mi piace il livore che leggo ogni giorno. Battaglie che esplodono per amore, per fede politica ma anche per sciocchezze, e si consumano tra una TL e l’altra rosicchiando le nostre energie e i nostri attimi migliori. Strategie di guerra, alleanze, pettegolezzi in DM, Tuit diretti chiaramente a qualcuno, ma che vigliaccamente non viene menzionato. Riferimenti chiari a “quella troia” a quel “bastardo” a “quel figlio di puttana” e che si traducono in un bla bla bla velenoso che non porta a niente. Ma io mi domando: come faccio a odiare qualcuno che non conosco? Buona giornata, buon 1° Maggio. Io vado al mare.

mercoledì 24 aprile 2013

È soltanto una ragazza


Lo trovo lì a ogni pulizia di primavera. I romanzi che mi regalava a ogni incontro –narrativa contemporanea- sono tutti lì, quinto scaffale a destra partendo dal basso. Non era uno da social network, no, e comunque il suo ricordo lo preferisco chiuso in questa stanza, al sicuro dal senso di colpa, il mio.

Più o meno all’inizio di ogni mese mi versava un tot sul conto. Dentro ci metteva le spese per treno o aereo, l’hotel in centro e una lauta mancia per il disturbo. Certo non il pagamento dovuto per il piacere che gli davo io, superiore a quello che prendevo, almeno stando alle lettere –prolisse- che mi scriveva durante le settimane che ci tenevano distanti.
Non ho mai capito che lavoro facesse, d’altra parte limitavamo i nostri incontri per il mondo a una camera d’albergo. Viaggiava per convegni -su non so cosa- e scriveva saggi che soltanto per dovere aprivo svogliatamente in treno, durante il viaggio di ritorno, e che usavo per aggiungere particolari al romanzo che mi ero fatta di lui.  Era stato proprio in treno che l’avevo incontrato in una mattina scura di principio autunno. Io, assonnata e nervosa, partivo per una scrittura al teatro Stabile a Modena, lui anche, ma per una conferenza.
Dopo aver trovato una scusa banale per agganciarmi: vuoi una sigaretta, mettere la faccia fuori dal finestrino, fare due passi nel corridoio affollato?, non mi si staccò di dosso per tutto il tempo. Parlava di continuo mentre io annuivo educatamente. Poi volle accompagnarmi in taxi all’hotel per fermarsi con me al desk fino ad avvenuta registrazione: per accertarsi che sarei rimasta proprio lì e non altrove, forse. Mi braccò per quarantotto ore e diventammo amanti.
Frugando tra le sue cose seppi della moglie –bella- e dei due figli –piccoli- poi, e forse già al secondo appuntamento, scoprii il carico di responsabilità che si portava addosso, le sue nevrosi, e la sua capacità di farmi dimenticare perfino dove mi trovassi.
Mi chiamava se aveva una conferenza fuori Milano e mi parcheggiava in albergo durante il giorno. Al mattino trovavo il mio viso scorticato dalla sua barba, un dolore diffuso, una buona mancia sul comodino e un biglietto, che pur variando ogni volta, aveva sempre lo stesso tono: Divertiti. Comprati qualcosa di carino. Mangia. Non fare la puttana in giro. Non masturbarti se io non ti posso guardare.

Nel suo corpo magro e altissimo si muoveva con grazia femminile. Quando decideva di punirmi, il naso già affilato gli si allungava come un pungiglione velenoso. Attraverso i fili ingrigiti della capigliatura folta, grandi occhi neri mi guardavano con un che di afflitto, come se quella fosse proprio l’ultima volta, ultimo anche lo sguardo che lanciava sul mio corpo che lo invitava a un altro giro di giostra. In Stazione era sempre uno straziante arrivederci che somigliava tanto a un definitivo addio.
Invece, il suo bonifico arrivava puntuale così come la chiamata notturna: vieni il 18 a Parigi, il 15 a Bruxelles, il 23 a Madrid.
Partivo ogni volta con nella sacca un po’ di slip e tutto il mio disincanto, con quella specie di amore che provavo per lui e l’unico desiderio di conoscere un itinerario nuovo, un panorama diverso e chissà quali specialità del posto.
In realtà fuorono pochi mesi quelli che ci videro assieme per aeroporti e stazioni, mano nella mano e sempre in corsa, tra partenze convulse con la moglie dimenticata appena oltrepassato il Gate, e arrivi pieni di gioia e stupore.
Un po’ lo disprezzavo già, ma non abbastanza per lasciarlo in attesa da qualche parte. Dovevo ancora vedere in lui l’espressione instupidita di chi è stato colto sul fatto. Non avevo ancora sentito la sua voce impastata, il respiro accelerato, la mente, fino un minuto prima brillante, che gira a vuoto alla ricerca di una scusa appena credibile. Non conoscevo ancora l’odore acre della lotta che si spande denso come quello del sangue. Lo stridere furioso delle mascelle che non riescono ad articolare: a corto di scuse ragionevoli, private di un cervello pensante che ordini loro che cosa dire. Non avevo ancora guardato su di lui l’imbarazzo della colpa che l’avrebbe finalmente spogliato dell’autorità che si portava addosso, allontanando in un attimo tutti i suoi traguardi, anche quelli già raggiunti: lauree, dottorati, pubblicazioni, premi.

Sua moglie e i ragazzi erano in montagna: vieni, dai, stiamo assieme per cinque giorni, mi disse.
Ero felice all’idea d’invadere la sua vita, di frugare nel suo quotidiano coniugale, di lasciare le mie impronte un po’ ovunque, la mia saliva, la mia pelle. Anche sul bagnoschiuma di sua moglie volevo lasciare qualcosa di me, sul profumo di lei, sul cofanetto dei suoi gioielli, nel suo letto e tra le lenzuola del suo corredo perfetto.
Non è mai bello prendere piccole mance in cambio di tanta dedizione, almeno per me e in quel momento non era abbastanza la suite a Montmartre una tantum. Se abbiamo tanti anni di differenza poi, se mi compri collari di oro bianco, se io ti permetto di andare ogni volta oltre, di denudarmi completamente rispondendo a ogni tua singola domanda, anche la più intima, sempre, anche mentre ho qualcosa di veramente grosso infilato nella bocca: i suoi boxer appallottolati, le mie mutande, una grossa mela incastrata tra i denti. Volevo di più per quello scattare sull’attenti tre volte al mese. Per i segni sulla schiena che diventavano ogni volta più profondi, i colpi giallastri e viola tra le cosce, sulle braccia. Mi doveva almeno un appartamentino in centro e vicino a Piazza Duomo per la mia capacità di giocare con lui, di assecondare la sua assurda pretesa a voler leggere strane deviazioni tra le mie parole, elementi di sospetto, tradimenti inammissibili da punire all’istante. Sarebbe bastato un piccolo mensile per ripagarmi delle ore passate in ginocchio su qualcosa che faceva veramente male. O in piedi, nuda, al centro della stanza. Avrebbe dovuto darmi mance più alte.
E invece niente.  Allora basta un incontro in treno, un timido “Ha da accendere” per incasinarsi l’esistenza. 

Così partii per Milano e per un’estenuante cinque giorni di sesso.
Eravamo al centro del salone, nella penombra pomeridiana di un agosto silenzioso e irrespirabile.
Furono soltanto le sue lettere a metterla in allarme, quelle lunghe lettere che mi scriveva e che abbandonava dappertutto assieme agli appunti per le conferenze e particolari hot, o che lanciava nel cestino tra pacchetti di Marlboro rosse, l’Unità, e cicche maleodoranti.
D’altra parte io gliel’avevo detto di rispondere al telefono dopo che aveva squillato per buona parte della mattina. Gliel’avevo detto, sì. L’avevo avvisato: forse è tua moglie!
Appoggiata allo schienale del divano, lo ascoltavo darsi da fare come un amante esperto sempre in cerca di buone occasioni per sperimentare torture in equilibrio precario. Piangevo e ridevo dell’inspiegabile felicità che colpisce gli amanti.

Quando la vide sulla porta –un’ombra sottile e un’espressione oscura- si alzò e rimase impietrito. Io nemmeno mi coprii né abbassai lo sguardo. Lei non balbettò nulla. Durante quel tempo troppo lungo lei non urlò, non pianse, non fece nessuna scenata. A un certo punto si voltò verso la porta da cui era entrata e fece qualche passo. Poi si fermò un istante come se avesse dimenticato qualcosa, tornò indietro verso noi due e guardandomi gli disse: ma è soltanto una ragazza!, e andò via senza sbattere la porta.
Appena un’ora dopo ero in Stazione con la mia sacca e nessun Romanzo, sola e con quell’indelebile “ma è soltanto una ragazza”, che faceva su e giù tra cuore e cervello, e che sapeva un po’ di preghiera e un po’ d’insulto.