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sabato 22 dicembre 2012

THE RED LIST #Maria


Suo marito non la guarda più dal giorno delle nozze, o forse di ritorno dal viaggio, quando nemmeno l’aiutò con il bagaglio a mano. Lo vide avviarsi sul tapis roulant senza più voltarsi indietro.
Rimossa del tutto l’immagine di un uomo piccolo e ignorante, pieno di sé e bulimico, arrogante e volgare.
I loro due bambini, però, sono “i suoi”, soprattutto quando vanno male a scuola, quando creano problemi e quando piangono.
La casa, invece, cinque vani a Testaccio che valgono una fortuna e che lei ha portato in dote, è di entrambi.
Rimossa l’idea di venderla e mandarlo a quel paese, di farsi tre vani altrove e vivere di rendita, di rimettersi a lavorare e vincere.
La laurea in giurisprudenza è stata appesa nello sgabuzzino, (a che te serve!).

A quarantatré anni Maria si sente già maledettamente vecchia.
Colpa delle neo laureate in minigonna che Giovanni assume ogni sei mesi: il tempo medio di sedurle e passarle al collega.
Eppure, aveva giurato a se stessa che mai e poi mai avrebbe fatto finta di niente, che mai avrebbe voltato la testa dall’altra parte né si sarebbe fatta calpestare.
Così scrive ancora sul suo diario e sulle migliaia di file, che ordinati sul desktop, infila in un blog dal sapore autentico, ma anonimo, che prende il nome dalla maledetta canzone ballata su una pista sovraffollata di un villaggio vacanze, cui seguì la consegna dell’anello, una veretta dozzinale, e la proposta di lui fatta come si conviene: in ginocchio, sotto le stelle.

La sua ambizione è di scrivere un romanzo, e in rete, su twitter, il suo profilo è quello di una donna selvaggia e consumata.
Perladilabuan ha come sfondo un’orchidea tra le più rare, nella PIC le sue spalle nude e magre, fa battute sarcastiche e la sua ricetta di vita è quella del “qui e ora” praticato solo nella sua testa durante le lunghe serate in solitaria davanti alla tivvù in cui si nutre di talk show da commentare argutamente in rete.
In realtà le sue opinioni variano secondo chi ha deciso di sedurre.
Predilige giornalisti più o meno famosi, anchorman o uomini politici di spicco e non con cui arriva a scambiarsi intense dichiarazioni in DM, e che abbandona non appena le domandano qualcosa in più.
Rimossa del tutto l'idea di far capitolare qualcuno, di giocare d'astuzia e far sì che le domandi un appuntamento altrove.
Posta foto che una volta al mese si fa fare da un vecchio amico, Maurizio, e che si accontenta di godere di quel po’ di carne in più che lei gli mostra.

Ha gambe superlative e un corpo da ragazza.
La frustrazione, infatti, la scarica in palestra due volte a settimana e a lezione di ballo, dove accompagnata dal solito Maurizio, sfoggia abiti da tanguera e capelli biondissimi che tinge in casa.
La sua vita sarebbe perfetta non fosse per quella voglia maledetta di rifarla daccapo, di pensare il meno possibile a com’è e di dedicarsi a come sarebbe stata se avesse detto di no.
No all’altare, alla laurea nello sgabuzzino, alla suocera in casa, al pingue mensile che faticosamente ottiene da Giovanni e che deve rendicontare su fogli calcolo da consegnare al ventisette del mese.

Eppure, a guardarla al braccio di lui sembrerebbe felice.
Nessuno immagina che dietro quel sorriso perfetto si nasconde la ricetta di una felicità chimica scritta dal medico di base, di qualche martini all’ora di pranzo e di una fottuta voglia di andare via.
Ed è di quel domani di libertà che Maria si nutre ogni sera, quando anziché domandarsi “dove e con chi sei”, sfoglia le pagine del suo diario bugiardo, pieno di cuori tracciati con precisione e dipinti rosso intenso.
Un domani che immagina accanto a qualcuno che non la diminuisca ogni giorno, che non le dica “cha vai facendo” quando indossa qualcosa di più sexy, che non sbotti in umilianti “ma sei pazza!” quando lei gli si lancia addosso con entusiasmo: grazie a un DM focoso dello pseudo intellettuale di turno, del politico di serie C, del vecchio poeta di campagna, del vignaiolo che scrive e mail dal sapore romantico a tutte le over quaranta che incontra in rete.

Al mattino c’è il suo profilo pieno di follower che le dà la forza per preparare i ragazzi e portarli a scuola, ci sono gli editoriali da leggere e rituittare, da sottolineare e citare da mostrare come prova della propria esistenza un po’ meno amara e che l’aiutano a compiere gesti uguali da sempre e che si ripeteranno così all’infinito.
Pazienza se alle 21:00 nemmeno le domanderà “come stai”.
Maria, abbraccerà il cuscino e manderà giù un buon calmante, l’unico clemente, il solo in grado di darle un sonno di pace.

giovedì 20 dicembre 2012

Deriva #12 L'imbarazzo della risposta imbecille

Okkei, non rispondono.
E neanche io.
È che talvolta mi trovo in imbarazzo. Certe risposte mi lasciano in standby e non so proprio se replicare o andare oltre facendo finta che quel tuit, che non posso cancellare ma che non c’entra granché con la mia affermazione, non sia presente sulla TL.
Ad esempio, preferisco un RT anziché una risposta che ribadisce ciò che ho appena pensato e scritto, come fanno i politici dei Talk Show che ogni volta ripetono ciò che il tizio all'opposizione ha appena affermato e che uno si domanda ma perché non fanno un partito assieme visto che non c'è nessun contrasto.

Non amo lasciare qualcuno senza risposta –sono una che in fila alla Posta si trova a fare carte con l’ottantenne in vena di confessioni- ma qui su Twitter mi trovo spesso nella condizione di fermare il mio dito sul tasto “invio”.
Lo so, non dite niente, non rispondere è cafone ed è una di quelle robe che nelle tuitstar mi lasciano a bocca spalancata. Ma qui è un po’ come in Editoria, ognuno pensa di aver scritto un capolavoro e il rifiuto è pressoché impensabile, almeno all’inizio, prima di capire che la faccenda è governata da ben altre dinamiche... ma questa è un’altra storia.

Insomma, se in Editoria nemmeno inviano più la mail di default, la tuitstar risponde solo se insultata –e non sempre. Certo, ha anche le sue buone ragioni, soprattutto se ventimila rompiballe fanno domande idiote o cercano di interagire a tutti i costi.
Avete mai spiato le TL delle rockstar? Di quelle vere? Pensate sia possibile interagire con i propri fan?
Laddove non sono fake direi proprio di no.
Perché se alla festa c’è il personaggio di turno son tutti lì a porgere bicchieri, saluti e complimenti, e andarsene dopo mezz’ora non è per la “star” un modo per far notare la propria assenza, ma una necessità che nasce dall’assillo: sentirsi contare anche i bulbi piliferi del naso non fa piacere a nessuno.
Ognuno pensa di avere diritto a una risposta ma se la risposta rischia di essere offensiva allora il silenzio diventa d’oro.

E poi si ricade sempre nell’errore del “farsi notare”: se la tuitstar con ventimila follower mi risponde significa che potrei acquisire almeno un paio di inseguitori in più.
Che tristezza.
Perché?, dite di no?, siamo veramente convinti che non ci siano certi calcoli dietro la rispostina acuta, la battuta sferzante e il complimento umido?
E si sente. Uhhh... se si sente! Come per un romanzo ripassato all’ottanta per cento dall’editor esperto e che manca di autenticità.
Poi ci si riduce come su FB dove il “mi piace”, presente sotto ogni stramaledetto commento
(sennò non mi vuoi bene, sennò non mi stimi, sennò non mi hai letto), ha perso completamente di senso.

“Domandare è lecito e rispondere è cortesia” direbbe la mia nonnina vestita Chanel.
Ma credo proprio che su twitter l’interazione non sia sempre necessaria. E soprattutto credo sia giusto battere la lingua al palato dieci volte prima di farlo.
Leggere attentamente un tuit è il minimo, spesso leggo risposte che c’entrano veramente poco con l’affermazione digitata dal proprietario del profilo. E soprattutto, quando si tratta di frasi di tipo personale e dal sapore poetico, non mi pare nemmeno lecito esprimere il proprio punto di vista.

Inoltre, se già non ti follouo significa che non desidero sentirmi obbligato a interagire: per cui poche storie e piantatela di fare i piagnoni.
La modalità di comunicazione one2many, non deve piegarsi a nessun obbligo di risposta, salvo che la tuitstar, che ha diecimila follower e cento follouing, non voglia fingersi democratica e non solo rispondere a chiunque, ma lasciare in TL tutti i tuit scherzosi generosamente elargiti.
La “stellina” è un altro modo che certe "dive" democratiche hanno per sdebitarsi: per gratitudine o simpatia o semplicemente per mettere fine a un botta e risposta che “mannaggia a me e quando l’ho cominciato”.

Ma se la risposta di default, soprattutto in un momento di crisi, dovrebbe essere d’obbligo in azienda, pena il licenziamento in tronco dell’addetto alla segreteria: perché se anche non si può assumere, ignorare una “gentile offerta” di collaborazione determina nel mittente disoccupato una frustrazione crescente che alla millesima mancata risposta può trasformarsi in depressione, non è così nei social media dove spesso –non sempre per carità- i tuit sono provocazioni gratuite o inutile piaggeria.
Anche la mail, inviata sulla casella di posta personale, non ha obbligo di risposta. Se mi invii la locandina all’evento, se m’invii un manoscritto senza domandarmi se posso o voglio leggerlo, se m’invii auguri natalizi assieme a una mailing list di mille sconosciuti, se ti ho già detto che non mi va d’incontrarti e di conoscerti, se continui a scrivermi orrendi poemi, non meriti nessuna risposta.

Se nel mondo zero punto zero tacere significava acconsentire, oggi è ciò che è: t’ignoro.
Punto e basta.
A voi defollouare con un clik pieno di stizza.

mercoledì 19 dicembre 2012

TERESA e... il NATALE e il gran SATRAPO


‘Sto mese di dicembre è anche un po’ sfigato
non bastava il Natale e il portafogli vuoto.
Ci mancavano anche i Maya e B. che torna in campo
e la nostra economia non avrà proprio più scampo.
E dopo un anno intero di salasso a nome Monti
arriva il Cavaliere che vuol scombinare i conti.

Ma sì torniamo indietro, torniamo alla lira!
Lo slogan mi par giusto a convincere l’Elvira,
ma anche la Ninetta che conserva la sua foto
zio Dino e la Giuseppa per i quali è un vero mito.
Lasciatelo un po’ stare il nostro Berlusconi
si sa che sono i giudici a esser truffatori.

E alcuni mesi dopo che il popolo italiano
ha urlato slogan forti tutti contro il nano
e sotto al Quirinale si sperava per il meglio
ecco che ritorna ancor più duro sveglio.
Liftato e inceronato lui è pronto a dar battaglia
e per quella cacciata vuole render la pariglia.


















Ma poi lo si sapeva che a far vincere Bersani
sarebbe ritornato con il circo e i ballerini.
Or io mi sento proprio in una storia del Boccaccio
che dopo il male estremo arriva anche il peggio.
Dovremo sorbettarci di B. tutti gli effetti
quelli secondari che son proprio i più brutti.

I balletti e le quadriglie sono già ricominciate
le riserve non son sciolte ma le carte sono date.
E se l’Europa ci guardava con occhio diffidente
non so cosa accadrà se facciam finta di niente.
Bersani è felice di proporre il suo bel motto
“lui se ne deve andare sennò facciamo il botto”.

Ma il mio pensiero va a chi rischia la sue pelle
a Pannella che del carcer vuol risolver la querelle.
Non solo ma dichiaro da ora che il mio voto
andrà a quel partito che ha fatto ciò che è noto.
Son solo i radicali che han lottato fino in fondo
perché quel tal diritto fosse scritto chiaro e tondo.

Ecco perché Terry ha lasciato la cucina
le ricette di Natale e la torta di zia Pina.
C’è di nuovo l’emergenza di chi non sa pensare
e crede alle parole del pagliaccio più geniale.
Dobbiamo lavorare e cominciar daccapo
per difender la nazione dal buffone gran satrapo.



sabato 15 dicembre 2012

Deriva #11 L'onta della menzione rituittata


La transumanza da faccialibro è pressoché ultimata. A testimonianza di ciò la nevicata della scorsa settimana che ha portato finti gattini sui caloriferi, neve e alberi di natale. Ma anche gli "ho fame", "ho mangiato come un porco", "che bel riposino" e così via.
Premetto, perché in tanti mi domandano post all’acido muriatico ma molti se ne sentono offesi, che non sono dio -un peccato visto che sarei molto più generosa e tollerante- e che di “buonisti” sono già piene le librerie. E sottolineo, che se scrivo in prima persona plurale è perché non mi estrometto dal giudizio anzi, ci sto nel mezzo. Evitiamo quindi bizzarre ansie da prestazione, come tale S. che mi lascia mi blocca e mi rifolloua a giorni alterni, e vogliamoci bene.

Dalla mia prima deriva sono passati quattro mesi e sempre più numerosi sono i post che si lanciano in ardite disamine sul social media più famoso al mondo ma che poi si limitano a una critica qua –senza far nomi per carità- e un po’ di livore là. Sempre più numerose le feroci e generiche sentenze in seconda persona plurale, e il “ciò che odio di più” sempre uguale a se stesso.

Il mio punto di vista sulle miserie e sulle consolazioni fugaci, su questa vita galera che ci costringe a non pensare per quanto ci tiene impegnati a sopravvivere, non è un punto di vista privilegiato. Sto in basso, almeno adesso, visto che la vita mi ha dato più volte la possibilità di ascendere e precipitare quasi si divertisse a darmi e togliermi tutto dalle mani e sul più bello.
Il mondo che vedo è in bianco e nero, ma è mio, e chi preferisce sentirsi dire che va tutto bene mi detesterà dal primo rigo e non è obbligato né a seguirmi e tantomeno a leggermi.
Non m’interessa parlare di ciò è positivo, quello lo conosciamo, lo sappiamo già, e per me è noioso è stucchevole quanto un telefilm RAI in prima serata, e per tornare all’esempio della festa, mi ha sempre incuriosito di più il ragazzino taciturno dal naso importante piuttosto che il belloccio amato da tutte.
E Twitter, pieno di personaggi speciali, spie e veleni, non è che un lucido specchio della realtà fatta di belle persone e di un’umanità meschina, che è quella che a buon diritto rientra nelle mie “derive”.

Lo sguardo sulle cose e il mio vissuto, giuro assai disgraziato, amaro e fottutamente pericoloso, mi dice che l’ipocrisia del “mi piace” è qui.
Perché lo dico?
Perché ho un blog e un contatore. Perché esistono strumenti gratuiti che mi consentono di sapere –a grandi linee- chi visita il blog, legge un determinato post e persino quanto ci mette a farlo.
Ecco spiegato il perché della mia ostilità verso uno strumento che nasce come “segnalibro” e “post it” ma che viene usato dai feisbucchiani neotuitteri solo come falsa interazione. Una leccatina rapida che dice “sono qui non mi defolloware”. Per i neofiti parlo della "stellina”.

C’è animosità, c’è astio e sempre meno generosità nel rituit. Uno “gne gne” che sa tanto di delirio d’onnipotenza e d’infantile invidia per i giocattoli altrui.
Qualche battutina è fisiologica. Ma se i DM potessero paralare resteremmo di sasso per quanto il pettegolezzo corre veloce, e giuro che l’andazzo è quello di una classe di prima elementare.
Per non parlare di chi spande veleno e bile su chi riceve rituit e menzioni e ha un contatore che va veloce.
Merito dei follower ma forse anche di chi scrive, no?
Del successo degli altri, se meritato, ho imparato a essere felice e a pensare con entusiasmo alla riuscita di qualcuno. Se la felicità altrui vi fa tanto male, dovreste sforzarvi almeno di ignorarla.

I primi tempi in cui guardavo con occhi stupiti tuitteri famosi difendersi dalle aggressioni dei common –per la maggior parte blogger e pubblicatori- mi sentivo chiaramente dalla parte degli ultimi: Perché sì, Perché basta, Perché siete vanesi, Perché rituittare una menzione è cafone, Perché è come dire “vedi quanto sono figo?”, Perché avete scassato visto che già state in televisione, Perché “levati di mezzo che mi fai ombra”.
Ma qualcuno soccombe.
Perché a rileggere certe discussioni, e per dirla tutta andando anche a spiare il pulpito dal quale la predica arriva, la ragione, va alla tuitstar di turno.
La bile, fa male solo a chi la produce.

La menzione è vista solo dal ricevente.
A tal proposito vi ricordo la figuraccia della tizia del sole 24h che s’infuriò con un utente incolpandolo di usarla come “wall” di visibilità.
La menzione somiglia a una recensione breve e io, che nasco da due attività importanti del PIL italiano, e lo ripeto, sono qui per “vendermi”, anziché rituittare il mio post vi rituitto una menzione garbata e sincera.
Allora? Cosa c’è di male?
Inoltre, agli indigesti e furibondi difensori della modestia –e riguardate cosa scrivete di voi stessi prima di infilarmi il dito nell’occhio-, suggerisco di dare un’occhiata seria al mercato. Sono talmente tante le novità letterarie che oggi già non leggo più di un libro uscito appena una settimana fa.
Quindi calmini, perché a tuittare la vostra continua disapprovazione, e senza fare nomi, rischiate solo di essere a buon diritto inseriti nella schiera invidiosi. L’etica e la morale mettiamola altrove, per esempio nell’ammettere che qualcuno scrive meglio di noi.

L’autopromozione mi fa orrore ma è necessaria. Trovo ipocrita far finta di stare su twitter per questioni di socializzazione, quando poi vi offendete se nessuno vi legge. Preferisco la sincerità –e grazie al cielo non manca- di chi pubblicamente dichiara i propri intenti.
Ed è anche chiaro -e mi pare folle doverlo scrivere ma qui se ometti qualcosa subito rimbrottano- che il rapporto umano si instaura anche grazie ai post che scrivo.
Tutta questa ipocrisia è della stessa pasta di quelle che darebbero un braccio per darla a quello giusto e che poi sputano veleno su chi LA mette su piazza in modo esplicito.
Credo quindi che con cautela e testa non ci sia niente di male a rituittare menzioni, che lo faccia la tuitstar e a maggior ragione il “nessuno” di turno come me.
La rete è abbastanza grande per contenere sincerità e fini mentitori.
Per cui, se non vi garba, aria. Esiste un Social media nato apposta per l’ipocrisia e si chiama FB.