-Ciao, come mi trovi?, mi vedi proprio bene?
È un secolo che noi, non ceniamo assieme!-.
Ci credo caro mio, a volte è una passione
con te che non fai altro che parlarmi di pensione
della donna che vorresti ti facesse da badante
che tanto in giro tu, ne trovi proprio tante.
Una che sia brava anche a preparar la cena,
che sia parsimoniosa, colta e in più sincera,
che sparisca per magia e compaia per incanto
perché a te per eccitarti ci vuole proprio tanto,
devi essere tranquillo e anche rilassato
e la troppa perspicacia talvolta è peccato.
Questo è più o meno l’amore cinquantenne,
di quello che ha paura persin della ventenne,
di quello che la vuole matura ma non troppo,
che sia gioviale e bella ma anche riservata,
se poi è automunita è anche una figata,
magari silenziosa, già madre e appagata.
Sul web sono carini e fanno complimenti
giocano in attesa che sia tu a tentarli,
che sia proprio tu stessa a fare il primo passo,
perché stupiti e pigri ti dican -ah me lasso!
ti giuro sei carina, sei proprio la più bella
ma io non mi ci vedo ad alzarti la gonnella-.
E dopo tanti sforzi e quando l’hai dimenticato,
ti scrivono di notte il messaggio del peccato
che tu ti dici “è fatta! È lui che mi rivuole,
almeno ora saprò com’è che fa l’amore!”.
Allora tu incantata ti giri e ti rivolti e pensi
“amore io ti voglio! son schiava dei miei sensi!”.
Che poi a pensarci bene è quello ci frega,
l’idea di una passione è quello che ci lega,
il sogno indistruttibile di un maschio virile,
che una volta conquistato ci soddisfi senza fine.
Di un cavaliere oscuro, forte e bello e riservato,
di quell’uomo che non c’è ma noi abbiam sognato.
Ci rovina la speranza ancora adolescente
di trovare in lui il re e il cavalier servente,
la dolcezza e la forza del padre perduto,
del grande amore che abbiamo conosciuto,
o forse solo letto, o scritto, o immaginato,
ma che ci fa sperar di restare senza fiato.
Ma questi poi alla fine son pensieri razionali,
che magari hanno già fatto tante donne di ieri,
che di certo rifaranno le altre in un futuro,
che poi mi han fatto anche mia madre e lo zio Arturo.
Di stare sempre attenta e di non cascarci troppo
perché quando ti risvegli ha già fatto il gran botto.
sabato 11 febbraio 2012
martedì 7 febbraio 2012
Teresa e l'ironia ben spesa
Ma che genio questo qui!, lo ritwitta anche Ferrara,
forse è un bravo giornalista, questa è proprio roba rara.
Questa twitta con chiunque e qualcuno le dà retta
-Dalla foto è proprio bella, è un’attrice, è perfetta!-
ma quel tweet l’ha copiato l’ho già visto stamattina
ci ha cambiato solo i nomi ma il senso è uguale a prima.
Se sei bravo veramente questo è lo strumento giusto
per avere l’attenzione di quei VIP che hanno gusto.
C’è chi sforna citazioni e chi si rende interessante,
criticando proprio tutto anche i gusti della gente,
anzi quelli soprattutto l’importante è dimostrare
di avere sempre pronta la battuta da postare.
Se poi sei anche un artista, uno vero e affermato,
ti becchi di continuo le battute del frustrato.
E guai se fai un errore di sintassi o ortografia,
qui su twitter son dolori! Qui ti fan la radiografia.
Tutti quanti son maestrini tutte son professoresse,
tutti fieri di attirare degli artisti l’interesse.
Direttori editoriali, giornalisti e scrittori
sono qui a dare retta ai colleghi tra i minori.
Son le idee e le parole a fare un giornalista?
Devi avere un cuore puro per poter essere artista?
Se è questo ciò che pensi tu sei proprio fuori pista,
è con l’originalità che tu puoi scalar la lista!
E ci studiano la notte e scartabellano volumi,
per cercar la citazione e le frasi più sublimi.
E di quel poeta morto che mai abbiamo letto
diventiamo tutto a un tratto il biografo perfetto.
Mai ammetter l’ignoranza qui siamo intellettuali,
da qui dietro chi ci vede!, qui siam proprio tutti uguali.
I caratteri son pochi ma son tutti essenziali,
per dar di noi il meglio con battute demenziali,
quelle proprio son la base per entrare nelle cose,
per analizzare a fondo dove va il nostro paese,
per fare più chiarezza ed esser costruttivi,
ci si deve rider sopra e con i giusti aggettivi.
La dialettica si sa non serve proprio a niente,
oggi basta andare incontro ai gusti delle gente.
Se sei furbo appena appena e sei ben determinato,
ti assicuro basta niente a esser ritwittato.
Basta la parola giusta e la battuta più sferzante,
per far di te un mito e un faro di coscienze.
Se sei proprio intelligente e sai cosa twittare
poi ci passi la giornata a cercar l’originale,
lì sta tutta la bravura, lì la grande maestria,
digitare storie vere con la massima ironia.
E poi sempre criticare -perché noi siamo i più bravi!
nascosti dietro al monitor siam proprio eccezionali!-.
Non ne posso proprio più di queste icone false,
di questo continuo e inutile cercar delle rivalse,
frustrati e condannati al mondo dei chiunque,
si fa qualunque cosa pur di arrivare al dunque,
per essere un istante lontani dai problemi,
credendo noi per primi di esser dei gran geni.
forse è un bravo giornalista, questa è proprio roba rara.
Questa twitta con chiunque e qualcuno le dà retta
-Dalla foto è proprio bella, è un’attrice, è perfetta!-
ma quel tweet l’ha copiato l’ho già visto stamattina
ci ha cambiato solo i nomi ma il senso è uguale a prima.
Se sei bravo veramente questo è lo strumento giusto
per avere l’attenzione di quei VIP che hanno gusto.
C’è chi sforna citazioni e chi si rende interessante,
criticando proprio tutto anche i gusti della gente,
anzi quelli soprattutto l’importante è dimostrare
di avere sempre pronta la battuta da postare.
Se poi sei anche un artista, uno vero e affermato,
ti becchi di continuo le battute del frustrato.
E guai se fai un errore di sintassi o ortografia,
qui su twitter son dolori! Qui ti fan la radiografia.
Tutti quanti son maestrini tutte son professoresse,
tutti fieri di attirare degli artisti l’interesse.
Direttori editoriali, giornalisti e scrittori
sono qui a dare retta ai colleghi tra i minori.
Son le idee e le parole a fare un giornalista?
Devi avere un cuore puro per poter essere artista?
Se è questo ciò che pensi tu sei proprio fuori pista,
è con l’originalità che tu puoi scalar la lista!
E ci studiano la notte e scartabellano volumi,
per cercar la citazione e le frasi più sublimi.
E di quel poeta morto che mai abbiamo letto
diventiamo tutto a un tratto il biografo perfetto.
Mai ammetter l’ignoranza qui siamo intellettuali,
da qui dietro chi ci vede!, qui siam proprio tutti uguali.
I caratteri son pochi ma son tutti essenziali,
per dar di noi il meglio con battute demenziali,
quelle proprio son la base per entrare nelle cose,
per analizzare a fondo dove va il nostro paese,
per fare più chiarezza ed esser costruttivi,
ci si deve rider sopra e con i giusti aggettivi.
La dialettica si sa non serve proprio a niente,
oggi basta andare incontro ai gusti delle gente.
Se sei furbo appena appena e sei ben determinato,
ti assicuro basta niente a esser ritwittato.
Basta la parola giusta e la battuta più sferzante,
per far di te un mito e un faro di coscienze.
Se sei proprio intelligente e sai cosa twittare
poi ci passi la giornata a cercar l’originale,
lì sta tutta la bravura, lì la grande maestria,
digitare storie vere con la massima ironia.
E poi sempre criticare -perché noi siamo i più bravi!
nascosti dietro al monitor siam proprio eccezionali!-.
Non ne posso proprio più di queste icone false,
di questo continuo e inutile cercar delle rivalse,
frustrati e condannati al mondo dei chiunque,
si fa qualunque cosa pur di arrivare al dunque,
per essere un istante lontani dai problemi,
credendo noi per primi di esser dei gran geni.
domenica 5 febbraio 2012
Diario di LOLA, ottavo giorno, Commissariato
Foto di Brooke Shaden
Sono sconvolta, è per questo che mi sono interrotta.
Mentre ti scrivevo mia suocera è entrata in casa come una furia.
Quella donna e il vetiver che l’accompagna nemmeno salutano più.
È andata di filato nella cabina armadio e poi, al buio, ha attraversato il corridoio per infilarsi nella nostra camera da letto.
Non so perché ma non mi sono neanche fatta vedere. Potevo accendere la tivvù per avvisarla che c’ero, uscire dal bagno di servizio con un asciugamano in testa e l’accappatoio -per evitarle così di fare cazzate- ma alla fine ho preferito seguirla.
Volevo vederla infilare nei cassetti e fra la biancheria intima il suo naso importante e fiero, andare a sbirciare nella mia intimità in cerca di qualche indizio di una relazione extraconiugale o piazzarci dentro bambole perforate da spilli, o qualche Santa cui domandare ogni sera di guarire la mia infertilità.
Un giorno Max me l’aveva anche giurato che non le avrebbe mai dato le chiavi di casa nostra. Il portiere sì, al limite!, aveva detto portandosi la mano sul petto, in piedi sulla poltrona e con lo sguardo da giovane marmotta, a chiunque ma a mia madre mai!, aveva concluso. Poi era saltato giù dalla vecchia Frau di famiglia,–riveritissima dalla madre ma fatta a pezzi dall’incontenibile euforia del figlio- e con la stessa forza vitale che aveva negli occhi mi aveva stretta forte -per limitare almeno un po’ quella felicità vorace?, per non lasciare che si consumasse, nei miei occhi e sotto il suo sguardo, con la stessa velocità con cui era esplosa?-.
Invece, lei stava lì che passava dal comodino all’armadio, presente e viva, e mentre tirava via dalle grucce i miei abiti -per poggiarseli addosso come in una prova frettolosa al mercato o in un negozietto senza camerino - l’ha chiamata Max.
Dopo aver interrotto bruscamente il monologo che parlava del suo bene e di cosa fosse giusto fare “in questa situazione qui”, ha risposto con un sì poco convinto e ha rimesso ogni cosa al suo posto, con calma, carezzando e accostando le stoffe al viso, le camicie di seta tra le mie preferite.
Quale situazione?, avrei dovuto chiederle appoggiata allo stipite con lo sguardo furioso per averla colta sul fatto. Cosa sarebbe giusto fare per lui? E perché?, sarebbe stato sensato domandarle. Oppure sarebbe stato razionale uscire di nascosto per rientrare subito dopo, facendo un po’ di rumore, magari prendendo tempo ad armeggiare un po’ con la chiave nella toppa.
L’avrei salutata con la solita allegria forzata e stridula che riservo solo a lei, e ci saremmo fatte le nostre solite due chiacchiere con un Martini tra le mani –mai più di due e a parecchi metri di distanza l’una dall’altra-.
Lei mi avrebbe parlato dei miei problemi per concludere con il solito “fai come credi” carico di accuse e livore, e alla fine, avrebbe guardato, tenendolo a debita distanza, il vecchio “patec Philippe” del marito per dirmi che sarebbe andata a casa a guardare la tivvù.
Invece sono rimasta nascosta tra la porta del salone e il divano, trattenendo il respiro in attesa che lei uscisse.
Domanderò a Max una spiegazione e poi ti farò sapere.
Ma adesso vorrei tornare al signor Lalama che ho lasciato nel negozio di fotografie che accanto a me guardava forse la pioggia o forse la polvere in vetrina.
La luce livida del temporale faceva da cornice, com’è giusto, a quel siparietto surreale: due che prima di allora non si erano nemmeno intravisti ma pensano che qualcosa li lega o li legherà, che non è mai un caso quando una donna insoddisfatta guarda le labbra di un uomo e ne misura l’intensità del bacio, e che trovarsi da soli, lì, in un negozio dove sicuramente non entrerà nessuno per i prossimi trecentosessanta giorni o forse per l’eternità, è un caso da non sottovalutare.
Ridotti a un cumulo di se e chissà, io e Lalama ce ne stavamo in piedi e immobili.
Non c’era in lui il classico chiasso del dubbio. Non sentivo il tipico rumore del punto di domanda prodotto soprattutto quando è insistente e non aspetta risposta: le piaccio o le piacerò, ho i capelli in disordine oppure no, dico qualcosa o è meglio di no.
Ho ascoltato ancora e mi è parso che in lui ci fossero solo silenzio e calma.
Quando mi ha domandato cosa volessi dal bar, stava tornando al bancone portandosi dietro il suo fare sicuro. Anche Max mi aveva colpito per quello, solo che poi ha cominciato a lasciarlo in banca, a devolverlo ai suoi dipendenti e ai colleghi, ai clienti impauriti da quel distacco così efficace. Ma Lalama era lì, e ha tirato fuori da sotto il bancone un vecchio “rotellone”, uno di quei telefoni grigio topo, che in poche varianti di colore e forma, erano un po’ in tutte le case, anche nella mia, con la cornetta “muta” che mia madre usava per partecipare a certe telefonate commemorative o strettamente confidenziali, o tra noi bambine, quando dopo aver finito i compiti, trascinavamo la prolunga sin nell’armadio e passavamo il tempo in infantili e innocui scherzi telefonici e più tardi in lunghe confidenze amorose.
Gli ho domandato qualcosa di forte e ha ordinato due bourbon on the rocks.
Alle undici e tre quarti del mattino non è da me.
È solo che l’alcol non mi fa più effetto.
Pensare che fino a pochi mesi fa bastava ne bevessi un bicchiere per perdere la testa. E a Max piaceva così tanto quando mi lanciavo sul divano un po’ brilla e ridevo e piangevo per un nonnulla.
Ma basta.
Alla fine non è successo granché. Io e Lalama abbiamo parlato. Lui seduto su quella specie di tavolaccio chiaro e io su una sedia di plastica verde bottiglia ci siamo raccontati delle cose, le solite che ci si dice tra sconosciuti nel tentativo, spesso inutile, di capire al di là delle parole chi abbiamo davanti.
Il suo nome di battesimo è Vincenzo. Vince.
Vince perché un investigatore, Vince perché suona bene in questo mio mondo dove il giallo brilla come sabbia del deserto, i palazzi, dipinti di rosso, sono tramonti riflessi sull’asfalto bagnato mentre il cielo, che non vedo, è sempre dipinto in una stanza. Vince perché è il nome giusto per Lola, quella che se ne sta seduta in un locale fumoso ad aspettare un cliente, la calza smagliata dal tocco insistente di una mano troppo forte.
Le mani, che muove poco, hanno vene scure e sporgenti, e stanno per lo più a riposo, ben aperte, sulle gambe che non accavalla mai –come i politici che vedevo in bianco e nero in tivvù, come gli emiri e i giapponesi, come chiunque abbia rispetto per chi gli sta di fronte-.
Quando alzandomi gli ho detto che avevo perso fin troppo tempo, si è offerto di accompagnarmi. Ovunque debba andare signora, mi ha detto con una galanteria tutta naturale e piena d’ironia mostrandomi l’ombrello.
In Commissariato conosce qualcuno.
Nessuno ci ha fermato in guardiola. Facendomi strada e affacciandosi alle stanze per salutare allegramente e tirando via senza aspettare le risposte, siamo arrivati alla stanza ventitré del primo piano. Ha bussato con una certa deferenza e mi ha poggiato l’indice davanti alla bocca –non stavo parlando-, poi ha preparato il sorriso e curvandosi leggermente in avanti si è infilato nella stanza.
Volevo cercare un bagno ma Vince è uscito dopo un attimo dicendo qualcosa e salutando il suo interlocutore invisibile. Mi ha condotta in una stanza che aveva il minimo indispensabile per sembrare una sala d’aspetto e si è seduto di fronte a me. Esattamente al centro del muro.
Porta calze verde petrolio: le ha lasciate scoperte solo per pochi istanti, mentre sistemava con due dita e per la piega, la stoffa scura dei pantaloni eleganti.
Sono sconvolta, è per questo che mi sono interrotta.
Mentre ti scrivevo mia suocera è entrata in casa come una furia.
Quella donna e il vetiver che l’accompagna nemmeno salutano più.
È andata di filato nella cabina armadio e poi, al buio, ha attraversato il corridoio per infilarsi nella nostra camera da letto.
Non so perché ma non mi sono neanche fatta vedere. Potevo accendere la tivvù per avvisarla che c’ero, uscire dal bagno di servizio con un asciugamano in testa e l’accappatoio -per evitarle così di fare cazzate- ma alla fine ho preferito seguirla.
Volevo vederla infilare nei cassetti e fra la biancheria intima il suo naso importante e fiero, andare a sbirciare nella mia intimità in cerca di qualche indizio di una relazione extraconiugale o piazzarci dentro bambole perforate da spilli, o qualche Santa cui domandare ogni sera di guarire la mia infertilità.
Un giorno Max me l’aveva anche giurato che non le avrebbe mai dato le chiavi di casa nostra. Il portiere sì, al limite!, aveva detto portandosi la mano sul petto, in piedi sulla poltrona e con lo sguardo da giovane marmotta, a chiunque ma a mia madre mai!, aveva concluso. Poi era saltato giù dalla vecchia Frau di famiglia,–riveritissima dalla madre ma fatta a pezzi dall’incontenibile euforia del figlio- e con la stessa forza vitale che aveva negli occhi mi aveva stretta forte -per limitare almeno un po’ quella felicità vorace?, per non lasciare che si consumasse, nei miei occhi e sotto il suo sguardo, con la stessa velocità con cui era esplosa?-.
Invece, lei stava lì che passava dal comodino all’armadio, presente e viva, e mentre tirava via dalle grucce i miei abiti -per poggiarseli addosso come in una prova frettolosa al mercato o in un negozietto senza camerino - l’ha chiamata Max.
Dopo aver interrotto bruscamente il monologo che parlava del suo bene e di cosa fosse giusto fare “in questa situazione qui”, ha risposto con un sì poco convinto e ha rimesso ogni cosa al suo posto, con calma, carezzando e accostando le stoffe al viso, le camicie di seta tra le mie preferite.
Quale situazione?, avrei dovuto chiederle appoggiata allo stipite con lo sguardo furioso per averla colta sul fatto. Cosa sarebbe giusto fare per lui? E perché?, sarebbe stato sensato domandarle. Oppure sarebbe stato razionale uscire di nascosto per rientrare subito dopo, facendo un po’ di rumore, magari prendendo tempo ad armeggiare un po’ con la chiave nella toppa.
L’avrei salutata con la solita allegria forzata e stridula che riservo solo a lei, e ci saremmo fatte le nostre solite due chiacchiere con un Martini tra le mani –mai più di due e a parecchi metri di distanza l’una dall’altra-.
Lei mi avrebbe parlato dei miei problemi per concludere con il solito “fai come credi” carico di accuse e livore, e alla fine, avrebbe guardato, tenendolo a debita distanza, il vecchio “patec Philippe” del marito per dirmi che sarebbe andata a casa a guardare la tivvù.
Invece sono rimasta nascosta tra la porta del salone e il divano, trattenendo il respiro in attesa che lei uscisse.
Domanderò a Max una spiegazione e poi ti farò sapere.
Ma adesso vorrei tornare al signor Lalama che ho lasciato nel negozio di fotografie che accanto a me guardava forse la pioggia o forse la polvere in vetrina.
La luce livida del temporale faceva da cornice, com’è giusto, a quel siparietto surreale: due che prima di allora non si erano nemmeno intravisti ma pensano che qualcosa li lega o li legherà, che non è mai un caso quando una donna insoddisfatta guarda le labbra di un uomo e ne misura l’intensità del bacio, e che trovarsi da soli, lì, in un negozio dove sicuramente non entrerà nessuno per i prossimi trecentosessanta giorni o forse per l’eternità, è un caso da non sottovalutare.
Ridotti a un cumulo di se e chissà, io e Lalama ce ne stavamo in piedi e immobili.
Non c’era in lui il classico chiasso del dubbio. Non sentivo il tipico rumore del punto di domanda prodotto soprattutto quando è insistente e non aspetta risposta: le piaccio o le piacerò, ho i capelli in disordine oppure no, dico qualcosa o è meglio di no.
Ho ascoltato ancora e mi è parso che in lui ci fossero solo silenzio e calma.
Quando mi ha domandato cosa volessi dal bar, stava tornando al bancone portandosi dietro il suo fare sicuro. Anche Max mi aveva colpito per quello, solo che poi ha cominciato a lasciarlo in banca, a devolverlo ai suoi dipendenti e ai colleghi, ai clienti impauriti da quel distacco così efficace. Ma Lalama era lì, e ha tirato fuori da sotto il bancone un vecchio “rotellone”, uno di quei telefoni grigio topo, che in poche varianti di colore e forma, erano un po’ in tutte le case, anche nella mia, con la cornetta “muta” che mia madre usava per partecipare a certe telefonate commemorative o strettamente confidenziali, o tra noi bambine, quando dopo aver finito i compiti, trascinavamo la prolunga sin nell’armadio e passavamo il tempo in infantili e innocui scherzi telefonici e più tardi in lunghe confidenze amorose.
Gli ho domandato qualcosa di forte e ha ordinato due bourbon on the rocks.
Alle undici e tre quarti del mattino non è da me.
È solo che l’alcol non mi fa più effetto.
Pensare che fino a pochi mesi fa bastava ne bevessi un bicchiere per perdere la testa. E a Max piaceva così tanto quando mi lanciavo sul divano un po’ brilla e ridevo e piangevo per un nonnulla.
Ma basta.
Alla fine non è successo granché. Io e Lalama abbiamo parlato. Lui seduto su quella specie di tavolaccio chiaro e io su una sedia di plastica verde bottiglia ci siamo raccontati delle cose, le solite che ci si dice tra sconosciuti nel tentativo, spesso inutile, di capire al di là delle parole chi abbiamo davanti.
Il suo nome di battesimo è Vincenzo. Vince.
Vince perché un investigatore, Vince perché suona bene in questo mio mondo dove il giallo brilla come sabbia del deserto, i palazzi, dipinti di rosso, sono tramonti riflessi sull’asfalto bagnato mentre il cielo, che non vedo, è sempre dipinto in una stanza. Vince perché è il nome giusto per Lola, quella che se ne sta seduta in un locale fumoso ad aspettare un cliente, la calza smagliata dal tocco insistente di una mano troppo forte.
Le mani, che muove poco, hanno vene scure e sporgenti, e stanno per lo più a riposo, ben aperte, sulle gambe che non accavalla mai –come i politici che vedevo in bianco e nero in tivvù, come gli emiri e i giapponesi, come chiunque abbia rispetto per chi gli sta di fronte-.
Quando alzandomi gli ho detto che avevo perso fin troppo tempo, si è offerto di accompagnarmi. Ovunque debba andare signora, mi ha detto con una galanteria tutta naturale e piena d’ironia mostrandomi l’ombrello.
In Commissariato conosce qualcuno.
Nessuno ci ha fermato in guardiola. Facendomi strada e affacciandosi alle stanze per salutare allegramente e tirando via senza aspettare le risposte, siamo arrivati alla stanza ventitré del primo piano. Ha bussato con una certa deferenza e mi ha poggiato l’indice davanti alla bocca –non stavo parlando-, poi ha preparato il sorriso e curvandosi leggermente in avanti si è infilato nella stanza.
Volevo cercare un bagno ma Vince è uscito dopo un attimo dicendo qualcosa e salutando il suo interlocutore invisibile. Mi ha condotta in una stanza che aveva il minimo indispensabile per sembrare una sala d’aspetto e si è seduto di fronte a me. Esattamente al centro del muro.
Porta calze verde petrolio: le ha lasciate scoperte solo per pochi istanti, mentre sistemava con due dita e per la piega, la stoffa scura dei pantaloni eleganti.
sabato 4 febbraio 2012
Teresa e l'amore masochista
Che ansia la Susanna e certe sue storie d’amore,
li prende tutti uguali: un po’ pazzi e senza cuore.
Ginetto il giornalaio che l’ignora al mattino,
ma quando arriva sera le fa pure l’occhiolino.
Lino il macellaio ha l’aria da gran maschio,
Ma quando sono insieme baciarlo è pure un rischio.
(Leopold Von Sacher Masoch)
Lucio il gommista che la porta sempre fuori,
solo una volta al mese sbollenta i suoi ardori,
Nino il gioielliere le fa tanti bei regali,
e in quanto a perversioni lui proprio non ha eguali.
Mario che è un gran figo e fa pure il gelataio
Le ha offerto il suo cuore pestato nel mortaio.
Pino l’elettrauto che mangia pane e ironia
La bacia e la ribacia e le dice –tu sei mia-.
Luca il dottore che le abita davanti,
le scrive poesie ma rimanda appuntamenti:
dice che ha timore e che trovi lei la cura,
perché lui dell’amore ha proprio tanta paura.
Giovanni il salumiere finge di non vederla
poi quando è da solo le domanda una sberla.
Abbassa la serranda e mette musica italiana,
e con lo spago del salame in ginocchio lui la umilia.
La lega e la offende, si mostra e si nasconde
è chiaro che così lui proprio la confonde.
Salvo l’esattore chiama un paio di volte l’anno,
si scusa del ritardo per l’ultimo appuntamento
- ma sono otto mesi che io ti sto aspettando-
- scusa cara mia, non me ne sono reso conto!-
E così tornano assieme per due giorni di passione
poi sparisce di nuovo ma le invia un regalone.
È questo il tipo d’uomo che a Susanna va a genio,
lui che al posto dell’amore offre solo martirio.
E non è la prima volta, la Susanna lei ci è nata
con la strana vocazione a essere umiliata.
Lei cerca l’uomo forte, lei cerca il maschio alfa,
perché lei nelle storie cerca proprio un’altra solfa.
Anch’io un tempo ho amato un tizio strano e oscuro,
lui parlava per metafore ma io ho tenuto duro,
diceva che per lui ero un po’ pericolosa,
ma davanti alla porta trovavo sempre una rosa.
Si negava e mi sfuggiva come un pesce nello stagno
E dopo tanto tempo non so più dov’è lo sbaglio.
Talvolta si fa sentire, sempre freddo e distaccato,
E io gli voglio bene perché ha il cuore malato.
Lui pensa che a star solo ci guadagna molte volte
Non sa cosa si è perso e le gioie che eran molte,
le mie torte, i tanti baci e le parole ardenti
-ti giuro sono diversa, credimi, accidenti!-.
Comunque la Susanna ora piange in cucina
L’ho trovata in casa sua al freddo in cantina.
Dice che l’amore è la solita manfrina
ti cura da un dolore e ti infligge nuova pena.
Lei passa così da un’emozione all’altra
E pensa in questo modo di essere una scaltra.
L’amore in generale dura solo un istante,
tre anni o forse quattro poi diventa latitante.
Ma lei si è fatta furba e lo trattiene per il cuore,
continuamente rimandando l’ora dell’amore.
Così le sembra sempre di restare adolescente
Quando della morte non ci frega proprio niente.
li prende tutti uguali: un po’ pazzi e senza cuore.
Ginetto il giornalaio che l’ignora al mattino,
ma quando arriva sera le fa pure l’occhiolino.
Lino il macellaio ha l’aria da gran maschio,
Ma quando sono insieme baciarlo è pure un rischio.
(Leopold Von Sacher Masoch)
Lucio il gommista che la porta sempre fuori,
solo una volta al mese sbollenta i suoi ardori,
Nino il gioielliere le fa tanti bei regali,
e in quanto a perversioni lui proprio non ha eguali.
Mario che è un gran figo e fa pure il gelataio
Le ha offerto il suo cuore pestato nel mortaio.
Pino l’elettrauto che mangia pane e ironia
La bacia e la ribacia e le dice –tu sei mia-.
Luca il dottore che le abita davanti,
le scrive poesie ma rimanda appuntamenti:
dice che ha timore e che trovi lei la cura,
perché lui dell’amore ha proprio tanta paura.
Giovanni il salumiere finge di non vederla
poi quando è da solo le domanda una sberla.
Abbassa la serranda e mette musica italiana,
e con lo spago del salame in ginocchio lui la umilia.
La lega e la offende, si mostra e si nasconde
è chiaro che così lui proprio la confonde.
Salvo l’esattore chiama un paio di volte l’anno,
si scusa del ritardo per l’ultimo appuntamento
- ma sono otto mesi che io ti sto aspettando-
- scusa cara mia, non me ne sono reso conto!-
E così tornano assieme per due giorni di passione
poi sparisce di nuovo ma le invia un regalone.
È questo il tipo d’uomo che a Susanna va a genio,
lui che al posto dell’amore offre solo martirio.
E non è la prima volta, la Susanna lei ci è nata
con la strana vocazione a essere umiliata.
Lei cerca l’uomo forte, lei cerca il maschio alfa,
perché lei nelle storie cerca proprio un’altra solfa.
Anch’io un tempo ho amato un tizio strano e oscuro,
lui parlava per metafore ma io ho tenuto duro,
diceva che per lui ero un po’ pericolosa,
ma davanti alla porta trovavo sempre una rosa.
Si negava e mi sfuggiva come un pesce nello stagno
E dopo tanto tempo non so più dov’è lo sbaglio.
Talvolta si fa sentire, sempre freddo e distaccato,
E io gli voglio bene perché ha il cuore malato.
Lui pensa che a star solo ci guadagna molte volte
Non sa cosa si è perso e le gioie che eran molte,
le mie torte, i tanti baci e le parole ardenti
-ti giuro sono diversa, credimi, accidenti!-.
Comunque la Susanna ora piange in cucina
L’ho trovata in casa sua al freddo in cantina.
Dice che l’amore è la solita manfrina
ti cura da un dolore e ti infligge nuova pena.
Lei passa così da un’emozione all’altra
E pensa in questo modo di essere una scaltra.
L’amore in generale dura solo un istante,
tre anni o forse quattro poi diventa latitante.
Ma lei si è fatta furba e lo trattiene per il cuore,
continuamente rimandando l’ora dell’amore.
Così le sembra sempre di restare adolescente
Quando della morte non ci frega proprio niente.
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