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martedì 17 gennaio 2012

Teresa e l'abbraccio digitale

Della storia della nave non ho voglia di parlare,
non mi va, lo fan già tutti, non mi metto qui a copiare.
Posso dire solamente: accidenti al comandante!
Una secca l’ha affondata, ecco solo com’è andata,
non un iceberg gigantesco né una gigantesca ondata,
forse solo distrazione, ecco, solo, com’è andata.


Oggi sono molto triste, non in vena di conquiste,
le storie qui sul web sembran tutte già viste.
Ci stai per pura noia o per una distrazione,
lo fai mentre il tuo “capo” è a fare colazione.
Magari quel commento allo “stato” di qualcuno
E ora ti ritrovi a dar corda ad un cretino.

L’uomo digitale è di emozioni un trafficante
Si eclissa e si palesa solo quando se la sente,
seduce con e mail e foto ritoccate
regala tutt’al più, storie taroccate.
Eh sì, porca miseria, non è più come una volta,
che uscivo al pomeriggio con l’amica bella e stolta,
e andavo fino al Corso a fare la mia scelta.


Oggi ci si acchiappa tra virgole e “mi piace”
È il punto sospensivo quello che seduce
È l’attimo fuggente di un incontro rimandato,
il punto a un’esistenza da maschio incatento.
L’amore digitale è un buongiorno con faccina
Il cercare tra i commenti la tizia più carina.



L’essenza di quel cuore che batte lontano
normalmente non lo trovi a portata di mano,
l’amore in questo tempo di vuoto e di distanza
lo trovi, comunque, al chiuso di una stanza.
E ancora ci ostiniamo a stare lontani,
l’abbraccio solamente ci rende più umani.

E sforno meringhe e cucino grandi torte,
e sola qui nel blog, mi annoio a morte,
l’amore che cos’è? L’ho visto da lontano
è passato di sfuggita e mi ha teso la mano,
l’amore che cos’è? è una breve passione,
lascia stare quella roba che c’è in televisione.

L’amore sul web è solo un’emozione,
lo sogni di notte e gli imbocchi parole,
lui dice ciò vuoi e fa quello che deve,
l’amore sul web è per chi ancora se la beve.
Non dico di no a un sogno fugace,
l’amore alla fine da solo mi dà pace.

domenica 15 gennaio 2012

Diario di LOLA, sesto giorno, la scrivania

(Foto di Julien Pacaud)
Vero, è un po’ di giorni che non mi faccio sentire. Non voglio tenerti sulle spine no, è che è tutto molto strano, troppo, così volevo capirci io qualcosa prima di raccontarti com’è andata. E ancora non so come sta la faccenda.
L’altro giorno - una di quelle mattinate in cui nel cielo ci vorresti nuotare per quanto è limpido - avevo deciso di attraversare il ponte per arrivare al Commissariato a un paio di isolati più in là del fiume, ma quando sono andata in salone per cambiare l’acqua ai lilium ho visto di nuovo la donna. Stavolta mi guardava e basta. Non annuiva come fa di solito per poi finire quella pantomima in un sorriso no, se ne stava con il naso all’insù e guardava verso di me, e sembrava anche ce l’avesse con me. Le sopracciglia, tatuate, si erano abbassate sugli occhi, e lo sguardo era stranamente scuro. Allora mi sono allontanata in cerca della macchina fotografica ma quando sono tornata di lei non c’era traccia e le persiane dell’appartamento erano chiuse.
Ho avuto paura e mi sono diretta subito in studio anzi no, per la verità mi sono messa a correre, e con le braccia protese in avanti, come una bambina, per bloccarmi di colpo sulla soglia e alla sua porta sempre aperta.
Max stava con lo sguardo perso nel solito altrove e tamburellava con ritmo pacato sulla scrivania. La scrivania di suo padre e del nonno, robusta e troppo impegnativa, troppo grande, come una donna cannone tra acrobati sottili e ballerine.
Quella scrivania messa così divora tutto il resto.
Lì sulla destra ho sistemato le mensole di ferro battuto prese a Parigi. Volevo così la nostra casa, piena di punte e spigoli, piena di vuoti. Anche le cornici, che occupano l’intera parete a sinistra, sono vuote, e le piante di orchidee e aunthourium vicine alla finestra stanno su tre piedi lunghi e sottili, immobili sotto il sole come gru nella palude.
Ci penso ogni giorno a come liberarmi di quella maledetta scrivania.
Ho lasciato Max sognare il centuplicarsi del suo danaro e l’ho immaginato sguazzarci dentro per un po’ e solo quando gli sono andata più vicino ho visto il suo lungo indice ordinare alle finestre di google di nascondersi in fretta.
Che c’è?, mi ha domandato con lo sguardo.
Non poteva capire tutta quella storia -la donna misteriosa, la mia angoscia... - e tornando verso il corridoio gli ho detto che volevo solo avvisarlo che più tardi sarei uscita.
Ha sorriso e basta senza badare nemmeno al tailleur che avevo addosso, un vecchio pezzo da museo color ocra che avevo voluto comprare a tutti i costi a Firenze, in un negozio di roba vintage, in un pomeriggio di pioggia che sapeva di cioccolata calda e di lenzuola stropicciate e umide in un tempo che mi pare ancora immobile.
Lo odia quel tailleur perché gli ricorda la sua prima volta, perché lo costrinsi a uscire per correre in tassì alla ricerca del negozio nascosto in una traversa buia. Lo odia perché volli tornare a piedi, di corsa, sotto la pioggia battente e perché una volta in Hotel m’infilai vestita sotto la doccia bollente.
Esci, mi disse, esci subito di là e preparati per la cena, mi disse senza guardarmi, e infilando nel taschino carta di credito e occhiali aggiunse un conclusivo -Fai presto- prima di scomparire risucchiato dal lungo corridoio e nell’ascensore.
Dal bagno, era passata un’ora, lo sentii armeggiare nella cabina armadio con delle buste, era rientrato, mi aveva perdonata. Quando alzai lo sguardo stava dietro di me.
Ero sempre lì a guardarla da bambino, mi disse, mia madre, disse ancora, mia madre, ripeté prima di cambiare sguardo e addolcirlo così come la voce.
Infilale in bocca, e mi porse un paio di minuscoli slip che teneva in un pugno, e scendi subito, aggiunse. Mangerai domattina, e si voltò verso la porta, se lo riterrò opportuno, concluse dandomi le spalle, in piedi e al centro esatto della stanza e del mio passato.
Mi aspettava alla luce calda del salotto con un bicchiere tra le mani e quando mi vide si alzò aggiustandosi con abilità la piega dei pantaloni per porgermi la mano.
Muta, lo guardai mangiare e parlarmi di sé e di me, del tempo che avremmo vissuto, di quello passato a cercarmi, della noia che prima di me aveva divorato le sue ore e i minuti senza senso, dei giorni pallidi fatti di scadenze da rispettare e tappe obbligate.
Muta, lo seguii in un tassì e muta lasciai fare alle sue mani mentre il tassista guardava la scena dallo specchietto retrovisore e nei miei occhi pieni di lacrime sottili.
Ma ora il mio Max passato e dimenticato in quella stanza luminosa al secondo piano di una via chiusa al traffico, se ne stava di là in studio a fare quattrini, mentre io scendevo in strada vestita color ocra.
Perché ti racconto di me e lui?
Tu non sei Max, tu non sei nessuno e dici di volermi aiutare. Quella donna io non so chi sia, così come la gente che per strada mi guarda. Sono loro la mia ossessione assieme a tutto questo silenzio e a questo tempo che non va più da nessuna parte.

Quando cammino la gente mi guarda. Anche quando parlo, chiedo un giornale o prendo un caffè la gente mi guarda.
Io no, perché io la gente la spio.
Esco da casa e vado in cerca di vite su cui indagare, personalità che fanno rumore e che si domandano perché si vive e perché si muore, che non lasciano a Dio o a chi per lui l’onore di vincere la mano e di avere sempre ragione.
E per le mie indagini il supermercato è un posto perfetto.
Lì tra gli scaffali gli umani parlano spesso da soli e tra loro si scambiano inutili battute, come animali nel branco. In quei posti dove cattiva musica a tutto volume rende difficile concentrarsi, questi esseri senzienti non vedono al di là del proprio naso e della lista della spesa.
L’uomo grasso si rosicchia le unghie e riempie il carrello di vino e birre, patatine e cibi precotti, la mamma indaffarata litiga con se stessa incapace di fare una scelta tra qualità e prezzo, la tizia nevrotica e insicura prepara una cena per due e non bada ai capelli dalla ricrescita bianca –la sola cosa su cui lui concentrerà lo sguardo-. Il vecchio, cerca un modo qualunque per attaccare discorso, il bambino, una buona scusa per frignare.
Quando cammino porto occhiali scuri. È che non mi va di incontrarmi in un riflesso e non riconoscermi più in questa nuova veste: non so più chi sono. È come se l’incrocio dai semafori rotti dove mi trovo anche adesso mi tenesse in ostaggio da sempre.
Quando mi sono fermata qui?
Quand’è che ho cominciato a cercare un altrove più definito?
Ma voglio ritornare alla storia, anzi, scusa per la divagazione.

venerdì 13 gennaio 2012

Considerazioni sull'uso e il consumo del "sesso estremo”.

Disegno di Man Ray


Se su Google digito “S/M” mi arriva per prima la definizione di wikipedia che, puntuale, dà notizia di questa pratica sessuale, conosciuta ai più come sadomasochismo, accostandola sbrigativamente, in tre righe, alla devianza e alla perversione.
Io non mi definisco un’esperta in “pratiche sessuali estreme”, non oso farlo, non è mia, in generale, l’abitudine a definirmi in qualche modo come invece fanno, a sproposito, alcuni giornalisti e scrittori. Non lo faccio perché anche se amo, conosco e frequento certe pratiche -e pochi praticanti esperti per la verità-, mi piace parlarne per sottintesi, standone alla larga, cercando comunque di non entrare –o di farlo in punta di piedi- nel merito di qualcosa che rimane rinchiuso nel privato di ognuno.
Così come non pubblicizzo le mie amicizie, i miei rapporti e tutto quanto di spettacolare mi è capitato nella vita, e se non mi dico “esperta” è semplicemente perché per me, nulla, in certi ambiti, è spettacolare, strano, deviato o perverso.
Rido pensandomi rinchiusa all’interno di una definizione, una qualunque, e mi fa orrore l’idea di essere riposta –quando e se arriverà il mio tempo- sullo scaffale di una libreria tra la letteratura di “genere” erotico o peggio “femminile” e mi dà già allergia l’idea di essere definita opinionista, critica, giallista o romanziera. Ma visto che siamo stati addestrati a comprare guardando sempre le etichette e ci pare assurdo non sapere con esattezza gli ingredienti di un determinato prodotto, cerchiamo sul web ciò che dovremmo essere in grado di saper riconoscere da soli.
Attorno al sesso estremo e grazie alla letteratura di serie “C”, si è sviluppato negli ultimi anni un mercato ricchissimo di merchandising, film e manualistica che poco ha a che vedere con la realtà.
Perché la maggior parte dei veri esperti, quelli che da sempre frequentano –e senza troppa pubblicità- questa pratica di sottomissione/dominazione consenziente, acquista i propri strumenti –se proprio servono e non bastano le mani o la cinta- in semplici e poco costosi negozi di ferramenta o casalinghi, non certo nei sexy shop.


Nessuno si può definire un esperto di sesso o delle sue derivazioni. Il sesso riserva continue sorprese e non ci sono limiti né nel numero né nelle forme che il piacere può assumere perché, di fatto, non esiste un manuale d’uso –anche se i più stupidi continuano a sfornarne di nuovi-.
Se guardiamo il sesso come conoscenza e semplice esperienza –visiva, tattile, olfattiva, gustativa e psichica- ci renderemo conto che la fonte del piacere è soggettiva e pertanto indefinibile.
Come si possono elencare le preferenze di ognuno?
Come tracciare la soglia del dolore/piacere o il limite entro cui rimanere?
Ma gli “esperti”, qui, in questa penisola dove ogni ambito va ricoperto, i tuttologi dall’apparenza e dal look giusto, dopo aver messo in fila una ventina di racconti privi di profondità e pieni di luoghi comuni –smalti di ultima tendenza, creme, tutine di latex e vibratori- tracciano linee guida e danno consigli del tipo che il sesso estremo si pratica sapendo che è solo finzione, o che il settanta per cento delle coppie pratica sesso estremo –intendendo con esso, è chiaro, qualche sculacciata sonora e nulla più-.
Il sesso estremo non è finzione.
Anche se esistono un inizio e un termine di una “sessione” sado maso, i segni sul corpo rimarranno indelebili anche per un paio di settimane –la submissive trova in questo il massimo del piacere-, così come la sensazione di bruciore diffuso che farà sentire alla slave la vicinanza con il Master per lo più, e per definizione, irraggiungibile e assente.
Perché questa pratica ha molto a che vedere con il legame mentale di Master e Slave e con il potere che l’uno esercita sull’altro in un continuo gioco di assenza e privazione.
Le punizioni, almeno quelle che io conosco, sono più dolorose se applicate alla mente piuttosto che al corpo.
Quindi non basta, come la maggior parte dei nostri esperti in materia sostiene, indossare un abbigliamento da cubiste e uno sguardo un attimo truce per darsi alla pazza gioia raggiungendo così altissime vette di piacere.
Il sesso estremo è saliva, dolore, attesa, privazione, pissing e umiliazione.

Digitando la parola “Bondage”, pratica derivante dalla stessa matrice ma basata sulla legatura del soggetto sottomesso, ecco che mi si apre un mondo.
È bastato un fatto di cronaca nera perché sia scoppiato il caso e la curiosità. Ed è a questo punto della ricerca che l’inesperta fan del rischio, il nottambulo frequentatore di siti hard core o il marito stanco, s’imbattono in un mondo dei balocchi fatto di personal trainer e coach, corsi e manuali, annunci e promesse che poco hanno a che vedere con lo spirito di certe pratiche e direi con il sesso stesso e perché no, con l’amore in generale perché, che lo vogliate o no, queste pratiche si basano sulla fiducia.
I soliti esperti, che si sono dati per l’occasione a un frenetico e casuale copia incolla tra colleghi, così come le centinaia di Ghostwriter che si ostinano a scrivere finte biografie di vere prostitute, danno di queste pratiche definizioni da supermercato, patinate e che odorano di crema alla Vaniglia. Questi vademecum sono così inutili e così poco autentici, da trarre in inganno sì e no la solita casalinga frustrata e in odore di trasgressioni da sabato sera.
I signori esperti dovrebbero sapere -e sono grandi tanto da potersi applicare un pochino!-, che il sesso non è mai slegato dalla vita quotidiana, non è qualcosa per il quale è necessario infilarsi maschere e non va al di là delle mura domestiche e dei sogni che riponiamo sotto il cuscino ogni notte.
Un Master non ha nulla da imparare e si riconosce da lontano: basta uno sguardo o una parola giusta. Master e Slave si nasce, ed esserlo, come ho ripetuto più volte in altri post, ci porta automaticamente a una condizione di solitudine e ricerca costante.
I millantatori, infatti, si nascondono ovunque.
Quelli che sfuggono la noia quotidiana, cercano riparo in pratiche “diverse” sperando così di cambiare il risultato. Ma non è così semplice.
Il sesso, e questo lo dovrebbero capire anche gli editori, che costringono i più talentuosi –scrittori sicuramente sul filo della devianza e della visionarietà -, ad amputare dai propri scritti le parti più “sconce”-, il sesso, è qualcosa che s’intrufola nel nostro quotidiano senza un disegno prestabilito, che scaturisce d’improvviso, naturalmente, se guardo, per esempio, la mano di un uomo che apre con decisione lo sportello di un’auto o che si aggiusta il bavero del cappotto, un passo svelto, uno sguardo sfuggente.
Esiste chi ha l’arte del comando nel dna e non lo saprà mai –per educazione, religione o pudicizia-, e chi ama stare in ginocchio ai piedi di qualcuno da quando è nato, e che per farlo è passato dalla punizione del padre a quella del parroco a quella del marito, vagando nel buio della propria perenne insoddisfazione per sentirsi, in aggiunta, anche “deviato” o perverso.


Tutto questo parlare degli “esperti”, ha a che vedere con la straordinaria richiesta di “sesso estremo” che il pubblico fa. Mi basta dare un’occhiata alle parole chiave digitate per arrivare al mio blog per capire che le cosiddette perversioni, hanno sull’italiano medio un’incredibile presa, e nella società dell’informatizzazione -più che dell’informazione-chiunque, previa richiesta del direttore editoriale può, armato di buona volontà, mettere insieme qualche informazione di base, sempre attento –per carità- a porre l’accento sulla pericolosità dell’esercizio di tali pratiche, senza mai spiegare il perché.
Il sesso non ha nulla a che vedere con la violenza e non esiste un “sesso estremo light” come chiamato su molti magazine, se è light non può essere estremo. Quindi attenzione: se picchiate vostra moglie perché vi sentite frustrati andate in analisi o da un buon divorzista e se al contrario la bendate e le date qualche pizzicotto e ciò basta a eccitarvi, siete già sulla strada sbagliata, state perdendo tempo con una pratica confezionata da Marketing Manager dell’hard core e che non vi porterà a niente.
Le regole di questa pratica sono poche e vengono generalmente sussurrate dal Master alla neofita submissive.
Una è sicuramente quella di lasciar perdere i travestimenti e di darsi da fare a conoscere il proprio Master, condividerne i gusti e le preferenze, l’altra è quella di accordarsi sulla “safeword” ed essere certi di ricordarla –certe volte si perde completamente il controllo- e soprattutto di essere sempre in condizione di poterla pronunciare; l’ultima regola –assai più romantica- è di ringraziare sinceramente il Master o la Mistress dopo ogni colpo ben dato.
Tutto il resto è attesa, fiducia ben riposta e complicità, totale adesione e amore sconfinato.

martedì 10 gennaio 2012

Teresa e la solitudine dei capi d'impresa.

Ho appena preparato una grossa millefoglie,
e mi son venute in testa delle strane voglie,
e guardando Marchionne in televisione,
mi sono domandata quand'è che fa l’amore
o se si domanda, anche in quell’istante
se quel rapporto lì sarà o no conveniente.














Se anche in quel momento così delicato,
ha  quell'espressione lì da amministratore delegato
oppure tutto a un tratto si fa timido e imbranato.
Tra uno strato di crema e un di cioccolato
l’ho voluto immaginare fragile e delicato,
chiamar per un consiglio il suo fedele avvocato.


Mi domando in cosa lui trovi il piacere
se lui in fin dei conti tutto può ottenere,
e poiché si desidera ciò che avere non possiamo,
chissà che cosa cerca lui che ha tutto vicino.
Come può sentirsi un uomo così importante,
che ottiente tutto al prezzo di niente.

Come i giardinieri che nella sua villa Svizzera
pagava un terzo del minimo stipendio,
dicendo poi di non saper nulla di tale scempio.
Che poi un uomo come lui che nasce normale,
saprà di certo, o forse per sentito dire, cos’è la fame,
e davanti a uno specchio dovrà pur passare.

Ma lo diciamo tutti che è un manager geniale,
che sopra il grande oceano sa come comandare,
e poi lavora così tanto e così di buona lena,
che farsi la barba per lui non vale la pena,
o forse sotto la doccia la fa una puntata,
o diciamo grazie a lui anche per l’acqua risparmiata.

Povero Sergio tra conference call e aerei
li reprime proprio tutti i suoi più bassi desideri.
Io non lo so proprio come si fan tanti quattrini,
ma tanti tanti tanti da sfamar grandi e piccini,
ma si sa che il soldo oggi è di chi se lo guadagna
e poco importa ciò, che un morto in croce insegna.

Lui lavora sodo, non e che “lavoricchia”,
è un manager mondiale e si rifarà in pensione,
di tutto il tempo perso a stare dietro alla fusione,
alla crescita, al volume, alle vendite e all’inflazione.
E non posso più pensare al capo d’impresa,
devo trovare venti euro per fare la spesa.