martedì 7 giugno 2011
Tangenziale
Già in piedi alle sei del mattino, Laura si guarda in cerca di un’espressione meno afflitta.
Ma quella che ha è l’unica, almeno in quel momento.
La donna, al sesto piano di un palazzo a un passo dalla tangenziale, fra tre ore dovrà stare in camice al fianco del Dottore, quello stronzo che guadagna il quadruplo di lei, quello puntuale che nemmeno sono le nove e già taglia e tampona.
Consuete disparità umane.
Di quel giorno, non riesce proprio a vedere la fine, strano, perché il suo destino lo vede sempre chiaramente, scritto a caratteri cubitali nel suo dna: una gabbia dalla quale non potrà uscire mai.
E quel futuro calcato sulla sua pelle chiara è sempre lo stesso, da quindici anni. Come un livido, come una cicatrice.
Tira su la maledetta ciocca troppo lunga che in parte le copre la fronte troppo alta, e tira su anche gli angoli della bocca, pare che sorrida, ma è solo un movimento involontario. Il sorriso, l’ha lasciato sull’altare il giorno delle nozze, dimenticato assieme all’accrocco di fiori economico, nauseante e pacchiano.
È pesante il respiro dell’uomo che ora dorme di là e quel giorno le stava accanto in chiesa, una chiesa che di qualunque aveva anche il nome, una concezione immacolata o un’assunzione, poco importa, almeno adesso. E quel respiro, che assomiglia più a un rantolo, le dà il ritmo e una ragione in più per fare in fretta.
Cerca di immaginare che giorno sarà. Le finestre del palazzo di fronte riflettono un cielo maledettamente chiaro, luminoso anche da lì. Non doveva esserci il sole, quel giorno l’aveva sempre immaginato buio, in ombra.
Accende il televisore ultrapiatto, lo fa ogni mattina, è un’abitudine, ma è troppo grande per quella cucina stretta e buia, per quella vita senza spiragli da cui guardare, verso cui andare, fra quattro mura ultraleggere che sembrano cartone quando senti il vicino che tira la catena del cesso e che rutta –capita!-.
Non crede ancora che sia successo proprio a lei che non ha più nemmeno l’età giusta per darla via a un buon prezzo, e che, forse, se anche l’avesse, nemmeno sarebbe così furba da darla via a quello giusto!
E pensa, Laura pensa che deve fare il caffè e che quella giornata è nata storta per quanto buio fitto vede davanti a sé e per quanto sole c’è fuori.
Mette l’acqua e il filtro, il caffè ha sempre un buon profumo, anche in una casa come quella, anche se è la quarta volta in un mese che si è rotto l’ascensore, anche se quello, di là, respira come un trattore.
Quando accende il gas, Laura è già alla conclusione che stasera troverà il tempo per farsi un bagno bollente e mettere lo smalto mentre quello guarda l’anticipo di serie A.
Una gioia per lei, che può evitare di parlare, di mettere in fila tre frasi sensate per dire che va tutto bene quando invece non è vero niente.
E speriamo pure che vince, che così poi sta tranquillo per una settimana, e magari la porta pure da qualche parte, in un centro commerciale, che lì si sta freschi e ci va pure il fratello, così se ne stanno tranquilli a parlare.
E tiene, fra le dita, coltello e biscotto, e ci mette un sacco di burro: che magari gli si alza pure il colesterolo e magari muore!
Si morde le labbra eppure sorride, in piedi, e con quell’idea in testa.
Quella che le viene tutti i giorni, appena aperti gli occhi.
Aspetta che esca il caffè, e domanda al tempo che si fermi solo un attimo, per lasciarla pensare a cosa si prova a fare il gesto finale, quello che proprio non si può dire, quello che quando lo guardi in tv, ci ridi sopra perché è solo finzione!
Quei particolari li ha già ripetuti troppe volte in mente, anche a bassa voce, sotto la doccia, quando quello dorme, come una preghiera, come un salmo, notte e giorno, sempre. Ai piedi, Laura ha pantofole vecchie ma in testa un solo obiettivo.
Lui dorme dove il buio è ancora più fitto, in quella stanza dove il sole non c’è mai, e porca puttana si è smagliata la calza!
E il rantolo dell’uomo nel letto si è fatto più breve.
Cerca qualcosa da mettere, qualcosa di comodo e poco appariscente, il solito jeans e la maglia nera, quella aderente.
Lascia stare il caffè che è uscito, chi se ne frega, lo berrà freddo.
Da una rapida occhiata ai chilometri che ha davanti, in piedi a quella cazzo di poltrona da dentista, davanti allo spettacolo poco edificante di una bocca spalancata e facce contorte: un’umanità sofferente e brutta.
Lasciamo perdere il rientro! E ha già in mano la soluzione al problema: fanculo alle conseguenze, fanculo ai pregiudizi, fanculo a tutti, e siede in cucina. Adesso ha accanto a sé una piccola valigia.
Quando impugna la stilografica del marito, quella della Laurea che avrebbe l’inchiostro secco non fosse stato per lei, che ci faceva la settimana enigmistica fra un semaforo e l’altro. Laura sente il traffico farsi più denso, e l’odore pungente delle polveri sottili.
Scrive qualcosa, ha fretta, guarda il caffè ormai freddo e le idee sono di nuovo confuse: il tempo è finito.
Prende la valigia rossa, è così vecchia perché Laura non viaggia, così leggera perché i suoi sogni si sono fatti sottili.
Pensa che quell’uomo non sa nemmeno allacciarsi le scarpe da solo. Che quell’uomo, da solo, non vivrà.
Sta ancora in piedi sulla soglia della porta, incerta, non sa nemmeno dove andare, rinchiusa da anni in un rapporto a due che non sopporta più la vista degli altri, il paragone con vite, forse, meno infelici e meno grigie.
Lui la chiama che Laura ha già il piede fuori dalla porta, il sinistro, quello del cuore e del dito dove portava l’anello.
Al secondo -vaffanculo - di quel farabutto, urlato che ancora sta nel letto, e la donna ha il sinistro sulla frizione.
Quando quel grosso maiale, in piedi in cucina, grattandosi l’uccello, arriva all’ultima riga, Laura è ferma all’Autogrill e domanda il pieno.
sabato 4 giugno 2011
40 k e 40 J: il viandante e colei che vuol capire
Questa notte, mentre attraversavo ad alta velocità mezzo mondo, fra i monsoni che mi hanno spinta fin qui e mi hanno fatto intuire quanto sia facile e possibile scomparire per sempre lassù fra le nuvole, ho fatto un nuovo incontro.
L’avevo già notato in fila al ceck inn, mentre si guardava intorno come la tessera di un puzzle che non trova il giusto incastro, un tramonto che si presenta all’alba o un pezzo di avocado in una macedonia di fragole e banane.
Una turista, di sicuro con la vista corta e il cervello "in pappa", rivolgendosi al marito di certo concorde quasi urla- ma quello che farà? Viaggerà nel vano bagagli?- e allora la curiosità mi scuote dalla tristezza degli addii e degli arrivederci: lo guardo con più attenzione.
Stupita mi avvicino a lui con cautela, come a un animale sconosciuto e ostile: indossa l’odore della strada e chissà da quanto tempo porta quei pantaloni di velluto neri, inadatti all’equatore e sporchi.
Passaporto e biglietto nel taschino di una giacca blu lisa e scolorita, si mette in fila solo quando i fumatori più accaniti, compresa la scrivente, hanno trascorso gli ultimi minuti utili nella “funking smoking room” che, piena di portacenere colmi di cicche, relegata nell’ultimo gate e nascosta, ci impedisce anche di comunicare, ingoiati da una nebbia spessa e puzzolente di catrame e nicotina.
Posto 40 K –e speriamo di non avere nessuno accanto- invece 40 J eccolo lì, lo vedo da lontano proprio accanto alla mia poltrona: posto finestrino, la cintura già allacciata al corpo magro insieme alla barba ingiallita e lunghissima, dorata, come i capelli che gli arrivavano sottili, al fondo schiena.
Mi siedo accanto a lui che subito mi rivolge uno sguardo complice di benvenuto e dopo un po’, come d’abitudine, corrompo una hostess per avere uno spazio più ampio anche se, lo ammetto, mi dispiace allontanarmi da quel campo magnetico così forte. Ma la mia curiosità viene subito premiata e la hostess mi fa sedere nei posti centrali sempre fila 40 –bene, da qui potrò dormire e osservarlo mentre sono sveglia-
Mentre i motori si preparano a partire rinuncio alla mia preghiera rituale del decollo e nella mente mi si affastellano un mare di domande e immagini, oceani di ipotesi e suggestioni fantastiche colorate dal ciano e dal giallo intenso, dal magenta e dal bianco e interrotte da un - ma tu chi sei- quasi in controtempo ai nostri sguardi che adesso s’incrociano di continuo.
Primo giro delle hostess e il mio Guru cortesemente rifiuta il solito succo colorato d’arancione ed ecco che finalmente scorgo le sue mani tenute fin qui per lo più occultate nelle maniche del maglione: eccole lì lunghe e affusolate, le unghie pulite.
Sorrido ancora e lui ancora mi risponde.
L’iride è di un azzurro quasi trasparente. E’ sicuro, l’uomo non beve e comunque è sano, almeno a giudicare dall’aspetto generale del suo organo visivo, almeno per quanto mi è dato di sapere.
E comunque non importa, adesso non riesco nemmeno a dargli un’età e nonostante Michael Douglas faccia del suo meglio, nel piccolo schermo non riesco a non vedere, con la coda dell’occhio, il mio profilo rivolto ancora e di continuo verso il sedile 40 J.
Al decollo l’ho visto ridere di cuore, in silenzio e per pochi istanti, lo sguardo al di là di tutto e, un gentile –No thanks- dopo l’altro rivolti al personale di bordo, arriviamo a metà del volo che l’uomo non ha bevuto nemmeno un goccio d’acqua, non ha mangiato un chicco di riso e non si è mai alzato dalla sua poltrona.
La rinuncia e la privazione sono l’eccezione, la bulimia e l'opulenza la regola.
Le hostess sono in agitazione, mi chiedono di parlare con lui e io ci provo ma l’uomo, interrogato gentilmente, non fa che sorridere e ripetermi –no thanks-
Uno Yogi in aeroplano? Un principe che rinuncia ai suoi beni per cercare per il mondo quattro verità sicuramente nobili? Un Lord che ha perduto la memoria e che finalmente ritrovato viene spedito nel suo castello con un foglio di via? O forse un assassino pentito che va a consegnarsi alla giustizia dell’uomo non trovando alcun conforto in quella di Dio?
A tre quarti del viaggio non si fa che parlare di lui sottovoce e con la massima ammirazione, anche alcuni passeggeri mi chiedono timidamente notizie quasi io fossi il suo editor o agente letterario o addirittura il suo autore e potessi cambiarne la storia o il carattere, omologandolo a noi comuni mortali, affaccendati con le confezioni in plastica di quel cibo puzzolente e con i telecomandi delle scomode poltrone.
E l’uomo china leggermente la testa e dorme, ma solo io potrò vederlo, leggermente voltato verso il finestrino, asciugare discretamente con le dita lacrime spesse e silenziose: forse è uno come me che ha solo sbagliato, uno che cerca un senso più reale, che vuole vivere giorno per giorno perché sa che la morte ci coglie sempre di sorpresa e talvolta anche sul più bello.
Al termine del viaggio lo seguo ancora, al controllo passaporti aspetto che lo lascino passare, sono pronta a difenderlo e a intervenire qualunque cosa accada.
-Voglio vedere che bagaglio hai, chi ti aspetta e dove vai-
Arrivato silenzioso un carico di giapponesi in mascherina e pieni di bagagli a mano lo perdo, inforco gli occhiali e lo cerco disperatamente fin nel bagno “uomini”: il mio Guru è sparito nel nulla, il mio viandante magico è stato ingoiato in un solo istante dalla folla mangiato, come spesso accade, dalle gente.
E' sparito, so di certo che non l'ho sognato.
Sono riuscita ad attraversare i monsoni lasciando che il mio respiro rimanesse calmo confondendomi nel suo sguardo azzurro umano più del solito.
Umanità e basta e forse, a volte, e per fortuna sempre più spesso, un non so che di fratellanza che mi tiene in vita facendomi sentire meno sola, così disperatamente incapace di smettere di pensare e porre sempre tutto in discussione.
lunedì 23 maggio 2011
Teresa e l'amico da accompagno
Li chiama anche “Proci” la mia amica Teresa, ma anche “Cicisbei”, quelli che stanno lì in attesa che si sganci dall’altro, che se lo levi dalla mente una volta per tutte quello che se anche le ha detto di no dieci anni fa non riesce proprio a non pensarci: una punta d’orgoglio, un pezzo mancante nella collezione di cuori infranti.
Stanno in silenzio, in un angolo, e aspettano che il telefono squilli, che un messaggio di posta arrivi con un invito sibillino che dia il via all’arguto consolatore: sono sotto un treno!, sto giù da morire!, ho deciso che basta!, ho capito che non ci devo più pensare!
Perché ogni donna ha una spina nel fianco, un “no” immotivato che rimbomba da sempre nella mente e che proprio perché senza ragione, lavora come un tarlo e rode anche le più piccole certezze e demolisce, con una consonante e una vocale, anni e anni di autoanalisi e di sedute a cento euro dallo psicoterapeuta.
Ed è proprio quando Terry non sa a chi rivolgersi, quando anche le amiche storiche, compresa la scrivente, latitano, e a ragione, che il cicisbeo è tirato in causa.
Possono essere passati anche due anni dall’ultima volta che l’ha lasciato sotto al portone con un pieno di promesse con un “ti chiamo presto” mai mantenuto, che lui risponde pronto.
Non recrimina niente, e le domanda, ma senza alcun rimprovero, che fine mai avesse fatto e come le sono andati gli ultimi fatti della vita.
E’ single l'amico da accompagno, ma per scelta, preferisce avere molte amiche: una di loro capita sempre che sia nella serata giusta e certo, dopo, non avrà nulla da pretendere.
Sono amici e tanto basta.
L’amico da accompagno è una certezza, un punto fermo per ogni donna sola o fidanzata.
È puntuale, sempre al passo con le mode, con i nuovi locali, con le nuove tendenze; se ha anche un buon lavoro, non le permetterà mai di aprire il portafogli, se invece è precario, capiterà anche di dover mettere benzina ma pazienza, non è umiliante come quando al tizio con la macchina biturbo, che non ha fatto che parlare dei suoi successi, viene restituita la carta di credito che proprio non ha fondi per sanare il conto.
L’amico da accompagno ha sempre grandi idee sulla serata, ama il cinema ma preferisce parlare, sentirsi raccontare i segreti di una donna, quelli di Teresa, le sue ultime avventure, i pettegolezzi su quello e quell’altro amico che su feisbuk, i due, hanno in comune. L’amico da accompagno ama dare consigli e spesso ci prende, ama girare per negozi e scegliere insieme a Terry abiti e accessori, elargisce utili indicazioni su atteggiamenti e sguardi da adottare con il tizio che nel Pub l’amica ha già adocchiato.
All’amico da accompagno ci si deve negare sempre, è da contratto, non è come il trentenne con famiglia che Teresa vede solo qualche notte l’anno, e solo nel buio della sua camera da letto.
Questo genere di uomo conosce i segreti di molte, compresi quelli di Terry e, con quel passato svelato nelle lunghe serate estive e con una birra in mano, un rapporto di coppia sarebbe una tortura a vita.
Il suo amico da accompagno conosce tutti i single della zona e di loro sa anche i gusti, è sempre pronto a correre in soccorso e a qualsiasi ora, è un impiegato, e spesso non ha niente da fare.
È generoso forse perché spera in una concessione improvvisa, ma non importa.
Ci può mettere la mano sul fuoco sul silenzio che manterrà su quella o su quell’altra storia, e quando parla di altre amiche e racconta le loro storie più perverse, ma mai una volta che gli scappi un nome.
Con lui, Terry supera qualsiasi pudore, è il prezzo da pagare per ciò che lui, in cambio di tanta generosità, vuole sapere.
E si dilunga spesso su certi particolari sconci e non molla finché non gliela dici tutta, possibilmente diffamando il maschio di cui si parla, rendendolo ridicolo agli occhi di lui che invece sta lì da anni e ascolta.
domenica 22 maggio 2011
Teresa e le giuste proporzioni.
«Vediamoci al solito bar a mezzogiorno!»
È questo il messaggio che alle quattro del mattino ha illuminato il display e il buio di una notte serena nonostante il russare della gatta, del cane e del maschio che mi dorme accanto.
Teresa non si domanda mai se io abbia, per esempio, altro da fare!
Terry sa che su di me può contare, che i suoi racconti sono linfa vitale, che il suo carattere allegro tanto da risultare a volte molesto, mi mette in buona disposizione verso la vita che, a guardarla da qui, dal mio studio, sembra solo piena di colori, dello stormire delle foglie e dello sciabordio del mare.
E mi allontano volentieri da questa quiete assordante per raggiungerla fra le auto e il traffico cittadino.
Solito caffè in Via del Babuino.
Arrivo come sempre per prima e l’aspetto. Navigo un po’ e mi tengo lontana dalle vetrine: non è il momento giusto per tirar fuori la carta di credito.
«Dovevo fare delle compere!»
Urla Teresa dall’altra parte del marciapiede vestita di giallo e nero che sembra un’ape.
«Una vespa magari!» ribatte lei, e apre il sottile soprabito per mostrarmi la vita stretta in una cintura che sembra più che altro un busto contenitivo, uno di quelli così amati dai cultori del BDSM.
«E pungo anche!»
Il ragazzo del bar, il solito, ci saluta con un grande sorriso. È felice di vederci assieme, sa già che da lì si godrà tutta la scena e ascolterà chiaramente ogni singola parola. Infatti faccio cenno a Terry di abbassare la voce.
«Allora?»
«Allora niente!» e sorride al ragazzo mentre sceglie i gusti del cono doppia panna.
Temporeggia come sempre ma io fremo perché so che ieri sera ha rivisto un tipo, una nuova conquista di “faccialibro”, un’altra icona tragica nella sua collezione di sconfitte e delusioni on line.
L’ultimo che ha incontrato l’ha lasciato a bocca asciutta è vero, è scappata e nemmeno l’ha avvertito. Con il tempo Terry si è fatta furba e, per vedere di chi si tratta veramente, nascosta dietro qualcosa, fa partire prima la telefonata.
Non sai mai se la foto che mette on line è quella del liceo, il solo scatto buono di tutta una vita, o quella del collega più figo che ha.
Il tizio in questione, infatti, era qualcosa di più che un mostro.
Sicuramente, almeno a detta di Terry, doveva avere anche le mani sudaticce. Come l’ha capito però, rimane un mistero.
Insomma, temporeggia parlandomi del nuovo flirt e della sua voce calda, della sua cultura, del fatto che ha cinquant’anni ma vuole una relazione stabile e con una over quaranta –perché dice che le ragazzine lo annoiano- che non beve ma si fa solo qualche canna, che fa sport e viaggia di continuo, che ha un attico all’Eur e, ciliegina sulla torta, non ha figli e non ne vuole.
Mi rilasso. Pare che Terry abbia trovato l’uomo ideale.
«Insomma...» sospira e alza gli occhi al cielo, come una santa.
No, non è il caso di cantare vittoria, probabilmente ha preso tempo solo per terminare il gelato.
«Insomma?» la incalzo io visto che ormai è arrivata alla punta del cono.
«Sai... siamo usciti già tre volte e non ci ha provato!»
Allargo gli occhi: ora capisco il motivo di tanto mistero.
«Almeno fino a ieri notte!»
Cerco di saperne di più ma come sempre fa il giro largo.
Mi racconta entusiasta dei ristoranti dove l’ha portata a cena, di come era vestita, delle parole, tante, che si sono scambiati nell’intimità delle candele prima e della sua auto poi, i racconti di una triste infanzia , dei rapporti con le donne, con la madre, con il lavoro ...
Mi dice, - tutta compresa in quella sofferenza maschile- che delle donne lui non si fida, che chiedono sempre di più, che lo mettono in difficoltà e che, in realtà, non ha ancora trovato una che lo appaghi veramente.
«È bello ...» e guarda fuori dal caffè con aria sognante «è proprio bello...» e tira fuori un sospiro che butta all’aria i menù appoggiati sul tavolino.
Io non parlo, in realtà so che mi nasconde qualcosa, che vuole che la incalzi affinché tiri fuori il rospo, che mi dica la verità su questa storia che, a mio avviso, presenta già troppi "forse” e troppi “ma”.
«Insomma, ieri sera l’ho fatto salire a casa».
Ecco, ci siamo.
Ci siamo perché alla fine gira e rigira sempre lì si deve arrivare.
Ci siamo perché se non c’è l’odore, il sapore e il tatto a confermare che ciò che abbiamo visto ci piace veramente, restano solo le parole.
Ci siamo perché comunque dobbiamo preservarci da inutili perdite di tempo –soprattutto a una certa età- : almeno un paio di settimane per il consueto scambio di e mail che dalle semplici battute di amicizia si fanno via via più carnali, una settimana almeno di telefonatine serali durante le quali lui, il maschio, dice poco e niente e parli sempre tu, quelle due, tre uscite di rito con tre ore di chiacchiere sotto il portone alle due del mattino e che terminano con il tiepido e conclusivo –sono stata bene...- che sa di poco, anzi, che sa di niente.
«E allora?» e questa volta guardo l’orologio perché si è fatto proprio tardi.
«E allora...allora non è proporzionato alla sua altezza!» e arrossice come una bambina.
Un’altra fregatura cara Teresa! E questa è anche una brutta fregatura, perché poi, anche se a noi può importare poco, anche se siamo così buone di cuore e generose, da sorvolare anche su certi...particolari, su certe brevità che contano sì, ma sulle quali noi donne possiamo anche chiudere un occhio, esaltando in lui altre qualità che magari sono più importanti, il maschio in questione, una volta accolto nella casa calda, saprà comunque come farcela pagare.
Lo sguardo severo, il dubbio continuo, l’accusa esplicita per chissà quale colpa: forse quella di esistere.
Iscriviti a:
Post (Atom)



